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Un tetto ai Rom (che non rubano la casa popolare a nessuno)

– E così 10 famiglie rom hanno vinto il ricorso al Tar: il Comune di Milano dovrà dar loro una casa, come promesso e poi non mantenuto.
Ricostruire esattamente la vicenda è importante, se si deve parlare di fatti concreti, ma diventa meno significativo per il carico di simboli che la vicenda stessa ha subìto. Qualche fatto, tuttavia, dobbiamo comunque ricordarlo. Nell’ambito del piano di sgombero del campo di via Triboniano (uno dei più grandi d’Italia), Regione e Aler, d’accordo col prefetto, stipularono una convenzione con la Casa della Carità di Don Colmegna in base a cui quest’ultima avrebbe scelto 25 famiglie “modello” a cui dare temporaneamente altrettanti appartamenti inagibili, non assegnabili per via delle carenti condizioni igienico-strutturali. Famiglie modello: adulti al lavoro e figli a scuola. E temporaneamente: per farli inserire nella società.
Il tutto nella cornice del piano predisposto dal ministro Maroni, che però non parlava esplicitamente di case da assegnare ai rom. Di qui la contrapposizione dei leader locali della Lega, che alla fine la spuntarono. Disattendendo le speranze dei rom coinvolti, che si erano resi disponibili a ristrutturare gli appartamenti di propria mano.

La vittoria del ricorso è però foriera di simboli che trascendono i fatti e si proiettano su più piani di profondità. Grazie al web possiamo leggere gli umori dei milanesi che reagiscono alla notizia. Si va dalle battute (“casa ai nomadi? Un controsenso”) alle posizioni di principio (“se non hanno soldi per i milanesi, perché li spendono per i rom?”), fino alle classiche boutades cripto-razziste (“rubano, hanno più soldi di noi e gli diamo pure la casa”). Reazioni su cui può attecchire facilmente il consenso leghista, ma su cui non può basarsi la costruzione di una società coesa, di una visione progettuale seria e definita di città.

Sarebbe fin troppo semplice, alle boutades e alle battute, ma anche alle posizioni di principio, rispondere che questi rom sono lavoratori, che i figli di questi rom frequentano regolarmente la scuola, che questi rom sono soltanto 10 famiglie e che questi appartamenti sono inagibili e classificati tra quelli non assegnabili. E che il provvedimento prima promesso, poi ritirato e ora reintegrato dal Tar è una piccola goccia nel mare magnum.
Già, ma quale mare magnum? Questo è il punto. Non il mare magnum della popolazione rom che gravita su Milano, ma il mare magnum che genera scontenti di questo genere, reazioni incazzate che non colgono il succo del problema. Il mare magnum è quello delle case non assegnate ma assegnabili, cioè 5mila (contro le mille che invece vengono assegnate ogni anno). È quello delle persone in lista d’attesa da anni, cioè 18500 a cui si aggiungono quelle del prossimo bando. È quello delle istituzioni che preferiscono non parlare né di grandi né di piccole mafie, e non controllano con i dovuti strumenti il racket degli alloggi per prevenirlo e colpirlo. Il mare magnum è quello di un sistema che non garantisce quasi niente a quasi nessuno, che espelle i cittadini dalla città in cerca dell’appartamento meno caro anche se fuori dai confini comunali, e che dopo (o prima, che sarebbe meglio) non si preoccupa di potenziare i treni anche se ha migliorato (ed è merito della Regione, non del Comune) le infrastrutture ferroviarie suburbane e provinciali.

L’attrazione simbolica dell’equivalenza tra rom e delinquenti è talmente forte da dominare perfino chi da anni vive sulla propria pelle l’emergenza casa. E che, anziché farsi domande sul perché ancora non ha una casa, sente più naturale scagliarsi contro la goccia, che nulla ha tolto a lui (questi appartamenti sono non assegnabili e i rom ci andrebbero temporaneamente, lo ricordiamo), ma che forse sente venir meno, lentamente – ed è questa l’unica plausibile giustificazione che attribuiamo al malcontento – la speranza di una buona amministrazione capace di dare risultati.

Non dovrebbero essere questi dieci appartamenti temporaneamente assegnati ai rom a togliere il sonno a chi cerca casa a Milano, ma i cinquemila che Aler e Comune non assegnano, e gli altri che non vengono nemmeno pensati.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

2 Responses to “Un tetto ai Rom (che non rubano la casa popolare a nessuno)”

  1. interessante articolo

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