Barriere all’entrata e conflitto d’interessi. Così il Cav. fa fuori i competitors

– Come del resto molti imprenditori, anche Silvio Berlusconi nella sua storia imprenditoriale e politica  ha ripetuto strategie economiche simili pur se in situazioni e mercati diversi. Crediamo possa essere utile per capire le prossime mosse del Presidente del Consiglio dei Ministri nel prosieguo della crisi politica dei prossimi mesi rielaborare le grandi avventure economiche del cavaliere ed in particolare la televisione, il Milan e la discesa in campo del ’94.

Le Barriere all’entrata si sostanziano, in regime di oligopolio, nelle difficoltà di accesso di nuove imprese ad un mercato.

Berlusconi predilige i mercati in cui è possibile addivenire in un tempo ridotto a situazioni di oligopolio e/o monopolio attraverso la creazione di barriere all’entrata così elevate da scoraggiare qualsiasi nuovo ingresso e la creazione di un mercato concorrenziale. E tali barriere il cavaliere le eleva nel mercato di riferimento in due modi:

a) attraverso investimenti elevati e la conseguente rarefazione dei fattori di produzione;

b) attraverso una attività normativa tesa ad escludere  dall’agone competitivo ogni altro ingresso o a condizionare a proprio vantaggio gli altri concorrenti.

Quando Berlusconi fece il suo ingresso nel mondo del calcio acquistando il Milan, il mercato del pallone era dominato da un player, la Juventus, che riusciva con assoluta tranquillità a controllare senza grandi investimenti, ma solo con la deterrenza il mercato del calcio nazionale. Il mercato del calcio era teoricamente un mercato concorrenziale aggredibile. Non presentava elevate barriere all’entrata e soprattutto Berlusconi vedeva delle rilevanti sinergie economiche con le sue televisioni, con la sua immagine e con gli interessi politici di cui all’epoca era paladino. Berlusconi ritenne quindi, a ragione, che l’investimento iniziale avrebbe prodotto un ritorno assai elevato, e acquistando i migliori campioni in circolazione produsse nel giro di qualche anno la rarefazione dei mezzi di produzione e due effetti:

a) si creò nel mercato del calcio una barriera all’entrata elevatissima non solo a livello nazionale, ma addirittura europeo, perché non solo i campioni più forti erano finiti al Milan, ma soprattutto perché i prezzi dei campioni presenti sul mercato e aggregabili per poter competere sul mercato erano saliti in modo vertiginoso.

b) l’investimento di Berlusconi (first entry) si rivalutò così velocemente che le conseguenti barriere all’entrata divennero stabili ed elevatissime.

Ci sono voluti lustri prima che qualcuno (Moratti in Italia, le spagnole e le inglesi in Europa) e con investimenti iniziali dieci volte superiori, riuscisse a ricreare condizioni di concorrenza nel mercato del calcio. All’appalesarsi di concorrenti, Berlusconi, tra il continuare una guerra economica assai costosa o ritirarsi scelse quest’ultima opzione. Dal calcio non poteva trarre più alcun vantaggio ormai.

Vediamo cosa  avvenne invece con la politica. Nel 1994 la discesa in campo di Berlusconi coincise con un mercato della politica altamente concorrenziale non abituato ad investimenti di ingresso e  senza un quadro normativo di controllo degli investimenti pubblicitari. Le leggende metropolitane raccontano che il cavaliere mise a disposizione delle reti di Publitalia (Mediaset) e di Programma Italia (Mediolanum) un assegno di 100 miliardi per l’acquisto di tutti gli strumenti tecnologici per i circoli del nascente movimento politico e per la campagna pubblicitaria martellante di Forza Italia su tutti i media. Anche in questo caso gli altri concorrenti erano poco reattivi: alcuni erano stati fiaccati dall’inchiesta “mani pulite”, altri, soprattutto i partiti storici, erano indebitati fino al collo e quindi incapaci di ogni reazione. Ottenuto un risultato elettorale superiore al 20% le barriere all’entrata erano state create e sarebbero durate fino ai giorni nostri. Senza voler banalizzare, il caso di Forza Italia ha definitivamente reso evidente che anche la politica alla fine era  un mercato e rispettava regole di marketing.

E la televisione? In questo caso fu necessario per Berlusconi, almeno all’inizio della sua avventura imprenditoriale, avere qualche piccolo “aiutino”. Negli anni ottanta dovette utilizzare l’intermediazione politica del CAF, prima per non essere oscurato e poi per evitare la concorrenza aggressiva della Rai che lo avrebbe spazzato via in breve tempo. Poi quando finalmente si mise “in proprio” riuscì a confezionare un quadro normativo in grado di annullare ogni forma concorrenziale nel mercato della comunicazione televisiva. Alla Rai fu imposto il tetto della raccolta pubblicitaria; ad altri operatori divenne impossibile entrare se non in quote marginali tanto erano elevate le barriere. Ancora una volta Berlusconi  aveva creato un mercato oligopolistico in cui un attore, Mediaset, massimizzava il proprio utile oligopolistico sul mercato sottraendolo quasi completamente all’altro oligopolista, la Rai, tenuta in piedi coi soldi dei contribuenti e la cui gestione politica non è stata mai messa in discussione dal premier, a dispetto delle dichiarazioni di facciata.  

Detto questo siamo ai giorni nostri.

Oggi Berlusconi esprime una forza economica e di comunicazione dominante, esercitata non solo attraverso il controllo diretto dei mezzi di informazione, ma anche attraverso il meccanismo del l’autoreferenzialità. La posizione di Mediaset, oligopolista protetta dal Governo, fa affluire nelle sue disponibilità di azionista centinaia di milioni di euro.

Alla sua posizione economica solida si combina una serie di condizioni del mercato politico che rendono inscalfibile il suo dominio, tra cui la frammentazione politica, il sistema elettorale vigente e il finanziamento opaco dei partiti e della politica, che spiana la strada ad accordi non sempre alla luce del sole che solo il Cavaliere può permettersi, dato che nessun altro attore può competere con le sue disponibilità economiche. Soprattutto, nessun altro investitore domestico ha la stessa utilità marginale di Berlusconi a mantenere il ruolo di primo ministro. I Gullit e i Van Basten della politica sono e saranno in un prossimo futuro quei parlamentari dell’opposizione che si aggregheranno alla compagine governativa e che consentiranno a Berlusconi di rimanere in sella senza se e senza ma fino al 2013. Nessuno potrà abbattere o alzare ulteriormente queste barriere all’entrata perché nessuno può mettere sul tappeto reti relazionali ed economiche come quelle di cui dispone il “non politico” Berlusconi.

In questa situazione non competitiva  del mercato della politica l’unica variabile che Berlusconi non controlla e non potrà controllare è la situazione economica e sociale italiana. Il paese è debole sotto ogni profilo e anche la propaganda non può che nascondere i problemi senza poterne risolvere mai nessuno. E Berlusconi i problemi non vuole risolverli perché questo significherebbe aprire fronti sociali, sindacali e politici di difficile gestione anche per lui. E poi senza sovranità monetaria, con il debito pubblico al 120% del Pil, la pressione fiscale al 43,5%, il deficit pubblico al 5% e la crescita all’1%, le leve gestionali a sua disposizione sono veramente poche e soprattutto poco efficaci. E, soprattutto, Bruxelles non è Roma!

Se non sarà assistito dalla buona sorte (una fortissima ripresa economica indotta dalla Germania e dagli Stati Uniti) anche lui, il grande comunicatore Silvio Berlusconi, dovrà alzare bandiera bianca. Questo avverrà con una grande discontinuità, di tipo economico e dai costi sociali elevatissimi.  Esempi di discontinuità possiamo pensarli nel consolidamento del debito pubblico, nell’uscita dall’area euro e il ripristino della moneta nazionale, nell’iper-inflazione.

Le esperienze passate ci ricordano che le discontinuità economiche non finiscono mai bene per nessuno.  E quindi in quell’evenienza, che speriamo venga scongiurata, il Cavaliere “morirebbe” politicamente, ma tirandosi dietro il Paese nella bara.


Autore: Settimo Laurentini

Nasce nel 1960 a Milano, dove attualmente vive, dopo aver trascorso gli anni Ottanta a New York e il periodo dal 2000 al 2006 a San Pietroburgo. Analista finanziario, pittore a tempo perso.

6 Responses to “Barriere all’entrata e conflitto d’interessi. Così il Cav. fa fuori i competitors”

  1. caterina scrive:

    una disanima economica di un problema politico: già chiamare le cose con il proprio nome e cognome fa presagire un futuro migliore.
    Bravo pittore a tempo perso, occupati di più e più attivamente di politica

  2. Devo dire che sono un po’ perplesso. Faccio fatica a capire cosa centri il calcio: sembra quasi che, secondo l’autore, quello che Berlusconi ha fatto con il Milan sia degno di biasimo… mah! Ma uno che diventa presidente di una società cosa dovrebbe fare se non tentare di fare una squadra competitiva? Come se altri non facessero altrettanto… Che poi sia stato lui in particolare a provocare l’impennata dei costi nel calcio mi pare affermazione un po’ azzardata.
    Si può essere d’accordo sull’esistenza di un oligopolio in campo televisivo e sul conflitto d’interesi. Ho molti dubbi sul fatto, invece, che la Rai avrebbe spazzato via Mediaset senza “aiutini”.
    Sul tema politico l’autore sembra quasi avvalorare l’idea che Berlusconi è la causa prinicipale dell’attuale deprimente situazione politica. Avrà sicuramente delle responsabilità, ma spetta a tutte le forze politiche avanzare proposte, e non solo lamentele. Berlusconi poteva fare molto e invece ha lasciato ben poco, ma quello che c’è attorno è altrettanto desolante…

  3. andrea scrive:

    Ma è il sito dell’Italia dei Valori?

  4. vittorio scrive:

    Le barriere all’entrata potrebbero essere più basse di quanto non ci si aspetti. Soprattutto se il PdL si mette a fare una politica fiscale di stampo socialista a braccetto col Casini.

  5. Dan scrive:

    Complimenti all’autore e’ esattamente cosi. Solo due precisazioni: la posizione di Mediaset oligopolista protetta dal governo, come giustamente scrivi, fa incassare al gruppo non centinaia di milioni ma esattamente 2,9 miliardi di euro di incassi pubblicitari (il triplo della concorrente Rai, che ha ascolti analoghi peraltro). La cosa ancora più geniale e’ che una parte di questi 2,9 mld mediaset li ottiene anche da Endemol che vende prodotti alla Rai; praticamente riesce anche a ottenere soldi da quella che dovrebbe essere la sua concorrenza. Non so quanti milioni abbia investito Berlusconi per la politica, in qualsiasi caso si tratta di un ritorno sull’investimento che non ha eguali.

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