Le proteste studentesche e gli equivoci sul liberalismo

– Le proteste studentesche delle scorse settimane hanno confermato una volta di più che esiste grande confusione intorno a cosa sia l’idea liberale; è urgente uno sforzo per rettificare gli equivoci. L’attenzione che diamo alla comunicazione è insufficiente: infatti è ancora forte il pregiudizio, ereditato dal marxismo e da alcune aree del cattolicesimo sociale, per cui il liberalismo si sostanzia in “Conta solo il mercato e chi se ne frega delle persone”.

Dispiace vedere che alcune delle migliori energie della società sono incanalate verso linee di pensiero che in realtà portano molto lontano da qualsiasi forma di eguaglianza di opportunità e di giustizia sociale, intesa come attribuzione a ciascuno di quanto ha dimostrato di meritare, fatto salvo il rispetto dei suoi diritti fondamentali. Di fianco ad alcuni attratti dalla prospettiva di saltare qualche giorno di scuola, è questo il caso per molti dei giovani pronti a mobilitarsi per un fine ideale. Ancora peggio è osservare come l’empatia e la solidarietà siano spesso considerate “patrimonio della sinistra”, come se essere liberale significasse godere alla vista di un senzatetto che muore di freddo in un parco.

Il primo punto di confusione da risolvere riguarda la differenza di fondo tra pensiero liberale e pensiero socialdemocratico. Entrambi hanno come obiettivo, nelle versioni contemporanee, la realizzazione di una società dove ciascuno goda del massimo benessere possibile, non solo economico. Nessuno desidera povertà, sfruttamento dei paesi in via di sviluppo, arricchimento di potenti lobby ai danni del cittadino comune, complicità con le dittature, oppressione dei lavoratori, violazione dei diritti umani. La divergenza sta nei soggetti individuati come protagonisti di questa “buona società”.

Per un liberale al centro c’è l’individuo, in quanto tale e in quanto partecipe volontario dei corpi sociali intermedi: famiglia, associazioni, imprese, che devono avere la massima libertà possibile nel realizzare i propri obiettivi. Lo Stato è garante della legalità e della sicurezza, interviene nei casi in cui le strutture sociali spontanee – come il mercato – producano, proprio in virtù della loro natura decentrata, distorsioni non rimediabili. L’interventismo deve comunque essere ridotto al minimo necessario, perché lo Stato non ha il diritto di sostituirsi agli individui e alle loro libere aggregazioni. Si segue il principio di sussidiarietà, per cui i corpi sociali di ordine superiore devono intervenire solo qualora quelli di ordine inferiore non riescano a svolgere un determinato compito.

Per un socialdemocratico la direzione del discorso s’inverte. Lo Stato, legittimato dal voto popolare, ha diritto-dovere di individuare obiettivi collettivi: ad esempio l’abbattimento delle disuguaglianze economiche o la massimizzazione del numero di occupati. Può pertanto imporre a cittadini, famiglie e imprese regolamentazioni e limitazioni della propria attività non solo in conseguenza di problemi di coordinamento che impedirebbero loro di raggiungere gli obiettivi preposti, ma anche come affermazione di un valore di carattere collettivo ritenuto eticamente superiore a quelli scelti dagli individui.

Il liberalismo non ritiene irrilevante la dimensione etica. Fin dai tempi di Hume, Locke e Smith, la considerazione dei moral sentiments come motore dell’azione umana è una componente sostanziale del pensiero liberale. Il concetto di diritti inalienabili del singolo uomo in quanto tale è proprio della tradizione giusnaturalista liberale, non di quella giuspositivista che da Hobbes arriva a Hegel e a una parte della sinistra massimalista individuando nello Stato la fonte del diritto. Il ruolo dei vincoli morali interiori nelle scelte è tema caro a von Hayek, che condannava come erroneo il concetto di homo oeconomicus tanto quanto i correnti studiosi dell’economia relazionale e dell’economia della felicità.

E ancora: le società di mutuo soccorso tra gli operai inglesi ai tempi della rivoluzione industriale, che svolgevano il ruolo più tardi proprio dei sindacati, erano assai apprezzate dai liberali dell’epoca.  In Italia l’assistenza sociale a chi è in una situazione di disagio è affidata in larga parte allo Stato; negli USA no, con il risultato (virtuoso) che la quota del PIL afferente al settore no-profit è circa sei volte quella italiana.

Questo concetto deve passare per primo: il liberalismo ha in altissima considerazione la motivazione morale dell’agire, ed è proprio per questo che ritiene debba essere mantenuta nella sua dimensione propria. La scelta etica è intimamente individuale; non esiste una giustificazione per cui un governo, per quanto di ottimati, dovrebbe aver diritto di imporre le proprie priorità a tutti in un ambito così costitutivo della definizione di sè. Il compito dello Stato è di assicurare a ciascuno, secondo un’idea espressa da Amartya Sen, “le libertà sostanziali a cui le persone hanno ragione di dare valore”: e quindi deve legiferare in modo che le scelte di un individuo non ledano tali libertà in capo ad altri. Garantito questo, ovvero corrette le inevitabili storture che si accompagnano alla condizione umana, non occorre fare altro.

E, per favore, dire che preferisco vedere un disabile o un disoccupato assistito da un’associazione senza scopo di lucro piuttosto che dallo Stato non equivarrà mai a dire che vorrei gettarlo da un ponte, che ritengo che si sia meritato le sue disgrazie, o una qualsiasi delle altre nefandezze associate con il liberalismo in una certa volgata.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

44 Responses to “Le proteste studentesche e gli equivoci sul liberalismo”

  1. Pietro M. scrive:

    Ottimo articolo. Ricorda cose importanti che il trionfo del socialismo nel XX secolo aveva fatto dimenticare.

    Per il socialista “solidarietà” significa “costringere qualcuno a fare ciò che il socialista ritiene essere buono”. Non riesco a non pensare che per molti il socialismo sia solo un modo per avere la coscienza pulita, per il solo fatto di non doverla mai usare.

    Io, da bravo individualista, non mi sono mai sentito un pittore solo perché Michelangelo era italiano, e non mi sono mai sentito più buono perché esiste l’INPS, per lo stesso motivo.

    Comunque, il problema del confronto liberalismo-socialismo è che molte delle politiche socialiste danneggiano i più deboli. Chiamare “solidarietà” queste storture è un regalo che molte politiche non meritano.

    Il sistema pensionistico manda gli anziani in pensione a spese dei giovani che avranno una pensione misera perché non ci saranno abbastanza nuovi giovani da sfruttare allo stesso modo. Dov’è la solidarietà?

    Il mercato del lavoro precedente le riforme creava una disoccupazione al 12%, in aumento. E tra i giovani e i meridionali si arrivava al 20-25%. Dov’era la solidarietà?

    Quando le regolamentazioni uccidono la crescita e abbassano i salari, dov’è la solidarietà? Quando il protezionismo danneggia i produttori del Terzo Mondo impedendo loro di commerciare, dov’è la solidarietà?

    Purtroppo in politica c’è uno iato incolmabile tra le intenzioni (sempre buonissime, almeno quelle dichiarate: e quel che è peggio è che molte sono sincere!) e i risultati (non raramente tragici, spesso dannosi). La gente non è abituata a collegare cause ed effetti perché non c’è abbastanza cultura economica, e le relazioni causali ovvie per chi capisce come funziona un mercato diventano dei misteri insondabili per chi non ha mai aperto un libro di economia. E così le politiche più dannose passano per solidali, e la miseria viene confusa con l’equità.

    Chiamare “solidarietà” ciò che è il risultato di lotte tra gruppi di pressione (produttori nazionali vs produttori stranieri, baby pensionati vs lavoratori giovani, lavoratori sindacalizzati vs lumpenproletariat) è un po’ una forzatura. Però sicuramente molte persone sono sincere nel credere che siano esempi di “solidarietà”.

    Sono sicuro che molte persone credono alla solidarietà, e quindi possono essere informate sul fatto che ci sono modi migliori per farla, e per evitare di danneggiare i più deboli. For them, per citare Wilde, there is hope.

    Però molti sono illiberali per odio verso la libertà e il mercato, e per amore del potere e della politica. La maggior parte delle persone, per fortuna, ha buon senso. Articoli come questo dunque sono importantissimi.

  2. Pietro, ti ringrazio. Ho dimenticato di citare che svariate idee espresse vengono da utili discussioni con te. Ma adesso lo faccio.
    :-)

  3. Simona Bonfante scrive:

    già, ottimo articolo. mi fa venire in mente quanto bisogno ci sia nel nostro paese di una sana pedagogia liberale che, a mio avviso, dovrebbe cominciare a scuola, con testi non così ideologicamente discriminanti e con insegnanti non così ideologicamente sterilizzati, come quelli che invece ci informano (e formano) sin dalla nascita dell’età repubblicana.

  4. Pietro M. scrive:

    Buona idea quella di aumentare il pluralismo nelle scuole, anziché trasformarle in “centri di rieducazione per nemici di classe” come sono molti corsi, soprattutto di storia e filosofia, in moltissimi licei.

    Questo andrebbe contro decenni di politica culturale della sinistra, secondo cui – purtroppo giustamente – chi controlla il pensiero controlla la società, rendendo impossibile anche solo concettualizzare il liberalismo. C’è da dire che qui c’è poco da parlare di piano deliberato per imporre una neolingua, visto che le categorie concettuali del liberalismo sono completamente aliene alle normali dicotomie destra/sinistra, e richiedono una vera e propria rivoluzione filosofica per poter essere comprese.

    Andrebbe anche contro decenni di politica culturale della destra, secondo cui una barzelletta di Berlusconi fa guadagnare più voti di un libro di Hayek. Una cultura dell’analfabetismo, ovviamente una contradictio in adjecto, che ha pian piano alienato tutti i liberali che nel 1994 credettero a Berlusconi (nel frattempo si sono accumulati motivi anche più importanti per sentirsi alienati), e che testimoniava sin da subito una miopia e una mancanza di visione impressionanti. Il PDL è il risultato perfetto di questa mentalità.

  5. Beh, peró: non é che esista una legge per cui il taglio dell’insegnamento debba essere marxista. I programmi ministeriali sono abbastanza neutrali e lo sono stati per decenni, al di lá di questioni tutto sommato non importantissime (e adesso tutta l’area ex destra sociale mi mangia viva…). E’ che molti marxisti sono riusciti a proporre idee allettanti alla generazione di insegnanti che ci ha formato. In fondo, hanno vinto una competizione sul mercato culturale. Ora di attivarsi per invertire la tendenza, non siamo stati vittimizzati, siamo stati disattenti :-)

  6. Simona Bonfante scrive:

    claudia, hai ragione. infatti non credo affatto si tratti di vittimizzazione o marginalizzazione forzata della cultura liberale. credo si tratti più banalmente di una rimozione che affonda in tempi pre-unitari e che a mio avviso si spiega con la sostanziale alterità tra permissivismo cattolico e responsabilità liberale.

  7. Roberto scrive:

    ah si in USA per l’assistenza è proprio il paradiso… come per le pensioni immagino…

    Dal manifesto liberalsocialista di guido Calogero:

    “Ai liberali esso quindi dice: – Voi siete stati, in altri tempi, i protagonisti della lotta per la libertà, i primi alfieri della sua bandiera. Ma siete stati anche angosciati dall’incertezza circa il limite a cui vi fosse concesso di giungere nel disciplinare la libertà; e così, tra il desiderio dello stato forte e il timore di tradire la libertà per l’autorità, tra la nostalgia del laissez-faire e la simpatia iniziale per il fascismo, avete lasciato la libertà ai nemici della libertà, avete permesso alla dittatura di nascere, di crescere, di battervi. Il liberalsocialismo segna oggi il punto preciso che divide la libertà dall’autorità, chiarendo come la libertà sia solo per chi lavora per la libertà, e come per i suoi nemici ci sia la forza e la coercizione.”

  8. Silvio scrive:

    la solidarietà che discende dall’empatia può essere solo quella che si esercita in prima persona, quando un politico parla di solidarietà intende spendere i soldi di qualcun altro (contribuente); tra l’altro un pervicace luogo comune che discende forse dall’abusata formula “Stato sociale”, considera il libero mercato contrario alle aggregazioni sociali, mentre è proprio l’invadenza dello Stato che provoca l’atomizzazione e la disgregazione sociale, mentre la libera iniziativa porta gli individui ad associarsi spontaneamente per perseguire i propri fini. Riguardo la scuola: i programmi possono anche essere “neutrali” ma le classi, talvolta persino nelle elementari, vengono ampiamente usate per fare politica.

  9. Matteo Gianola scrive:

    Bell’articolo, mi ricorda veramente il principio, caro a Hayek dell’utilità generale che spesso coincide con l’utilità personale; uso ad hoc il termine utilità per segnare la continuità della scuola marginalista con l’evoluzione del pensiero liberale, ovviamente.

  10. Pietro M. scrive:

    Sì e no. Decisamente c’è stata una mancanza di base di liberali, quando Mises era giovane era forse l’unico liberale attivo rimasto in Europa, e durante gli anni ’60 non c’era forse un solo liberale vivo in Italia – famosa a riguardo la battuta di Martino, che da un convegno della Mont Pelerin Society tornò in aereo con l’altro membro italiano di MPS dicendo “se cade l’aereo non rimarranno più liberali”.

    Però l’enorme ritardo con cui furono tradotte le opere di Popper, Hayek, Leoni fu anche il risultato delle pressioni sugli editori. Negli anni ’70 pubblicare Popper era “quasi” illegale, dato il conformismo trinariciuto della “cultura” italiana dell’epoca. Del resto si sa: nelle università le idee si diffondono per cooptazione degli allievi da parte dei maestri, e muoiono per pensionamento di chi le propugna quando non ha più allievi. Anche grazie alla bancarotta intellettuale del marxismo, la situazione è molto migliorata negli ultimi 20 o 30 anni.

  11. Pietro M. scrive:

    Scusate l’ignoranza, ma il liberalsocialismo è qualcosa di culturalmente esistente o una moda intellettuale durata una stagione che non ha mai portato a nulla di rilevante? Istintivamente diffido di un’idea politica durata poco più di venti anni e che non si è mai diffusa al di fuori dell’angusto ambito culturale italiano.

  12. solo una domanda all’autrice dell’articolo:

    quali testi sul socialismo ha avuto modo di leggere ?
    perchè non vorrei che la sua sintesi avesse un’analisi parziale della questione facendo lo stesso errore che fanno alcuni pseudo intelligenti di sinistra di giudicare il liberalismo/liberismo solo su (alcuni) fatti storici e non sui testi.

    Voglio ricordare che Federico caffè, notoriamente keynesiano, era un grande estimatore di Francesco Ferrara, liberale e che in un famoso articolo del 23 maggio 1982 pubblicato su Il Manifesto prese le difese della politica estera di Margaret Thatcher contro l’Argentina chiudendo l’articolo con il famoso: “paradigma dell’economista è non spacciarsi da profeta”.

    meditate gente, meditate…

  13. Leonardo, IHC scrive:

    “Voglio ricordare che Federico caffè, notoriamente keynesiano, era un grande estimatore di Francesco Ferrara, liberale e che in un famoso articolo del 23 maggio 1982 pubblicato su Il Manifesto prese le difese della politica estera di Margaret Thatcher contro l’Argentina chiudendo l’articolo con il famoso: “paradigma dell’economista è non spacciarsi da profeta”.”

    Ah, se il discorso liberismo-socialismo deve far perno su una laude storica alla Thatcher per una controversia internazionale contro l’Argentina, tralasciando quindi quel che Lady ha fatto in tema di sindacati e lavoro, andiamo bene…

  14. Paolo scrive:

    Un chiaro e piacevole ripasso su cosa voglia dire essere liberale, necessario più che mai in un momento in cui va di moda definirsi liberali (solo) a parole, salvo poi smentirsi con i fatti.

  15. Leonardo, IHC scrive:

    Personalmente ritengo che le proteste studentesche che abbiamo visto abbiano poco a che fare con il rapporto liberismo-socialismo; se (e dico: se) i motivi sono quelli dei personaggi che sono stati portati in TV, si trattava solo di una dimostrazione politica contro uno schieramento con la scusa di una riforma (parola grossa) universitaria.

    La popolazione studentesca italiana non può essere fatta di milioni di “costituzionalmente meritevoli di assistenza economica allo studio”, le persone “meritevoli” sono sempre poche, a meno che non si parli di “merito a qualsiasi cosa” solo in quanto essere umani; le cose che ho sentito (e saranno pure solo una parte della verità, ma le ho sentite) riguardavano soldi per tutti, studenti e prof, quei prof che invece di insegnare in prima persona lasciano fare ai ricercatori (e i ricercatori mica si incavolano di venir così presi in giro, macché); fosse stata una cosa seria avrebbero dovuto schierarsi contro la possibilità dei prof di fare in contemporanea altri lavori, avrebbero dovuto schierarsi sui tagli all’istruzione operati in luogo di altri tagli possibili (ad esempio le pensioni, i sussidi alle industrie, i vantaggi fiscali alle coop….).

    La popolazione studentesca, o parte di questa, ha una gran voglia di protagonismo politico (“ci dovete ascoltare, e se ci ascoltate ma non ci date ragione, dovete pure darci ragione, e se non ci date ragione andiamo in piazza lo stesso”).

    Scusate, ma dall’alto dei miei miseri 36 anni sono molto deluso dai ragazzi.

  16. Pietro M. scrive:

    Leonardo:

    è una generazione cresciuta a pane e diritti positivi, che ti aspetti? Cos’è un diritto positivo? Un diritto sul lavoro altrui, una corvèe imposta a chi produce, una forma di servitù. Ogni volta che una persona produce un euro di ricchezza, ci sono milioni di persone pronte a chiederne una parte cospicua per i propri scopi. Che razza di giovani vuoi che escano fuori da questa mentalità? Il parassitismo come principio non passa alcun test di eticità, ma il pensiero politico contemporaneo ne ha fatto un così perfetto rebranding che ora passa per il fondamento stesso della società. La risposta eticamente giusta ad una pretesa positiva è “e tu che mi dai in cambio?”. Forse se si cominciasse a ragionare così questi giovani, invece di protestare, comincerebbero ad impegnarsi a studiare e a cercare un posto in società da cui cominciare a contribuire ad essa, anziché chiedere chiedere chiedere come bambini viziati.

  17. Piero Sampiero scrive:

    Condivido l’articolo.
    Una prosa e dei contenuti, che finalmente non rispondono ai cliché di quello che definisco ‘liberalismo snob’, ovvero rigorosamente attestato sul mercato, lo scambio, il profitto personale, e che non accetta contributi culturali differenti nello spirito appunto della molteplicità dei modi d’essere liberali, nella ricerca anche pragmatica per realizzare una società aperta ed equa.

    Da che cosa dipende ‘l’ignoranza’ dei giovani studenti?
    Soprattutto dalla mancanza di comunicazione e diffusione nei mass-media e nelle istituzioni culturali, in primo luogo l’università, dei temi organici della libertà.

    E’ mancata la rivoluzione liberale, che avrebbe dovuto adottare un ‘gramscismo’ culturale di segno opposto a quello che, tuttora, domina la comunità nazionale contemporanea, nonostante l’avvento del cosiddetto centro-destra, il quale ha dato solo indicazioni negative del mondo liberale neo-conservatore e popolare, che avrebbe dovuto costituire la spina dorsale di un governo moderato.

    Il lavoro da fare in questo senso è immenso.
    L’auspicio è che venga svolto con impegno nel presente, con tutti gli strumenti utili per cancellare banalità e luoghi comuni, accendendo nuove speranze ed idealità per le giovani generazioni.

  18. fittipaldi salvatore scrive:

    Detto questo, un poco di “socialismo” non guasta!!!!!

  19. @Alessandro Cascione: io mi riferivo alla socialdemocrazia come viene proposta dal mainstream di sinistra oggi (grosso modo il PD), e per quello mi concentravo sul ruolo dello Stato come luogo della redistribuzione e anche dell’indicazione di alcune prioritá morali. Si puó discutere sul fatto che non fossero questi i valori originari del marxismo, del socialismo utopistico, della contestazione sessantottina; solo per citare tre filoni che hanno contenuti assai eterogenei tra loro. Ma io mica devo fare il debunking delle idee socialdemocratiche ;-) Non mi pare peró di aver fornito una rappresentazione faziosa delle stesse, almeno per come prevalgono nel dibattito politico in Italia e oggi. Laddove invece contestavo la tendenza di molti a rappresentare il liberalismo come cosa molto diversa da quella che é.

  20. Valter Grossi scrive:

    Eccellentre articolo!
    Il liberalismo è una teoria politica, che si basa sulla limitazione del potere, attraverso l’etica della responsabilità individuale beil principio di tolleranza.
    Non essendo una ideologia in senso stretto consente una certa varietà di interpretazioni, differenti quanto legittime, sia in termini culturali, che politici.
    In so si rispecchiano una certa varietà di posizioni politiche e gradazioni economiche, che vanno dal neo-liberalismo dei libertarians, passando per il liberalismo classico, al liberalismo sociale.
    Resta il fatto che già nel pensiero dei moralisti scozzesi se ne possono individuare delle origini di natura etica.
    Consiglierei agli appassionati dell’argomento di recuperare un bel libro sull’agomento, “L’età liberale” di Valerio Zanone.

  21. Marcello M scrive:

    Purtroppo il problema è che il liberalismo non conviene. Prendiamo un tassista. Gli conviene liberalizzare le licenze? NO perché perde la sua “liquidazione” (quando si pensiona vende la sua licenza a un giovane) e perde la possibilità di fare cartello (per ogni città ci sono solo un tot di persone che possono fare i tassisti.. per cui i prezzi restano alti). Da un punto di vista liberale gli conviene? Certgo.. Se si liberalizzassero tutti i settori del mercato, inclusi i taxi, prendere un taxi costerebbe molto meno e lui guadagnerebbe molto meno ma pagherebbe anche molte meno tasse. Inoltre ogni volta che dovrebbe acquistare un bene o un servizio (un volo aereo, un avvocato, andare in farmacia) lo pagherebbe meno. Alla lunga.. gli conviene.. ma siamo nel paese del “Meglio un uovo oggi..:”

  22. Giordano Masini scrive:

    Ci sono tante ragioni per cui si è consolidato l’equivoco di cui parla Claudia. Una che mi viene in mente è che di fronte a uno Stato così onnipresente e così poco funzionante la reazione più diffusa è quella di aspettarsi uno Stato altrettanto onnipresente ma almeno un po’ funzionante.
    Che poi quest’attesa prescinda completamente da ogni logica e da ogni banale calcolo aritmetico sulle risorse economiche è altro discorso, ma finora ha poco appeal su chi considera lo Stato così com’è come se fosse una parte stessa del paesaggio.
    Poi, se è vero il principio in base al quale ogni privilegio o rendita concessa a una minoranza risulta tollerabile dagli altri cittadini solo se a ciascuno di essi è concesso di far parte di una minoranza in eguale misura privilegiata, ed è questo processo ad aver creato l’Italia che conosciamo, è comprensibile la paura che un effetto domino al rovescio possa lasciare qualcuno in mutande e qualcun altro no.

  23. daniela scrive:

    Articolo interessante, anche se la discussione richiederebbe più tempo e spazio. Vorrei portare il dibattito su un piano più concreto ponendo la seguente domanda: quando afferma “lo Stato è garante della legalità e della sicurezza, interviene nei casi in cui le strutture sociali spontanee – come il mercato – producano, …..distorsioni non rimediabili” non crede che una di queste distorsioni siano proprio le diseguaglianze economiche?? in un mondo ideale in cui tutti hanno identiche possibilità e opportunità di partenza, a mio avviso, ha senso parlare di risultati individuali in base al merito e alle capacità e scelte individuali, ma diseguaglianze economiche equivalgono a diseguaglianze di opportunità e possibilità. Libertà sostanziale è a mio avviso questa. Generalizzare non porta mai da nessuna parte.. Ognuno di noi è responsabile delle proprie scelte, ma non si può purtroppo ridurre il discorso al senso di responsabilità personale …. la realtà è molto diversa e complicata. Per quanto riguarda lo Stato, altro mio interrogativo: guardiamo il caso della scuola .. vi sembra giusto (e liberale) che uno stato tolga risorse (delle tasse) alla scuola pubblica (io ai miei figli dò anche la carta per asciugarsi le mani, con i genitori inizio anno creiamo un fondo per fare le fotocopie …)e continui a darli alle scuole private?????? Credo ci sia qualcosa che non va!! Stato Sociale a mio avviso non deve significare stato assistenzialista, che potrebbe determinare minore senso di responsabilità personale, ma Stato che ha il compito di garantire le libertà sostanziali, e non solo formali, sapendo “accompagnare” la singola persona nel suo percorso di vita … (consiglio lettura del libro “organizzare l’altruismo. Globalizzazione e Welfare” ed. Laterza di Treu, Ceruti). C’è ancora molto da fare per migliorare le cose nel nostro paese, ma se al centro di tutto ci fosse il bene e il rispetto della persona, (e non di lobby, corporazioni, categorie ecc…) allora le cose potrebbero cambiare più velocemente… (parere personale!)

  24. Pietro M. scrive:

    In Italia si spera di rimanere ricchi impedendo agli altri di produrre più ricchezza, è come correre la maratona prendendosi a mazzate sulle ginocchia.

  25. libertyfighter scrive:

    Complimenti per l’articolo e complimenti anche ai vari commentatori. Tra cui Pietro M. che ho come il sospetto di conoscere di persona :P

    Due considerazioni.
    1) Il liberalsocialismo è un ossimoro. Mai perdere di vista Mises nell’analisi delle dottrine politiche. Siccome è un ossimoro, è una stronzata, sia che duri ancora, sia che sia sparito.

    2) Ci sono tanti modi di intendere il liberalismo. Vero. Il “liberalismo sociale”, non è uno di questi, sempre in ragione della natura ossimorica di liberalismo e socialismo.
    Ovviamente se per “sociale” intendiamo ciò che si intende oggi. Se poi si intende socializzare con gli altri, allora beh….

    3) La scuola.
    Finché la scuola sarà pubblica, gli insegnanti saranno pagati e tutelati dallo Stato e, salvo rarissime eccezioni, non potranno far altro che difenderlo e raccontarci quanto sia bravo. I programmi possono essere neutri quanto vuoi, ma i professori sono dipendenti pubblici. Sindacalizzati, schierati ed allineati. Se volete un programma liberale a scuola, la prima cosa da fare e liberalizzare la scuola. Non puoi avere un programma scolastico liberale se lo stato è socialdemocratico ed assume e paga gli insegnanti.
    Il che ci pone in un circolo vizioso distruttore di società, perché nel breve volgere di poche generazioni rincoglionite dalla propaganda socialista scolastica, le riforme socialiste aumenteranno e rincoglioniranno sempre più persone.
    Da un punto di vista scientifico, sarebbe utile provare a teorizzare il momento di rottura di questo ciclo.

  26. Michele Dubini scrive:

    Su un’unica cosa ho un piccolo appunto da fare.

    “Il concetto di diritti inalienabili del singolo uomo in quanto tale è proprio della tradizione giusnaturalista liberale, non di quella giuspositivista che da Hobbes arriva a Hegel e a una parte della sinistra massimalista individuando nello Stato la fonte del diritto”

    Vero, ma attenzione. Il giusnaturalismo può essere usato per storture e per attribuire un “diritto alla vita” declineato nel senso che è impossibile disporre della propria esistenza chiedendo l’interruzione di un trattamento terapeutico (proprio perché cozzerebbe con quel diritto inalienabile).

    Trovo molto più sicuro il sistema giuspositivistico che non è “neutro”; incarna anche lui dei valori, che sono quelli dello stato costituzionale di diritto e che permette DAVVERO di esprimere istante e valori liberali.

    L’antitesi giusnaturalismo=liberale, giuspositivismo=non liberale, si interrompe con Hans Kelsen che oltre a essere giuspositivista era un liberale a 360°

    Per il resto, ottimo articolo :)

  27. Pietro M. scrive:

    Michele Dubini: se il liberlaismo nel XX secolo è morto, lo dobbiamo anche al giuspositivismo, che è la giustificazione ideologica dell’onnipotenza del Parlamento nel processo di creazione delle leggi. Se Bastiat parlava di Legge con la L maiuscola per indicare la certezza della proprietà degli individui contro gli abusi del potere, è grazie alla folle idea che la legge, con la L minuscola, sia solo ciò che lo Stato dice essere di fatto apre la porta a qualsiasi abuso del potere sui diritti individuali. Una volta che il diritto diventa la volontà arbitraria del parlamento, non ha più senso parlare di legalità, se non in senso puramente formale e privo di contenuti, perché ogni cosa può essere dichiarata illegale. Quando dici che il giuspositivismo è compatibile con lo stato di diritto, sarebbe meglio dire che il giuspositivismo è una dottrina totalitaria che può essere temperata dai valori dello stato di diritto.

  28. Pietro M. scrive:

    Daniela:

    la disuguaglianza è una distorsione di mercato?

    Albert Einstein ha sempre avuto idee migliori degli altri. Martina Colombari è sempre stata più gnocca delle altre. Tyson Gay ha sempre corso più rapidamente degli altri. Sean Connery ha sempre recitato meglio degli altri (a parte Berlusconi che è bravissimo).

    La disuguaglianza è naturale: ci sono persone con tanti talenti, e persone con poco, persone brave a fare una cosa che rende tanta ricchezza, e persone con talenti che nessuno apprezza, persone in grado di eccellere in alcuni campi, e persone che hanno difficoltà a rimanere sopra la media in qualsiasi campo in cui operano.

  29. Pietro M. scrive:

    Daniela:

    “C’è ancora molto da fare per migliorare le cose nel nostro paese, ma se al centro di tutto ci fosse il bene e il rispetto della persona, (e non di lobby, corporazioni, categorie ecc…) allora le cose potrebbero cambiare più velocemente… (parere personale!)”

    Purtroppo ciò è impossibile, o quasi.

    La teoria economica ha dimostrato che i gruppi di interesse organizzati hanno costi di transazione inferiori della massa delle persone nell’accedere ai processi politici, e posso dunque in ogni ambito istituzionale ottenere privilegi a spese del resto della società. Inutile aspettarsi che le persone divengano improvvisamente buone: bisogna eliminare il generatore di privilegi che rende possibile tutto ciò, e cioè la creazione di leggi e regolamenti di parte, il cui scopo è avvantaggiare o svantaggiare questo o quell’altro gruppo. “La vita, la libertà e la proprietà di nessuno solo al sicuro quando è riunito il Parlamento”, dice un motto americano. Sulla vita forse oggi è un’esagerazione, ma su libertà e proprietà non ci sono dubbi…

  30. lucacetp scrive:

    Con il tuo articolo confermo (meglio: ritrovo confermata) la mia natura di liberale moderato d’ispirazione europea (anche se non propriamente “in senso” europeo), con qualche sforamento “à la Sen”. In fondo il problema resta quello delle opportunità (Filosofi, economisti, e tutti gli altri: definirle!) e del significato delle diseguaglianze, che la storia dimostra siano funzionali all’aumento del benessere (definirlo!) delle persone, una cui componente fondamentale per me resta la libertà di fare delle scelte (ir)razionali :) Scusate se sono troppo banale, ma vivo il paradosso del neo-utilitarista con preoccupazioni moderatamente libertarie, per cui perseguo (molto idealmente, ca va sans dire) la massima felicità per tutti, convinto che solo ciascuno possa decidere quale sia la propria.

  31. @Daniela: la questione é in effetti molto importante. Visto che oltre che liberale sono anche cattolica (in fondo se poteva essere tutt’e due le cose Tocqueville posso farlo anche io, clericalismo di alcuni cattolici italiani a parte), io tendo a pensare che l’esistenza di differenze tra le persone sia una ricchezza che permette di arricchirsi a vicenda. Non é scritto da nessuna parte che tutti debbano fare l’economista o tutti il calciatore; c’é chi é piú bravo a fare una cosa e chi ne fa meglio un’altra, e non tutte queste cose sono valorizzate dal mercato nello stesso modo, ma non lo vedo come un problema.

    E’ piú importante in senso oggettivo un investment banker con un bonus di due milioni di euro l’anno o un field organizer di Medici Senza Frontiere, che guadagna molto meno (per una questione di redditivitá in termini monetari della sua attivitá) ma rende un enorme servizio alla comunitá? Ci sono persone che vogliono raggiungere il primo obiettivo, altre che preferiscono il secondo. Molti stanno in mezzo: siamo contenti se guadagnamo bene, ma siamo contenti pure se collaboriamo con Libertiamo senza vantaggi economici.

    La cosa fondamentale é che esista un sistema educativo in grado di scoprire il talento di ciascuno e valorizzarlo adeguatamente, in modo da non avere persone che sarebbero felici ad avere una piccola impresa di ristrutturazioni edili ma finiscono alle Poste, e viceversa. Ovviamente ció deve essere fatto per tutti, indipendentemente da ricchezza e cultura della famiglia d’origine: altrimenti non é un sistema veramente liberale. Qui si apre poi una ulteriore riflessione su come debba essere fatto il sistema educativo, ma é per il futuro…

    Mi rendo conto che questo discorso suona decisamente utopistico, perché poi sappiamo tutti che la catena di montaggio non é una bella esperienza e che molto spesso le condizioni di partenza influiscono molto piú di quanto sarebbe compatibile con una qualsiasi buona teoria delle giustizia. Ritorneró su quest’argomento, e sulla differenza tra assistenza ai poveri e rimozione delle disuguaglianze (Feldstein ha detto ottime cose al proposito), magari in un pezzo ad hoc; peró volevo citare per ora quanto non necessariamente si debba ritenere che tutti hanno la stessa metrica nel definire gli obiettivi della vita, e non per forza l’ineguaglianza economica sia una maledizione. Ci ritorno.

  32. Renzo Manassero scrive:

    L’articolo è stupendo ; mi viene solo una grande tristezza pensare che la cultura italiana (non so altrove)sia così avulsa da queste idee.

  33. @Michele D.: osservazione pertinente e intelligente. Il punto é che anche sui diritti naturali in un certo modo é necessario accordarsi, nel senso che esistono aree grige sulle quali la conoscenza scientifica non é ancora abbastanza avanzata o piú spesso non puó dare una risposta, e quindi brancoliamo un po’ nel buio. Casi tipici sono: gli eventuali diritti del nascituro; la disponibilitá o meno della vita in capo al soggetto (e quindi eutanasia etc); e via dicendo. Questi temi hanno meno evidenza morale universale rispetto a, che so, il diritto di una bambina giá nata a non essere soppressa in quanto femmina. E quindi hai ragione, si insinuano tentazioni non propriamente liberali nel trattare questi temi.

    Peró secondo me la questione sta nel metodo della domanda. Una cosa é dire: non abbiamo una definizione precisa di tutti i diritti naturali, per ignoranza, condizionamenti etc, per cui sappiamo che comunque i diritti dell’uomo pre-esistono al patto sociale, ma non siamo certi nel definirli in modo esaustivo. E questo é un approccio che mi piace. Altra cosa é dire: riteniamo che i diritti siano generati dal patto sociale, idea con la quale mi trovo in disaccordo filosofico. JMHO ovviamente.

  34. Michele Dubini scrive:

    Uhm, ti dirò qualcosa che forse potrebbe suonarti provocatorio. I diritti naturali in senso STRETTO, non esistono.

    Quando diciamo “i diritti naturali dell’uomo” sono X e Y non stiamo facendo altro che porre un giudizio squisitamente ideologico. Il richiamo al diritto “naturale” non è che un modo per rafforzare le proprie posizioni, ricorrendo a un escamotage che frutta ancora molto.

    Non sto dicendo che si dovrebbe tornare a uno stadio di homo homini lupus. Sto dicendo che i diritti, anche quelli fondamentali sono sì generati dall’apparato statale (il quale non si occupa di tutelare diritti preesistenti…ma li crea!) seguendo quelle linee di liberalismo e di autodeterminazione che tanto hanno caratterizzato il nostro continente. Dal punto di vista etico e sociale, tutto quadra; assicurare la proprietà privata è il modo migliore per evitare conflitti e risponde a quell’esigenza e istanza di autodeterminazione che si è fatta sempre più strada nei secoli scorsi (quindi il diritto in fondo non è che un “esigere”, una “richiesta”, una “presentazione di istanze”). Potrei fare decine di altri esempi (libertà nel morire, libertà di compiere qualsiasi atto che non leda un altro individuo, libertà di vivere…)

    A ben vedere, è il giuspositivismo, non il giusnaturalismo (che significa tutto e il contrario di tutto) lo strumento più adatto per proteggere l’autonomia e l’autodeterminazione degli individui.

    In virtù di quanto scritto, beh, l’ordinamento giuridico sovietico e l’ordinamento giuridico americano A MERO LIVELLO FORMALE hanno la stessa validità. Ma loro efficacia, il loro rispetto dell’autonomia individuale, delle istanze di laicità, delle istanze di autodeterminazione e il loro grado di “civilità” (che raggruppa tutto questo e non solo) sono ambivalenti.

  35. Pietro M. scrive:

    Lo Stato crea il diritto? E la lex mercatoria, gli arbitri privati, il diritto comune, il diritto internazionale? Una volta che lo Stato si ritiene – erroneamente – sia l’unica fonte del diritto, è aperta la strada ad ogni abuso del potere. E puntualmente così è stato.

    Non è strano che gli unici paesi liberali non erano basati sul diritto civile, ma sul diritto comune, che è il meno politicizzabile?

    Ovvio che il diritto naturale non esiste: il diritto è normativo, si fonda su giudizi di valore. Ma non significa nulla: è un giudizio di valore anche obbedire ai diktat della classe politica.

  36. Euro Perozzi scrive:

    Molto bello.
    Molto bello l’articolo e il dibattito… (ma dove sono tutte quest persone cosi competenti di solito? perchè sui media arriva solo la solita m.? ). Ho un dilemma: nella società in cui viviamo sembra che gli unici che si ispirino ad alcuni principi “liberali” a modo loro siano le organizzazioni criminali…. Ho anche la sensazione che il problema avrà sempre più impatto nella società, negli “anticorpi” sempre meno diffusi, dall’articolo si può intendere che la diffusione dei sani principi di responsabilità personale dovrebbero aumentare la capacità di autodifesa della società, non molto differentemente la magistratura potrebbe autorieducarsi e superarare gli squilibri attuali….
    Ha senso ciò che penso?

  37. Michele Dubini scrive:

    @Pietro M: Anche nei paesi anglosassoni lo Stato crea diritto, in quanto la magistratura non è che una “longa manus”. Semplicemente avviene per vie diverse. E quando si dice “lo Stato crea diritto” devi andare oltre all’immagine Parlamento-Governo. Stato è anche il cittadino, in quanto partecipa in esso sia da un punto di vista politico-decisionale (votando), che giuridico (ad esempio, l’autonomia contrattuale stabilita all’Art. 1322 del Codice Civile). A ogni livello vi è produzione E applicazione del diritto.

    Civil Law e Common Law rispettano ENTRAMBI questa considerazione; semplicemente, usano strumenti diversi per raggiungere lo stesso risultato (e considero il Civil Law – in virtù della non-vincolarità del precedente giudiziale – quello con più possibilità e con più “orizzonte”. Ma è un giudizio personale.).

    @Euro Perozzi: Beh…al massimo le organizzazioni criminali si ispirano a principi ultra-liberiste del tutto decontestualizzati dalla loro dimensione di “liberalismo politico”. Per il resto, non hanno nulla di liberale nell’opprimere e schiacciare le libertà altrui. Per quanto riguarda il resto del discorso, quello di cui c’è bisogno è una bella dose di responsabilità individuale e di senso dello Stato (personalmente non vedo molti squilibri della magistratura, però).

  38. daniela scrive:

    mi piace questo scambio di idee rispettoso!! Comunque per chiarire: sono perfettamente consapevole che siamo diversi, che ognuno di noi ha capacità, talenti, aspirazione diverse!! E che ognuno di noi è in parte frutto delle scelte che fa!! Mi riferivo alla diseguaglianza di opportunità intesa come di condizione: due soggetti con pari aspirazioni e capacità possono avere destini completamente diversi e non perchè uno meno responsabile o meritevole dell’altro ma perchè uno ha una famiglia, una rete sociale che gli consentono di studiare, pagarsi master e purtroppo in Italia o per lo meno dalle mie parti, trovare più facilmente lavoro ecc.. un’altro non può permettersi nemmeno l’università, soprattutto se privata!! La vita e molto più complicata purtroppo delle teorie, di qualunque “tipo” esse siano!!

  39. matteo dell'elce scrive:

    che il civil law non abbia la vincolatività del precedente non mi pare corretto. la giurisprudenza ha un peso notevole nelle pronunce dei giudici ad ogni livello…

  40. Michele Dubini scrive:

    @Matteo dell’alce: Nel nostro ordinamento le sentenze di Cassazione fanno scuola, vengono spesso prese a modello, hanno fondato persino professioni stragiudiziali o stra-ordini professionali…ma non hanno la validità legale di precedente come in Inghilterra. Hanno peso? Sì. Ma è ben diverso dal dire “la questione X è risolta perché la sentenza Y già la tratta” (al massimo è una prova in più, ma non è LA PROVA, come nei sistemi di Common Law). E questo per me (nonostante le prime apparenze) è un bene.

    @Daniela: Beh, tecnicamente la Repubblica dovrebbe promuovere i meritevoli e permettere loro – qualunque sia il loro reddito – di raggiungere i livelli più alti dell’istruzione (Art.34). Nella pratica, questo principio si esplica nelle borse di studio e in “prestiti” statali…peccato che le borse di studio siano pochissime rispetto al numero di studenti.

  41. Lucia scrive:

    Ho letto l’articolo della giornalista Biancotti e mi pare molto interessante, anche se non ricorda la famosa storiella della mucca ai tempi del comunismo, cioé che se un comunista ha una mucca, la consegna allo Stato e ogni giorno và a ritirare un bicchiere di latte, un liberale (americano), se ha una mucca, si cerca un toro e crea un allevamento.
    La differenza é che i liberali non dovrebbero, a mio parere, cercare di togliere qualcosa ai ricchi, un po’ alla volta come vogliono i socialisti, o tutto in una volta, come vogliono i comunisti,e dare qualcosa ai poveri, ma cercare in tutti i modi di far si’ che anche i poveri, se lo vogliono, possano diventare ricchi nella legalità, cosa che in Italia, per esempio, viene impedita, secondo me per una atavica invidia verso chi sta, forse, meglio, e non si cerca minimamente di migliorare la propria situazione con i propri mezzi. Perno di questo, e mi rivolgerei all’onorevole Benedetto Della Vedova, che sa unire riflessione e capacità di fare, sarebbe la mitica riforma fiscale, che dovrebbe, ormai é un mantra, togliere anche del tutto le imposte sul reddito, qualsiasi esse siano, e incentrarsi su quelle indirette, in particolare quella sulle eredità, quella per esempio che Tocqueville avrebbe voluto vedere negli Stati Uniti. Ma il discorso sarebbe troppo lungo, anche se, secondo me, fondamentale. Saluti. Lucia

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Libertiamo, Libertiamo. Libertiamo said: Le proteste studentesche e gli equivoci sul liberalismo: – Le proteste studentesche delle scorse settimane hanno… http://bit.ly/gHATdN […]

  2. […] un articolo, comparso oggi su Libertiamo, che comincia a correggere questi errori di interpretazione. […]

  3. […] link: http://www.libertiamo.it/2010/12/21/le-proteste-studentesche-e-gli-equivoci-sul-liberalismo/ […]