di PIERCAMILLO FALASCA – da Il Secolo d’Italia di mercoledì 22 dicembre 2010* – Non sarà discussa prima del nuovo anno la mozione di sfiducia al ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, presentata dal centrosinistra dopo il crollo della Schola Armatorum di Pompei. Qualunque sarà l’esito del voto, la politica verrà svilita dal tono del dibattito, con il Pd e l’Idv che accuseranno Bondi di responsabilità nella vicenda pompeiana ed il PdL che proclamerà compattamente la sua innocenza. Sullo sfondo aleggerà, e certamente farà capolino nel dibattito parlamentare, l’affaire in cui Bondi pare essere incappato: l’assunzione del figlio della sua compagna (la deputata berlusconiana Manuela Repetto) da parte di una società partecipata dal Ministero.

In democrazie più mature, un ministro accusato di nepotismo si sarebbe senz’altro dimesso, senza bisogno di una mozione di sfiducia: difficile per un esponente politico reggere la pressione dei media, dell’opinione pubblica e dei dirigenti del proprio partito, preoccupati che l’eventuale cattivo comportamento individuale “macchi” l’immagine della formazione politica. Allo stesso tempo, però, a nessuno sarebbe probabilmente venuto in mente di addebitare ad un membro del governo il crollo di un’antica domus romana.

La quale è andata perduta “non a causa di Bondi, ma di decenni di incuria di Stato”, come ha dichiarato Benedetto Della Vedova presentando ieri la proposta di legge (elaborata da Libertiamo) per l’affidamento ai privati della gestione dell’importante sito storico ad un soggetto privato della gestione dell’importante sito storico. “Spetterebbe proprio al ministro – ha proseguito l’esponente di Futuro e Libertà e presidente di Libertiamo – rispondere a quanto avvenuto facendo propria una proposta innovativa, che riconosca il fallimento politico della gestione statale di Pompei”.

Una provocazione, quella dell’associazione Libertiamo, ma non troppo. Molti ritengono che l’affidamento ai privati di un’eredità del passato come Pompei consentirebbe più agevolmente di depredare o di degradare questo “bene pubblico”. Il privato – secondo la vulgata – sarebbe interessato solo a “mangiarsi” il bene, mentre lo Stato sarebbe più adatto a tutelarlo e a valorizzarlo. Bisognerebbe tuttavia ammettere che, almeno nel caso di Pompei, è accaduto l’opposto: a mangiarsi tutto ci stanno pensando – a causa di una gestione pubblica pasticciona ed inefficiente – la sciatteria, il clientelismo e i tombaroli. Al contrario, forte dei 2,5 milioni di visitatori annui, l’ipotetico gestore privato degli scavi pompeiani avrebbe l’interesse a tenere viva e vegeta la gallina dalle uova d’oro. Un progetto rigoroso di messa in sicurezza, restauro e migliore promozione del sito troverebbe più di un investitore, anche straniero, interessato ad un affidamento pluriennale.

Nella proposta di Libertiamo, la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei (un’agenzia autonoma del Ministero per i Beni e le Attività Culturali) diverrebbe l’istituzione cardine di due azioni di rilancio del sito archeologico. Anzitutto, provvederebbe all’affidamento in concessione a favore di fondazioni private o società della gestione del sito, conservando per sé delle ampie prerogative di controllo. In secondo luogo, ricercherebbe possibili sponsor privati (eventualmente interessati a legare il proprio nome a quello delle antiche vestigia romane) per la realizzazione di lavori di conservazione e restauro di Pompei, Ercolano, Boscoreale, Oplontis e Stabia, sulla falsariga di quanto già avviene con l’Herculaneum Conservation Project, finanziato dal Packard Humanities Institute. I canoni di concessione a carico del gestore affluirebbero nel bilancio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il quale sarebbe tenuto a destinarne una quota non inferiore all’80 per cento alla valorizzazione del patrimonio culturale campano.

Più che il crollo della Schola Armatorum, al governo e al ministro Bondi va contestata la miopia con la quale si continua a gestire l’enorme patrimonio culturale ed artistico italiano, perpetrando errori e illusioni pluridecennali. I dati sui flussi turistici mostrano una verità scomoda: la capacità dell’Italia di attrarre visitatori si è indebolita, anche e soprattutto a causa degli scarsi investimenti economici nella conservazione e nella valorizzazione del patrimonio. Se la coperta delle risorse pubbliche è corta, è probabilmente venuto il momento di attrarre fondi privati. Se vogliamo ancora “permetterci” Pompei, è bene superare i pregiudizi legati al ruolo che l’iniziativa privata può svolgere in ambito culturale.

 *titolo originale: Provocazione (ma non troppo) su Pompei. Diamola ai privati