di SIMONA BONFANTE – Rompe le regole, le consuetudini. Scende in campo, prende la palla, la tiene e tira in porta. Una porta sprangata dagli stakeholder del vecchio sistema, certo. Eppure piena di buchi.
Il nostro ha a suo modo gioco facile. La traiettoria per segnare è cristallina: scardinare la resistenza sindacal-corporativa e riprogettare il modo di fare intrapresa in Italia. Una figata, no?

Sergio Marchionne ha in effetti molto del Cav edizione 1994. Anarco-intraprendente, rompitore di schemi e rivoluzionario dei processi – quelli ormai consunti, farraginosi, sostanzialmente distorsivi. Quei processi che, ai tempi del primo Cav (quello con Martino al fianco, sotto le nuvolette del cielo azzurro di Forza Italia) hanno significato il passaggio dalla repubblica dei partiti a quella dei poli, e che oggi potrebbero significare, per l’economia industriale nazionale, un radioso futuro di libertà – dal conservatorismo confindustriale, dal burocratismo sindacale, dal collateralismo politico.
Rinnovare il processo è necessario – va da sé. Ma è una pre-condizione
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È – mettiamola così – una partita di qualificazione. Il successo vero infatti è il prodotto che il nuovo processo dovrebbe appunto essere in grado di realizzare. È il prodotto che va sul mercato, che compete e che, se è il caso, vince.

Per il tycoon convertitosi statista quel prodotto avrebbe dovuto essere la libertà – senza retorica. La libertà di far soldi, intraprendere, non essere schiacciati dallo Stato acefalo e dalle sue fastidiose promanazioni. Avrebbe dovuto essere la libertà civile – l’individuo prima e sopra lo Stato, l’impresa al pari ed in competizione con lo Stato. Avrebbe dovuto essere così, ma così non è stato. La catena di montaggio politica della Berlusconi spa, con quel popò di schiopettante innovazione, alla fine si è fermata lì, alla rivoluzione del processo. Giacché il prodotto nuovo, quella libertà che il processo medesimo avrebbe dovuto innescare, in realtà non si è mai vista.
Sarà mica un caso, in fondo, se il Cav stesso annoveri in cima ai suoi successi – il più importante, incontrastato, sebbene poi non così istituzionalmente solido – il bipolarismo, che in realtà Berlusconi identifica con l’indicazione del nome del candidato premier sulla scheda elettorale. La qual cosa, come noto, è invece solo una forzatura, una innovazione da confezione della pizza surgelata dove sotto l’immagine di una margherita perfetta un asterisco rinvia ad una nota in corpo 3 che recita “l’immagine ha titolo puramente indicativo”.

Il prodotto Marchionne non possiamo vederlo ancora: il processo preliminare – le nuove regole – è appena cominciato. Intanto però ci inebriamo della spregiudicatezza dannunziana con cui sfancula i soviet sindacali e i salotti buoni (e inutili) dell’associazionismo industriale. E facciamo il tifo per lui, o meglio: per il paese, visto che quello che Marchionne sta cercando di fare crediamo sia utile a dinamizzare il mercato della produzione e quello del lavoro. Ad aprire a nuove opportunità e sfidare l’orgoglio di chi, quelle opportunità, non fa che reclamarle senza però mai coglierle nel momento in cui si offrono.

L’esperienza politica del Cavaliere della Libertà però ci impone cautela, per traslazione, a cospetto dell’ad. All’inizio fu un successo, per Berlusconi: in un modo o nell’altro, il processo di creazione del consenso politico, con lui è stato irreversibilmente cambiato. Ma si è risolto tutto in un fallimento quando a quel processo sarebbe servito dare un perché, e quel perché invece di essere codificato nel cambiamento effettivo, ha finito con il venir mummificato nell’effige del suo protagonista. Il Cav di oggi sembra un industriale che si inorgoglisce nel visitare gli stabilimenti messi a nuovo una ventina di anni prima, ma mai utilizzati, se non appunto come set di una campagna pubblicitaria più o meno permanente e da sempre orientata alla promozione non di un prodotto – che appunto non c’è – ma del brand, che invece c’è, che è lui medesimo, e che (nonostante tutto) continua a funzionare.

Ecco, non vorremmo certo che Marchionne si riducesse a fare come il Berlusconi che non sa produrre altro che il suo prodigioso sé. Non vorremmo che quei miliardi messi sul tavolo e continuamente ritirati in ballo come se non fossero sempre gli stessi finissero con il diventare il claim di una campagna sul brand, magari efficace a suo modo ma sostanzialmente autistica. Non vorremmo insomma che il prodotto nuovo che Marchionne ci lascia immaginare – fabbriche che producono cose che la gente compra – finisse con l’essere null’altro che una chimera. Come la libertà di cui ancora aspettiamo la sortita dalle altrimenti operativissime officine berlusconiane.