di SIMONA BONFANTE – Caro direttore De Bortoli, al Cdr del suo giornale non vanno giù i tagli, i sacrifici. Non gli va di rinunciare a quel baluardo della libertà di stampa che è la “tutela contro i trasferimenti coatti”. Non gli va, poi, sempre in nome della libertà, la disparità di trattamento contrattuale tra loro – gli insider – e i nuovi. A costoro verrebbero infatti poste condizioni talmente “discriminanti” da risultare offensive per il “principio di eguaglianza e di equità”.

La libertà, per uno che di mestiere fa il ‘formatore dell’opinione pubblica’, è una cosa seria. Talmente seria che io, per dire, ho scelto di fare la free. Contratti mai. Cessione dei diritti d’autore, è così che funziona. Funziona che il rapporto con la testata – la frequenza di pubblicazione, il rilievo dei pezzi, il compenso, la flessibilità della committenza – io me lo gioco sulle mie capacità. Punto.

Il mio business ha subìto una batosta pazzesca con la crisi: meno committenti, compensi più bassi. E questo a prescindere dall’apprezzamento per le mie qualità professionali. La contrazione del mercato pubblicitario ha comportato il taglio dei costi – meno pagine, ad esempio. E non potendo tagliare sugli insider – assunti, a vario titolo, dunque inamovibili – i giornali hanno tagliato sui collaboratori esterni.
È comprensibile che sia così, alle condizioni attuali del mercato del lavoro editoriale italiano – il blocco corporativo, la sostanziale staticità del sistema e la sua attitudine conservativa. È comprensibile, cioè, che in queste condizioni fare i free in Italia – dunque scommettere sul proprio valore e sul valore della propria indipendenza – non convenga per niente. È comprensibile, ma non è bello, non è economicamente sensato, non è funzionale alla qualità ed alla prosperità del mercato.

Un free può competere al massimo con un altro free, non con un contrattualizzato – perché quello, dalla sua, ha l’armatura legale, l’armatura sindacale, l’armatura corporativa. Il free, come arma, ha invece solo la professionalità e, appunto, la sua libertà. Parametri evidentemente subordinabili, per i colleghi del Cdr, al diritto all’eguaglianza. Ora, mi chiedo, qual è esattamente l’argomentazione logica che porta a sostenere che ‘più uguali’ significhi anche ‘più liberi’?

Insomma, direttore, a me le condizioni che ponete lei ed il suo editore – le dirò – vanno benissimo. Anzi, sa cosa c’è? Che io il contratto non lo voglio neppure. E poi, se solo potessi dedicarmi al web e lasciare il cartaceo a chi sta particolarmente a cuore vergare la carta stampata, beh, lei non sa quanto ne sarei lieta – perchè l’interazione coi lettori che l’online permette, le loro critiche, i loro spunti – non solo arricchiscono il mio lavoro, non solo mi impongono disciplina e rigore, non solo nutrono la mia motivazione a fare meglio – per loro, per me, per il giornale – ma soprattutto mi costringono a rimanere ‘connessa’ a quella realtà che – mi permetta l’insolenza – il giornale di carta ha piuttosto la tendenza a raccontare come fosse una proiezione di sé.
Sa, direttore, c’è una fila così là fuori, di liberi ‘formatori della pubblica opinione’ che, senza blindature contrattuali, passano quotidianamente la prova-lettore: blogger, contributori di testate online, autori trade-off cartaceo-web.

Il regime egalitarista, cioè illiberale, che il Cdr del suo giornale caldeggia, ad una come me, ad uno come loro, fa un tantino paura. Dopotutto siamo sempre l’unico paese occidentale che, a tutela della professione, mantiene un Ordine corporativo che pretende di opzionare la libertà di informare alla discrezionalità dei ‘censori competenti’, quegli stessi che si arrogano il diritto di zittire un iscritto che, come qualunque altro cittadino ha facoltà di esprimere la propria opinione in piena libertà, e che come ogni cittadino ha un solo vincolo alla sua libertà: la legge (che, va da sé, implica anche la libertà di trasgredirla, accettandone la sanzione). Un’attività discrezionalmente censoria, quella dell’Ordine, esercitata in nome di che, esattamente? Ah, sì, la libertà di informazione.

Allora, direttore, che dice: lo spiega lei al suo Cdr cosa vuol dire davvero libertà?