WikiLeaks, gli inganni dell’open diplomacy

– Julian Assange è una personalità enigmatica. Dai ritratti, che i giornali di tutto il mondo hanno dipinto del fondatore di WikiLeaks, emerge l’immagine di un idealista ribelle, allergico all’autorità e romanticamente anarcoide. Come non subire il fascino di menti geniali, che riescono a imporsi all’opinione pubblica internazionale? E’ semplicemente impossibile. Puoi pure considerare Wikileaks una gigantesca balla, ma non puoi non riconoscere ad Assange la dignità della rarità. E’ per questo che il mandato d’arresto internazionale per molestie sessuali (o, meglio, per sesso non protetto) appare nient’altro che un vile stratagemma per incastrarlo.

La capacità dei giovani programmatori, che sanno infiltrarsi in sistemi di sicurezza e corrispondenze riservate, creando in un instante network orizzontali, è forse hackeraggio etico? A mio avviso, c’è almeno una differenza di non poco conto tra l’attività di chi s’intrufolava nel sistema della Banca d’Italia per dimostrarne la fallibilità, e chi oggi svela informazioni riservate per contestare radicalmente la politica di segretezza di quelle corrispondenze. Nel secondo caso, infatti, non si chiede agli Stati Uniti di migliorare gli standard di sicurezza del Dipartimento di Stato nella sua rete con le ambasciate sparse all’estero, ma si pretende di sovvertire quel sistema, giudicato intrinsecamente illegittimo.

Chi esalta lo spirito pacifista e antiamericano, che è stato finora il trademark delle iniziative wikileaksiane, trascura almeno due questioni. 
La prima è che l’ordine internazionale funziona secondo logiche diverse da quello statuale. Pur nell’anarchia delle relazioni interstatali, da almeno sessant’anni esiste un ordine, che ci ha permesso di vivere un po’ meglio che in passato. Senza la preoccupazione permanente della guerra e beneficiando dei molteplici vantaggi di un mondo globalizzato. Dove, cioè, gli Stati, pur nelle differenze politiche e ideologiche, hanno compreso che scambiare beni e conoscenze era cosa più profittevole che cercare di annientarsi a vicenda. Alexander Wendt la definisce cultura lockiana, basata sull’autolimitazione, esaltata da Norbert Elias a“essenza della civilizzazione”. Il motto è “vivi e lascia vivere”.
Che cosa c’entra questo con la vicenda Wikileaks? Più di quanto non si creda.

L’ordine internazionale non è scontato. E’ una conquista, che va difesa con le unghie e con i denti. Di fronte al fallimento sempre più evidente delle Nazioni Unite, il delicato compito di curare le relazioni tra gli stati è affidato a quei leader e diplomatici, che portano avanti una “never ending conversation”, come l’ha definita David Brooks dalle colonne del New York Times. 
L’equilibrio internazionale è costitutivamente instabile, sempre sul punto di saltare. Centrale è il problema della fiducia nell’altro. Ognuno si muove nell’intricato puzzle delle relazioni internazionali cercando di massimizzare la propria utilità concedendo il meno possibile agli altri. 
Senza cadere in una lettura paleo realista, quello che intendo dire è che pretendere una open diplomacy significa scardinare l’attuale sistema. E’ un progetto intrinsecamente rivoluzionario, e anche molto pericoloso.
Pretendere che gli Stati Uniti rendano pubbliche le loro opinioni sul Presidente del Consiglio italiano, oppure che l’Arabia Saudita eserciti pubblicamente delle pressioni in funzione anti iraniana, comporta la deliberata rinuncia ai presupposti dell’ordine delle relazioni internazionali.

La doppiezza tra linguaggio pubblico e privato – entro certi limiti, s’intende – è la regola della diplomazia. Portare alla luce quello che A ha detto a B, non è necessariamente un’attività socialmente utile. B potrebbe non avere alcun diritto di venire a conoscenza di quelle informazioni, che potrebbero addirittura ritorcersi contro un eventuale C. 
Le conseguenze inintenzionali del data dumping si manifesteranno solo nei prossimi mesi, ma c’è ragione di pensare che, da una parte, potrebbero indurre gli stati a rendere ancora più oscuri e impenetrabili determinati settori della politica estera, e, dall’altra, certe dichiarazioni potrebbero essere strumentalizzate come arma di ricatto o, addirittura, di attacco. Per non parlare poi della vita di migliaia di persone in carne e ossa, impegnate sul campo e coinvolte, anche solo indirettamente, da quei documenti protetti.

Seconda questione. L’open diplomacy, caldeggiata da molti estimatori di Wikileaks e costitutivamente incompatibile con l’attuale ordine internazionale, non va confusa con un’altra  ben più valida iniziativa, che sul fronte nazionale i radicali con Rita Bernardini portano avanti in Parlamento: la battaglia per gli open data, per  la trasparenza nell’attività della pubblica amministrazione e per l’informatizzazione della complessa macchina della burocrazia statale. Mischiare i due piani significa radicalizzare una visione, che, se mantenuta nella dimensione che le è propria, resta radicalmente valida. Assolutizzare un valore, quello della trasparenza, a scapito della libertà e dell’ordine, è una scelta pericolosa. In altri termini, così come non esiste un diritto assoluto (absolutus) alla libertà di informazione, allo stesso modo non si può sostenere un fantomatico “diritto alla conoscenza totale”, tanto da avallare comportamenti illegali e sovversivi, in barba al diritto e ai valori fondamentali della nostra convivenza civile. E’ un salto logico, che non si regge.
Viviamo in una “comunità fragile”, dove quel poco di ordine, che ci siamo faticosamente conquistati, si regge (anche) su quelle comunicazioni prelevate illegalmente; comunicazioni riservate e poi, in fondo, affatto imprevedibili. E’ anche per questo che coi giovani wikileaksiani non bisogna essere severi. Occorre, piuttosto, premunirsi perché ciò non riaccada.


Autore: Annalisa Chirico

Pugliese, classe 1986. Laureata cum laude in Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli di Roma. Master in European Studies. Attualmente specializzanda in Relazioni Internazionali. Durante l'Eramus a Bruxelles ha lavorato al Parlamento Europeo per gli europarlamentari radicali. E' membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani e dirigente dell'Associazione Luca Coscioni. Liberale, antiproibizionista e federalista europea.

7 Responses to “WikiLeaks, gli inganni dell’open diplomacy”

  1. Silvio Traversaro scrive:

    Tutto condivisibile, un’unico appunto:
    “La capacità dei giovani programmatori, che sanno infiltrarsi in sistemi di sicurezza e corrispondenze riservate, creando in un instante network orizzontali, è forse hackeraggio etico?”
    Wikileaks e’ semplicemente un hub che raccoglie informazioni provenienti da gole profonde interne alle varie organizzazioni, come hanno fatto per anni varie strutture giornalistiche, per quanto in scala molto minore.

  2. @Silvio: La reazione dei “wikileaksiani” all’arresto di Assange ha bloccato carte di credito attraverso attività di hackeraggio. E cmq il discorso si estendeva anche ad altre esperienze, come quella di Raoul Chiesa e la Banca d’Italia. Sottolineando le opportune differenze.
    Grazie per la precisazione! ciao

  3. Silvio Traversaro scrive:

    Mi duole apparire pignolo, ma per onor di cronaca occorre anche qua una precisazione. L’evento a cui fai riferimento (credo) e’ l’oscuramento dei siti di PayPal, MasterCard ed altre aziende in seguito al blocco delle donazioni nei confronti di WikiLeaks.
    In nessuno di questi casi si e’ trattato di bloccare “carte di credito attraverso attività di hackeraggio”.
    Semplicemente, grandi gruppi di persone (con nessun plausibile collegamento diretto con WikiLeaks, e’ importante notarlo) visitavano ripetutamente (anche con l’ausilio di software apposito) il sito in questione, rallentando il server che non riusciva a rispondere in tempo a tutte le richieste, fino a risultare irraggiungibile.
    La differenza che intercorre fra questo e l’hacking nell’accezione usata normalmente nel dibattito pubblico e’ quella che intercorre fra 100 persone che si mettono davanti all’ingresso di una struttura, impedendo a tutti di entrare, e qualcuno che entra senza autorizzazione nella struttura per accedere a dati privati.

    Comprendo bene che l’articolo parlava d’altro, e proprio per questo mi dispiaceva che un pezzo condivisibile e ben argomentato (anche se si poteva fare un riferimento più esplicito alle posizioni a cui si stava rispondendo, ad esempio facendo riferimento all’intervista di Assange al Guardian, per non rischiare di finire nella cosiddetta fallacia dello spaventapasseri) fosse sporco di apparenti imprecisioni grossolane.

  4. Antonluca Cuoco scrive:

    CHIRICHIAMOCI TUTTI .

  5. Antonluca Cuoco scrive:

    > Pur nell’anarchia delle relazioni interstatali, da almeno sessant’anni esiste un ordine, che ci ha permesso di vivere un po’ meglio che in passato.

    > Portare alla luce quello che A ha detto a B, non è necessariamente un’attività socialmente utile

    > gli Stati, pur nelle differenze politiche e ideologiche, hanno compreso che scambiare beni e conoscenze era cosa più profittevole che cercare di annientarsi a vicenda.

  6. creonte scrive:

    una diplomazia aperta non è un problema per le cosietà civili e democratiche: anzi, il più delle volte appoggiano i governanti quando fano cose dubbie eticamente per poter preservare la propria nazione.
    Sono gli stati ideocratici e le varie “signorie” che temono le dichiarazioni vere.

    un po’ come il bambino delle favole che dice il re è nudo. La verità deve essere l’obiettivo almeno a lungo termine, le falsità (come l’abiura di Galileo) possono rivelarsi necessarie solo in determinati contesti.

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