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Poteva perdere, Lukashenka? La cortina di ferro è ancora in piedi, spostata un po’ più ad est

– Il regime di Minsk ha seguito per tutto l’anno una sola politica: far credere agli europei che la Bielorussia non è l’ultima dittatura d’Europa. Non ci è riuscito. O meglio: ci era quasi riuscito. E aveva già ottenuto la fine delle sanzioni nei suoi confronti. Ma le elezioni di domenica scorsa, in cui il presidente Alexandr Lukashenka è stato rieletto (è al potere ininterrottamente del 1994) con il 79,67% dei voti, dimostrano che: no, la Bielorussia è ben lontana da ogni standard democratico. Non solo è lontana anni luce dalle più rodate democrazie occidentali, ma anche da molte repubbliche ex sovietiche europee, come l’Ucraina e la Georgia, per non parlare delle repubbliche baltiche.

L’unica parvenza di competizione elettorale, in Bielorussia, è stata nella fase della campagna elettorale. Allora abbiamo visto candidati dell’opposizione in Tv, per esporre le loro idee e i loro programmi. Oppositori hanno potuto diffondere loro testi contro il regime di Lukashenka e raccogliere firme. Soprattutto: sono le prime elezioni in cui vengono ammessi osservatori dell’Osce.

La maggior trasparenza e democraticità della Bielorussia di quest’anno, rispetto a quella degli anni scorsi, si ferma qui. Perché i risultati hanno dimostrato tutta l’inconsistenza delle riforme. Lukashenka ha ottenuto subito, al primo turno, il 79,67% dei voti. Gli osservatori dell’Osce affermano che queste elezioni sono irregolari. E secondo i corrispondenti della Bbc e di Radio Free Europe, tutti i bielorussi intervistati ritengono che il risultato delle urne fosse già scritto prima dell’inizio dello spoglio. Andrei Sannikau, ex ministro degli Esteri e attualmente all’opposizione, afferma che, dato il numero dei candidati in lizza, superare il 50% dei voti al primo turno fosse matematicamente difficilissimo, se non impossibile. Un sondaggio condotto dalla televisione Belsat (polacca) conferma che Lukashenka, benché popolare, non superi il 30% dei consensi. Gli oppositori, tutti assieme, lo superano di 10 punti percentuali.

Oltre alla manipolazione dei dati elettorali, fa impressione la violenza scatenata dalla polizia contro le manifestazioni dell’opposizione, subito dopo la diffusione della notizia della vittoria di Lukashenka. Circa 600 attivisti sono finiti in galera. Sei candidati alla presidenza, praticamente tutti quelli che hanno corso contro Lukashenka, sono stati arrestati. Uno di loro, Uladzimir Neklyayev, era stato ferito dalla polizia durante le manifestazioni di piazza ed è stato arrestato in ospedale.

Di fronte a metodi tanto brutali, il mondo si divide di nuovo, come ai tempi della Guerra Fredda. La Alta Rappresentante della Politica Estera europea, Catherine Ashton, protesta contro gli arresti degli oppositori, considera particolarmente grave la persecuzione dei candidati presidenziali d’opposizione e chiede il loro rilascio. Proteste sono giunte anche dall’ambasciata americana a Minsk e dal portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs. Ma dalla Russia arriva il plauso di Medvedev. L’inquilino del Cremlino si augura che: “visto il risultato di queste elezioni, la Bielorussia diventi un Paese moderno”. Non “nonostante”, ma proprio per la vittoria di Lukashenka, Medvedev vede un futuro radioso per Minsk.

Agli occidentali che protestano risponde alla solita maniera dei russi: la repressione poliziesca è “questione di ordine interno” (stesso argomento adottato in passato per il Kosovo e la Cecenia). La regolarità del voto? Gli osservatori della Comunità di Stati Indipendenti (Csi), l’organismo sovranazionale delle repubbliche ex sovietiche, confermano che le elezioni sono state libere e corrette, checché ne dicano gli esperti dell’Osce. Si può dire che, sul piano internazionale, la Russia si fosse già preparata.

All’Onu, due settimane fa, aveva bloccato per due giorni una risoluzione contro il presidente uscente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, accusato di aver formato il suo governo nonostante la sconfitta alle urne. Anche quella era “questione di ordine interno”. La Russia aveva approvato una risoluzione solo successivamente e solo anteponendo all’Onu l’autorità dell’organismo sovranazionale regionale interessato, l’Ecowas. In questo modo, Mosca ha messo le mani avanti per ogni eventuale contestazione internazionale sulla scarsa democraticità dei suoi alleati. Per Mosca è solo la Csi che deve avere voce in capitolo. E nella Csi la Russia gioca in casa.

Toni da Guerra Fredda si iniziano a sentire anche nella stessa Bielorussia. Benché Lukashenka abbia fatto molto per attirare i favori dell’Occidente (forse per avvalersi del pacchetto dell’Ue di 2 miliardi e mezzo di euro, promesso in cambio di un voto trasparente?), ora addita i governi occidentali come una minaccia. Promette di pubblicare, in una “versione bielorussa di Wikileaks”, tutti i documenti che proverebbero il sostegno di Usa e Ue ai partiti dell’opposizione. E questo basterebbe per screditarli, per presentarli al pubblico come organizzazioni sovversive. Ritorna, insomma, la vecchia retorica, usata anche da Putin in Russia e da Yanukovich in Ucraina, su un Occidente visto come fonte di corruzione. Una retorica in cui la democrazia stessa è “gelatina” (per usare le parole di Putin) instabile, a cui opporre un governo forte, risoluto, decisionista. In una parola: autoritario.

Insomma, anche a due decenni dalla fine della Guerra Fredda, la cortina di ferro sembra essere ancora in piedi, anche se spostata un po’ più a Oriente rispetto a dove si trovava nel 1989. Si riforma gradualmente una divisione in due blocchi europei, governati da due sistemi contrapposti. Un sistema in cui sarà sempre più urgente fare una scelta di campo.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

5 Responses to “Poteva perdere, Lukashenka? La cortina di ferro è ancora in piedi, spostata un po’ più ad est”

  1. donato scrive:

    Ma no si può fare anche il terzo polo.

  2. Simona Bonfante scrive:

    beh, il nostro presidente del consiglio, la scelta di campo sembra averla già fatta

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  1. […] chi vince di più – come ad esempio uno degli ultimi nuovi ‘migliori amici’ del Cavaliere, il dittatore bielorusso Lukashenka, appunto – è un capo più capo, e merita più rispetto di qui mezzi capi che sono i leader delle […]

  2. […] chi vince di più – come ad esempio uno degli ultimi nuovi ‘migliori amici’ del Cavaliere, il dittatore bielorusso Lukashenka, appunto – è un capo più capo, e merita più rispetto di qui mezzi capi che sono i leader delle […]

  3. […] a Berlusconi l’opportunità della sua politica geo-amicale, è perché a ben vedere abbracciare Lukashenko e spassarsela con Putin, o far fare a Gheddafi quello che vuole dei disperati africani che arrivano […]