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Nel 2010 il Time ha premiato l’iniziativa individuale

– Come tradizione, anche nel 2010 il Time ha individuato il suo ‘”uomo dell’anno”, la persona che – seconda la rivista – ha esercito la maggiore influenza sugli eventi degli ultimi dodici mesi. Negli ultimi anni erano stati scelti Ben Bernanke, Barak Obama e Vladimir Putin. Quest’anno, tuttavia, il riconoscimento non è stato attribuito ad un grande leader della politica o delle istituzioni finanziarie, bensì all’inventore di Facebook, il ventiseienne Mark Zuckerberg per aver

connesso più di mezzo milardo di persone e creato una mappa delle relazioni sociali tra di loro, per aver creato un nuovo sistema di scambiare informazioni e per aver cambiato il modo in cui viviamo le nostre vite”.

Merita citare tuttavia quali sono i “runners-up” su cui Zuckerberg è prevalso in volata. Al secondo posto si è classificato non una persona, ma un movimento di persone, il Tea Party che ha fatto quest’anno la sua irruzione nella politica americana contribuendo in modo determinante alla svolta politica delle elezioni di middle term. E poi un altro under-40, quel Julian Assange che con il suo Wikileaks sta facendo tremare i potenti di tutto il mondo. Assange si è classificato, tra l’altro, in testa nello speciale ranking basato sulla scelta dei lettori.

Che bella classifica. Per tante ragioni.

La prima è che coglie brillantemente alcuni dei fenomeni più importanti ed innovativi dei nostri anni, spesso sottovalutati o sminuiti da chi crede (o desidera) che i flussi di informazione e le dinamiche di aggregazione restino quelli tradizionali (la televisione, la stampa, i partiti, i sindacati, l’associazionismo riconosciuto, etc.)

Facebook, i Tea Party e Wikileaks esprimono – sia pure in modo diverso – una comune aspirazione a forme non tradizionali e meno inquadrate di interazione, di mobilitazione e di diffusione di idee, notizie e conoscenza.

Un social network come Facebook consente di stabilire e di mantenere relazioni orizzontali. Non dà solo la possibilità di coltivare un certo numero di “legami forti” (quelli con le persone che probabilmente si frequenterebbero anche al di fuori della “piattaforma”), ma anche di sviluppare quei “legami deboli” (ad esempio gli “amici degli amici”) che contribuiscono  notevolmente ad accrescere il potenziale relazionale e di conseguenza l’”audience”, qualora si utilizzi lo strumento anche nell’ottica di uno scambio bidirezionale di “contenuti”.

Il Tea Party dal canto suo rappresenta un modo nuovo e diverso di fare politica – quello di un’organizzazione grassroots decentrata e non gerarchica, in grado di coinvolgere le forze vive della società americana, centinaia di migliaia di persone che in molti casi non si erano mai occupate di politica in precedenza e che probabilmente non lo farebbero all’interno di un partito tradizionale. La cifra del giovane movimento è la critica radicale alla politica dell’establishment, ai democratici di Obama in primis, ma anche in secundis all’apparato repubblicano che troppe volte dimentica le istanze della base.

Infine Wikileaks, un fenomeno su cui ci vorrà del tempo per esprimere un giudizio compiuto, ma che – e questo è senz’altro positivo – muove da una rivendicazione di trasparenza nei governi. Dal diritto dei cittadini di conoscere per deliberare – di sapere quello che succede nel dietro le quinte della politica, quando del resto nell’altra direzione la politica chiede ai cittadini trasparenza totale e pretende di vigilare sui loro conti in banca, sulle loro transazioni economiche, fin sulle loro comunicazioni personali.

Ma la classifica del Time ci dice anche che quest’anno non è stato necessario stare alla Casa Bianca o al Cremlino per influenzare il mondo e che il futuro non lo delineano solo i governi, ma anche l’iniziativa individuale, l’innovazione tecnologica, l’intrapresa privata, la mobilitazione spontanea.

Ci dice che il cambiamento può venire dal basso, dalla società civile. Da uno studente di Harvard appassionato di informatica.

Ci dice anche che si possono fare grandi cose a vent’anni – e questo è pure un messaggio che dovremmo cogliere, soprattutto in Italia. Noi viviamo in un paese in cui si entra nel mondo del lavoro tardi, si va avanti per anzianità ed è quasi impensabile mettere in discussione le posizioni acquisite, in uno scenario, tra l’altro, di bassa crescita e quindi di inevitabile saturazione dei ruoli di responsabilità.

E’ la tragedia di una generazione eternamente condannata ad essere considerata “troppo giovane” dalla gerontocrazia in carica – succede così in economia e non stupisce che dinamiche simili si evidenzino anche in politica.

Insomma leggiamocela bene questa classifica del Time. E riflettiamoci sopra.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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