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Non è il Cepu, ma il popolo il rovello di Catia

– “Ho sofferto molto per la mia decisione. Non mi vedete smarrita? Io non sono una politica”.

Non un grido liberatorio, ma una dichiarazione sofferta. Catia Polidori, dopo giorni di titubanze e ripensamenti, finalmente si confessa. E lo fa con una frase ― “non sono una politica” ― che non c’è politico che si rispetti (tranne D’Alema e Fini, forse) che non abbia pronunciato almeno una volta e che perciò non rende giustizia alla umile, sincera e sospirata ammissione di debolezza di Catia.

La Polidori è una persona comune; infatti si chiama Catia con la C e non con la K e quindi non ha grilli per la testa.  La sua vicenda induce alla pietas umana più che alla speculazione politica. Come direbbe la Madia, anche lei ha messo a disposizione del proprio leader “tutta la mia inesperienza” e una scarsa conoscenza delle “pratiche di palazzo”, come quella secondo cui – guarda tu come va il mondo – se firmi una mozione di sfiducia al governo poi tutti si aspettano che voti a favore e non contro.  E se voti contro nessuno rispetta il tuo dolore, la tua profondità umana, la tua religiosa e liturgica attenzione alle volontà del popolo sovrano.

Le titubanze di Catia provocano nell’interlocutore un moto di comprensione cristiano perché la sofferenza della poveretta, forse lacerante, nascosta dietro gli occhioni grandi e espressivi, può suscitare solo indulgenza e persino ammirazione. L’atteggiamento irrituale della Polidori che umilmente ammette la confusione, impedisce di giudicare la sua scelta come un’arguta tattica di posizionamento personale. Al contrario suscita sentimenti e domande altrettanto profonde: “Perché proprio lei è stata colta sulla via di Damasco? Perché il dono della responsabilità le è stato riconosciuto lasciando privi di umane incertezze altri parlamentari?”.

La risposta la dà Catia stessa: perché lei è una piccola imprenditrice, poco avvezza ai sotterfugi, alle conte, incapace di pensare ai numeri per una ragione semplice: la nobiltà d’animo. È la sensibilità che s’è guadagnata sul campo col lavoro vero, il saper fare, la grinta di donna imprenditrice concreta come l’Umbria e caparbia come un artigiano, che l’ha resa diversa, più umana. È il duro lavoro in quel di Città di Castello che l’ha formata.

Catia è una sorta di Cavaliere in piccolo, più dolce perché donna, ma sempre capace di inorridire di fronte ai giochi cui i politicanti di mestiere sono avvezzi, lasciando da parte il paese, il senso di responsabilità, l’impegno vero per la nazione. Altro che sfiducie, altro che pallottolieri, altro che alleanze! Oltretutto Catia non è nemmeno legata – abbiamo recentemente scoperto –  alla “famiglia Cepu” e al suo patron Francesco Polidori, che casualmente attende da un decreto del Ministero di Viale Trastevere il via libera per il riconoscimento di e-Campus come università pubblica non statale, autorizzata a svolgere sia didattica a distanza che tradizionale.

Se in questo c’è stato un equivoco è perché Catia, dopo essere entrata nel gruppo di FLI, ha rilasciato col cugino Francesco un’intervista al Corriere della Sera,  in cui garantiva la concordia della famiglia tutta, ancorchè spaccata tra il fronte finiano (Catia) e berlusconiano (Francesco). Adesso che la famiglia è riunita sotto il tetto di Arcore, ci tocca scoprire che non è più una famiglia. Che disdetta.

Anche in questo caso pensiamo però che Catia abbia peccato di generosità, non di imprecisione. La millantata cuginanza fu un dono benignamente elargito al “più che cugino” Francesco. Tra compaesani e omonimi si fa. Dopotutto, il lustro acquisito con la carica di deputato non poteva rimanere una ricchezza personale. Andava, invece, condiviso, come, per tradizione, si fa nelle feste di paese, nelle sagre, quando i più abbienti sorridono ai meccanici e siedono allo stesso tavolo e bevono lo stesso vino.

Tutto in Catia è compassionevole, sofferto e profondamente cattolico. Sarà sempre lo spirito religioso, allora, di cui non ha mai fatto esplicito vanto, a renderla l’ago della bilancia. Possiamo così tutti essere certi che in quelle fredde aule, liberato dalla prigionia finiana, tornerà a diffondersi il calore di una disinteressata umanità.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

9 Responses to “Non è il Cepu, ma il popolo il rovello di Catia”

  1. giuppi scrive:

    se non è una politica che vada a lavorare!!

  2. Alessandro scrive:

    Catia se io fossi in te mi vergognerei per me stessa e per i miei figli e per i miei antenati per quello hai fatto, e soprattutto per coloro che che pagheranno le conseguenze nel corso di questi anni e forse di questi decenni a venire…che schifo!!

  3. Giuseppe scrive:

    Non ho capito quelle che si chiamano Katia con la K hanno grilli per la testa?(questo è per chi ha scritto l’articolo) e se non si sente una politica si dimetta da politico!!! uè ma stiamo scherzando? lo stipendio che si porta a casa (molto alto forse troppo) lo paghiamo noi!!!! IN GALEEEEEEEERA!!!!

  4. Gin scrive:

    Cara signorina Colonna,
    sebbene temo che in realtà non sia così, spero vivamente che il suo articolo sia stato scritto con intento ironico.
    Innanzitutto, come detto dal signor Giuseppe, non comprendo proprio l’utilità della questione “Catia con la C” e la trovo anche offensiva nei confronti di tutte quelle ragazze che si chiamano Katia con la K.
    Secondo cosa: lei crede davvero, nel profondo del suo animo, che la giustificazione “non sono una politica” sia accettabile da parte di una persona che siede in parlamento pagata dai soldi dei contribuenti affinché FACCIA politica? Ma stiamo scherzando?
    Infine, tutto questo richiamarsi al cattolicesimo e alla bontà di un’anima pia e addolorata: mi citi una cosa che sia una fatta dal governo Berlusconi che sia in linea con i principi del cattolicesimo e del cristianesimo. Sono curiosa. La “sofferenza forse lacerante” che si cela dietro gli occhi di padri e madri di famiglia che non riescono ad arrivare a fine mese, di giovani lavoratori e studenti che sanno che non avranno mai un futuro stabile e soddisfacente, di pensionati che devono vivere con 400 euro di pensione al mese allora cos’è, una manifestazione di Satana? Me lo spieghi, per favore, perché di fronte a tutta questa convinzione immagino che ci debbano per forza essere delle argomentazioni valide, magari sono io che non le comprendo!

  5. creonte scrive:

    io non capisco invece perchè al tg ha lasciato un’intervista in cui dice che Mister cepu è solo un omonimo.

    e i giornalisti non dicono niente.

    questo è ‘unico argomento serio e triste della vicenda.

    che poi una deputata dell’MSI passa col PDL -anche se per mano del cugino- non mi pare chissà che notiziona.

  6. Carmelo Palma scrive:

    Gin – la prossima volta mettiamo un cartello: trattasi di satira. Ci sembrava, francamente, abbastanza chiaro, forse non abbastanza…

  7. Paolo scrive:

    Stimabile dottoressa,

    dalla lettura dei commenti mi pare opportuno individuare qualche tema da approfondire:

    – Il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno e l’uso di figure retoriche nella comunicazione di massa

    – L'(in)efficacia dell’ironia nel messaggio politico: casi di misunderstanding e loro portata

    – …

  8. Vittorio scrive:

    Scusate ma l’e-Campus è già una privata, si differenzia da quelle tradizionali perché offre lezioni on line. Se la riforma Gelmini verrà approvata lo sarà anche il decreto di attuazione per il quale le telematiche che faranno richiesta potranno essere convertite in tradizionali se avranno almeno la metà delle lezioni per via frontale e se ci sarà l’approvazione del CNVSU.
    L’e-Campus è nata proprio contro il parere di quell’organo quindi problema non si pone.
    Inoltre le telematiche laureano già tantissime persone, quindi se qualcuna volesse differenziarsi diventando una privata tradizionale non vedo alcun scandalo.

  9. Alessandro scrive:

    Anche io non vedo scandali di sorta nella conversione di telematiche, con valutazione CNVSU favorevole, in atenei tradizionali.
    e-Campus è nata con parere negativo di questo ente, ma a breve il medesimo ente indipendente redigerà una valutazione sull’ateneo.

    Secondo me ci sono i presupposti per cambiare parere tecnico. Oggi e-Campus è il secondo ateneo telematico per numero di docenti in regola con le normative sulla contrattazione per concorso ed è il secondo (su undici credo) per numero di studenti.

    Inoltre faccio notare che e-Campus, mediante comunicato stampa, ha smentito la volontà di voler diventare un ateneo tradizionale. Il valore del titolo di studio, del resto, è lo stesso.
    Il suo punto di forza è la didattica telematica. Un ateneo con questo nome potrebbe fare diversamente? Come se la Open University britannica (la telematica più grande e famosa al mondo) cambiasse nome: è impensabile.

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