Tagliare la spesa è l’unica opzione

– Lo abbiamo ripetuto più volte nei giorni dell’ordalica fiducia al governo Berlusconi IV: le trincee quotidiane della politica assomigliano ormai a un’arte nobile più o meno quanto un macello somiglia a un pezzo di filetto presentato con eleganza in un ristorante. Archiviata l’ordalia, resta il macello (inteso letteralmente come luogo attrezzato per la produzione di carni destinate al consumo) ed è da questo contesto che muoviamo per abbandonare – si spera definitivamente – l’antiberlusconismo da barricata e qualificare in termini economici l’opposizione politica al governo. Non sarà come ricavare braciole da un carré d’agnello, ma voltiamo pagina con vigore sbigottito, rilanciando i temi della (grande?) riforma fiscale e della politica di bilancio.

La settimana scorsa Mario Seminerio ha aperto la strada, parlando dei dati Ocse sulla pressione fiscale, che hanno fotografato una realtà allarmante per il nostro paese, fatta di bassa crescita con pressione fiscale elevata. Restando in tema di macelleria, nel sistema non solo non c’e’ traccia di braciole d’agnello, ma scarseggiano anche i quarti di manzo e i vitelli, e non si può vivere strappando le piume rimaste al collo dei polli morti appesi ai ganci.

L’Ocse – nella presentazione di Parigi  – ha riproposto una vecchia ricetta general-generica che consentirebbe alle economie mature di ridurre il gap di crescita rispetto a quelle emergenti utilizzando la leva fiscale. Nello specifico, l’organizzazione internazionale propone di: allargare la base imponibile con un’efficace azione di contrasto all’evasione fiscale; eliminare detrazioni e deduzioni rispondenti a logiche lobbistiche; spostare il carico fiscale dai soggetti (persone fisiche e imprese) ai consumi (vedi Germania che ha portato Iva al 19% nell’ultima riforma fiscale). Si tratterebbe, ça va sans dire, di una ricetta a costo zero (senza generare ulteriore deficit), che si finanzia con l’aumento dell’imposizione fiscale sulla c.d. proprietà improduttiva (case, patrimoni e capital gains). Con l’obiettivo di stimolare la crescita del Pil, che – secondo l’Ocse – è vitamina C che tiene in piedi il pachidermico welfare occidentale.

Una tesi su cui si potrebbe argomentare all’infinito. Fatta di concetti vasti, interessanti ed astratti che proviamo a circoscrivere a un paio di questioni fondamentali.
In primo luogo ci interroghiamo sulla reale efficacia in termini di crescita dello switch dalle imposte dirette a quelle indirette. A guardare il trend dei paesi Ocse negli ultimi 45 anni, si direbbe che la transizione procede nella direzione opposta: diminuisce, cioè, il peso delle tasse sui consumi, fatta eccezione per l’IVA in aumento quasi ovunque. La media dei 33 paesi membri dice poco: nello specifico, Messico, Turchia e Slovacchia stressano i consumi, al contrario di Italia, Francia, Giappone e Stati Uniti che hanno la più bassa incidenza di tasse sui consumi sul totale entrate fiscali. E nessun paese, tranne la Turchia, ha invertito la tendenza negli ultimi anni. Lo switch sui consumi – si dice – ha impatto positivo sulla crescita, poiché incoraggia il risparmio, quindi gli investimenti. E non solo: esso stimola l’offerta di lavoro, poiché riduce l’aliquota marginale (questo accade perché le tasse sui redditi sono generalmente progressive, mentre quelle sui consumi sono proporzionali) e, in questo modo, induce ad un incremento delle ore lavorate. Il tutto avrebbe, per giunta, un effetto redistributivo e migliorativo della competitività e dell’export del paese che lo adotta (a causa dei c.d. border tax adjustment).

Tutte teorie note, che fanno riferimento a un modello di accumulazione stile dopoguerra: ingenti risparmi come premessa di una politica di investimenti finalizzati allo sviluppo. E che non stiamo qui a sindacare, perché – quand’anche fossero fondate – sembrerebbero eludere la seconda delle questioni fondamentali: quella dell’opportunità di mettere a dieta lo stato, tagliando la spesa pubblica, con il corollario dell’innalzamento delle soglie previdenziali. Tutti temi impopolari, di cui è rigorosamente vietato parlare con le elezioni dietro l’angolo.
Eppure sarebbe più onesto, oltre che liberale e ossequioso dei capisaldi dello stato di diritto, ragionare sul principio del pareggio di bilancio e sulla rivoluzione copernicana della finanza pubblica, come abbiamo già fatto di recente.

Tutto dovrebbe ruotare intorno alle entrate, a una pretesa fiscale “equa” dello stato e degli altri enti pubblici nei confronti dei contribuenti. E questo non lo dice Libertiamo o il sottoscritto, ma si evince da una lettura attenta della nostra Costituzione. Per gli amanti del genere, scorrendo il primo comma dell’art. 53 della Carta si comprende facilmente come la capacità contributiva debba essere considerata come il “livello-limite” del sacrificio imponibile ai cittadini di rinunciare a una porzione del proprio reddito da destinare ai consumi collettivi. Ebbene, con una pressione fiscale effettiva (ottenuta depurando il Pil dall’economia sommersa) che supera abbondantemente il 50% la pretesa tributaria cessa di essere compatibile con la quantità delle risorse a disposizione dei contribuenti. E se la spesa pubblica non può eccedere il livello delle entrate, esiste uno e un solo modo per evitare la degenerazione del sistema: tagliare sapientemente (al bando i tagli lineari) il costo della pubblica amministrazione e liberalizzare il liberalizzabile. Più che una tesi politica, è un’opzione imposta dal buon senso e dai numeri. Dei quali, in certi casi, è bene fidarsi, soprattutto quando riflettono una realtà inquietante.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

8 Responses to “Tagliare la spesa è l’unica opzione”

  1. vittorio scrive:

    Appunto il discorso deve farsi tagliando la spesa e non introducendo nuove tasse. Invece oggi cosa si legge sui giornali? Si legge che Cicchitto congiuntamente a Bersani e a Tabacci con un testo sulla riforma fiscale si schierano per la tassazione delle “rendite” al 20%. Francamente il fatto che i titoli di stato siano esclusi è una cosa risibile. Questa è la tassa patrimoniale della sinistra. Tasse sul risparmio delle famiglie che PdL, UDC e PD ora allegramente reclamano come cosa giusta e sacrosanta. Una cosa è certa. Se il PdL sarà tanto pazzo da avvallare un simile voltafaccia, il mio voto non lo rivede di certo. Se il PdL si riduce a fare politiche socialiste, che senso ha andare a votare? Che vinca pure la sinistra a questo punto. Chi se ne frega.
    Tassare il risparmio delle famiglie non è una cosa diversa dall’aumentare le imposte sui redditi. Qui invece che procedere verso un modello fiscale come quello svizzero procediamo a braccetto della demagogia socialista più becera.
    Se libertiamo voleva fare polemica con il Pdl, forse ora ne ha il materiale: alzare queste tasse significa contraddire un bel po’ di cose dette dallo stesso Berlusconi in più campagne elettorali. Altro che canone rai. Se il PdL va in questa direzione contraddice il presupposto per cui è nato. Cicchitto sarà stato un socialista nel passato. Ma di certo non è stato eletto per essere tale.

  2. marcello scrive:

    La spesa pubblica è aumentata ma purtroppo non quella sociale, che riguarda la scuola, la sanità e i trasporti, servizi che ormai sono quasi da terzo mondo.
    Oltre che nella vicenda Alitalia e nel ponte delle mafie, i soldi sono spesi nell’assunzione di dipendenti pubblici lì dove non serve, solo per scambio politico, e nello scandalo delle consulenze. E’ significativo che nella riforma dell’università,famosa per i tagli in un settore che doveva servire da volano per la ripresa economica e per l’innovazione, c’era un emendamento che poneva un tetto alle consulenze e non è stato approvato. Poi c’è la corruzione che fa lievitare i costi degli appalti.

  3. marcello scrive:

    Si dovrebbe iniziare a tagliare le imposte sui redditi bassi e a chi un carico familiare, attraverso le detrazioni che dvono restare. Il quoziente familiare in proporzione va a beneficio dei redditi più alti. Poi occorre una riduzione del fiscal drag e in alcuni ambiti la possibilità di detrarre le spese sostenute.

  4. marcello scrive:

    Volevo dire del fiscal drag una restituzione.

  5. vittorio scrive:

    “La spesa pubblica è aumentata ma purtroppo non quella sociale”. Baaaahhh. Spesa SOCIALE. Mi venga un accidente se sento puzza di socialista.

  6. marcello scrive:

    Sì ma leggi il contenuto di tutto quello che ho scritto. Poi in uno stato civile è giusto che alcune voci siano finanziate dallo stato.
    E qui come al solito si fa pagare chi non ha delle responsabilità.

  7. Roberto A scrive:

    @Vittorio:e invece portare la tassazione delle rendite al 20% é un operazione giusta,soprattutto dal punto di vista della neutralità della tassazione….ti pare giuto che i redditi derivanti da investimenti finanziari siano tassati al 12,5% mentre l’aliquota minima irpef é del 23%?E sarebbe comunque un minimo…la cosa piu’ corretta sarebbe far inserire nella dichiarazioe dei redditi anche i redditi finanziari che in questo modo pagherebbero l’aliquota superiore in base alla progressività per cui magari,su quei redditi si pagherebbero il 27 o il 33 % o piu’ a seconda del reddito dichiarato.Quindi,il 20% o magari il 23% sarebbe proprio il minimo:perchè uno che lavora e magari guadagna 15.000 euro all’anno deve pagare il 23% (certo,poi ci sono le detrazioni varie) mentre uno che guadagna 50.000 euro e ha un reddito finanziario di 15.000 euro,su quei 15.000 paga solo il 12,5%?E si badi bene,non é un imposta sul risparmio ma un imposta sul reddito da risparmio,che é un altra cosa…é un reddito come gli altri,come quello da lavoro…anzi,forse per molti versi é piu’ meritevole il reddito da lavoro (sopratttuto se magari il reddito finanziario deriva da patrimoni ereditati e non ottenuti con il proprio lavoro).

  8. Roberto A scrive:

    ed é chiaro che bisogna agire sulla spesa pubblica per portare il nostro bilancio al pareggio mentre per ridurre la pressione fiscale reale che é sopra al 50% occorre recuperare almeno la metà dell’evasione fiscale o magari i 3/4 (per essere realisti e non troppo utopici) da dedicare per intero alla riduzione delle aliquote e quindi la pressione fiscale reale pur mantenendo allo stesso livello la pressione ficale nominale data dal rapporto tra entrate fiscali e PIL (contentente anche il sommerso).Nel 2009 abbiamo avuto un rapporto spesa primaria/PIL pari al 47,8…basterebbe riportarlo al livello del 2002 pari al 41,9 se non magari a quello tra il 1996 e il 1998 pari al 41,1…avremmo addirittura un probabile surplus di piu di un punto percentuale,a parità di rapporto entrate/PIL pari a quello del 2009 o comunque un pareggio con livelli piu’ bassi tipo quelli del 2007 e del 2008.Il tutto significa che bisognerebbe magari ridurre il rapporto spesa primaria/PIL di un punto all’anno per i prossimi 6 anni.E questa riduzione dipende anche dai tassi di crescita del PIL nominale (a cui vengono rapportate sia le spese che le entrate).Ad esempio,se avessimo tenuto fermo il livello di spesa primaria in termini assoluti del 2009,per il 2010 con una crescita del PIL nominale pari a circa il 2% che viene stimato,avremmo avuto una riduzione del rapporto spesa primaria/PIL dal 47,8 al 46,9…con tassi di crescita del PIL nominale pari a quelli pre-crisi,intorno al 3,5-4%,si potrebbe ridurre il rapporto spesa primaria/PIL anche facendo crescere la spesa primaria a livello assoluto,magari a tassi intorno all’1%,1 e qualcosina.

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