Rinnovabili, perché gli incentivi scoraggiano l’efficienza

– Le commissioni parlamentari hanno iniziato l’esame del decreto di recepimento della direttiva sulle rinnovabili, che fissa l’obiettivo di copertura del 17% dei consumi energetici da fonte rinnovabile per l’Italia entro il 2020.
L’Italia è in ritardo. Il decreto doveva essere adottato entro il 5 dicembre 2010. Invece, il Consiglio dei Ministri ha licenziato il provvedimento solo la settimana scorsa e si attende ora il parere della conferenza unificata stato-regioni-enti locali e delle commissioni di Camera e Senato. Ieri il sottosegretario Saglia ha acconsentito ad una proroga dell’esame in Parlamento fino alla fine di gennaio; pertanto, il decreto sarà approvato in via definita solo a febbraio, con due mesi di ritardo sulla tabella di marcia decisa a Bruxelles.

Due i binari su cui si muove la riforma in materia di energia rinnovabile: il regime di autorizzazione e gli incentivi.
Le misure di semplificazione burocratica non mancano, a partire dal raccordo operato tra la procedura di valutazione ambientale e il procedimento di autorizzazione, ma il decreto rischia di riaprire una falla laddove prevede un procedimento separato per le opere di connessione alla rete che servono più impianti di produzione. Il pericolo è quello di tornare alla situazione di qualche tempo fa, quando gli impianti di produzione venivano autorizzati senza che il proponente e la regione responsabile del procedimento si preoccupassero di prevedere le linee necessarie all’immissione in rete dell’energia prodotta. La conseguenza è stata in molti casi la realizzazione di cattedrali nel deserto, impianti incapaci di immettere in rete l’energia generata.

Oggi, con i gestori di rete posti di fronte a richieste di connessione per una potenza pari a 180 mila MW, ossia più del triplo del fabbisogno energetico italiano, la situazione è più che mai scottante.
Il dato sulle richieste di connessione, senz’altro surreale, rappresenta anche un sintomo di un fenomeno singolare, ossia lo sviluppo di un mercato delle rinnovabili fatto di carta. E qui veniamo al capitolo sugli incentivi. I consistenti sussidi riconosciuti al settore, uniti ad una normativa complessa e ad un’alta discrezionalità delle amministrazioni competenti contribuiscono a creare un mercato in cui non conta tanto ciò che si produce, quanto l’ottenimento del titolo autorizzativo, del pezzo di carta.

In prospettiva, per emancipare il settore dai sussidi si impone una razionalizzazione e una semplificazione dei sistemi di incentivazione. Alcune misure tendono a questo obiettivo; su tutte l’abolizione, dal 2015, del regime dei certificati verdi, un meccanismo che, pur costando ogni anno ai consumatori circa un miliardo di euro all’anno, non è riuscito neppure a dare certezze agli investitori, poiché il valore dei certificati rilasciati ai produttori, dipendendo da troppe variabili esogene, fluttua nel tempo in modo poco prevedibile.
Ma la riforma degli incentivi prevista dal decreto rischia di condurre a nuove distorsioni. Si prevede, infatti, che le nuove tariffe incentivanti siano determinate applicando come criterio l’adeguata remunerazione dei capitali investiti. Di fatto, si intende garantire sussidi più elevati alle tecnologie più costose e meno efficienti e si vogliono penalizzare gli impianti di più grossa taglia perché capaci di realizzare “economie di scala”. L’approccio ora descritto non fa che premiare l’inefficienza, scoraggiare l’innovazione e allontanare gli obiettivi di crescita del settore.

Di contro, se incentivo deve essere, la fissazione di una tariffa unica, o, al limite, ad una diversificazione degli incentivi che premi gli impianti a minor impatto sull’ambiente e sul paesaggio favorirebbe l’efficienza di sistema. Prevedendo un’unica tariffa incentivante, le fonti rinnovabili sarebbero “messe in concorrenza tra loro” e, con l’ottimizzazione del regime di aiuti, ne trarrebbe vantaggio il consumatore su cui gravano i relativi oneri. Prevedendo una tariffa che premia le tecnologie meno invasive e meno impattanti sul territorio, invece, si ottimizzerebbe il sistema sotto il profilo dei costi ambientali. Delle tre ipotesi – tariffa proporzionata ai costi, tariffa unica, tariffa eco-incentivante – la prima, che ha finora informato il sistema e su cui si fonda anche la riforma, è la meno proficua.
Risponde piuttosto ad un atteggiamento radicato nella classe di governo, propensa a disegnare forme di incentivazione autoreferenziali; in altre parole, a giustificare il sussidio con il bisogno stesso del sussidio.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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