Tasse e crisi, i fantomatici meriti del Cav

– L’Ocse ha pubblicato, il 15 dicembre, l’edizione 2010 (riferita al 2009) del Revenue Statistics, la raccolta dei dati e tendenze sull’andamento del gettito d’imposta nei paesi membri. Ciò che ha colpito la stampa italiana, e non poteva essere diversamente, è il terzo posto del nostro paese nella classifica della pressione fiscale, alle spalle di Svezia e Danimarca ma davanti al Belgio, che ci precedeva nel 2008. Il nostro quoziente di pressione fiscale, pari al 43,5 per cento, cresce di due decimi di punto percentuale rispetto all’anno precedente. Alcune considerazioni in materia, prima di allargare lo sguardo alla attualità, più o meno stretta.

Il fatto che la pressione fiscale cresca, in un anno in cui il paese ha visto una contrazione di 5 punti percentuali di Pil, è un’anomalia assoluta. Ricordiamo che, in un sistema fiscale progressivo, al contrarsi del Pil ci si attende che la pressione fiscale si riduca più che proporzionalmente: si tratta di uno degli stabilizzatori automatici. Se ciò non è accaduto, le spiegazioni possono essere molteplici: un aumento degli incassi derivanti dalla lotta all’evasione fiscale; un aumento di entrate una tantum; l’anticipazione (a cavallo di anno) di alcuni introiti fiscali, che vengono ovviamente “restituiti” l’anno successivo; la maggiore compliance fiscale dovuta al timore di essere individuati come evasori.

In un anno di recessione, poi, ci si attende che la spesa pubblica tenda ad espandersi, per l’operare di altri stabilizzatori automatici, quali i sussidi di disoccupazione o altre forme di trasferimento, come nel caso italiano possiamo classificare la cassa integrazione in deroga. L’unica cosa che non può accadere, in un sistema fiscale progressivo, è che il rapporto gettito-Pil aumenti per effetto di una caduta del Pil maggiore di quella del gettito, tesi che invece si tende ad accreditare da parte governativa. La materia va indagata, ed è comunque difficile ricondurla alla abituale “sloganistica” italiana. Di certo, l’aumento della pressione fiscale, per quanto “occulta”, cioè non esplicitata sotto forma di aumenti delle aliquote nominali, produce un effetto depressivo sulla crescita, che tende ad autoalimentarsi, soprattutto in assenza di una vera ripresa.

E qui arriviamo alla probabile e verosimile analisi di quanto accaduto in Italia durante la Grande Recessione. La narrativa prevalente, dentro e fuori il paese, attribuisce al governo italiano una grande disciplina di tenuta dei conti pubblici. E’ di ieri un commento, apparso sulla Lex Column del Financial Times (quella che da noi viene pavlovianamente definita “autorevolissima” da destra e da sinistra, quando colpisce il “nemico” domestico) che apparentemente incensa Silvio Berlusconi, attribuendogli meriti veri e presunti. La nostra premessa (scontata ma non troppo in un paese come l’Italia, in cui analfabetismo economico e faziosità politica regnano incontrastati) è che la Lex, malgrado il suggestivo nome, non è la versione contemporanea delle Tavole della Legge. Esiste una linea editoriale del Financial Times, piuttosto facilmente identificabile, e talvolta pure condivisibile (almeno da biechi mercatisti come l’autore di questo articolo). Altre volte l’analisi scade nella semplificazione, come nel caso delle motivazioni alla base del presunto peana verso il nostro premier.

Affermare, infatti, che “le banche italiane hanno evitato il peggio della bolla creditizia” non è esattamente un merito ascrivibile all’attuale esecutivo, fino a prova contraria. Peraltro, le banche italiane stanno venendo progressivamente infiacchite dalla lentezza della nostra cosiddetta “ripresa”, che rischia di trasformarsi in aumento delle sofferenze oltre i limiti di guardia, soprattutto alla luce del rafforzamento patrimoniale che sarà richiesto al nostro sistema creditizio dalle nuove regole di Basilea III. Altra affermazione della Lex che ci lascia perplessi è “la crescita del Pil è rimasta lenta ma discretamente stabile”. Nel 2008 il Pil italiano si è contratto dell’1 per cento, primo paese Ocse (col Giappone) ad entrare in recessione. Nel 2009 il nostro Pil è sprofondato di oltre il 5 per cento, uno dei peggiori risultati del G7. La “stabilità” della nostra crescita avviene nel 2010, quando altri paesi mostrano ben altro passo.

Ancora: la Lex sostiene che “il rapporto tra debito governativo e Pil è cresciuto meno che nella maggior parte dei paesi ricchi”. Se 12 (dodici) punti percentuali di deterioramento nel quoziente vi sembran pochi…Altra proposizione problematica: “gli italiani stanno ancora comprando quasi tutto il debito pubblico”. Manco per idea, ne comprano circa la metà. Ma soprattutto, sono meriti politici, questi? Oppure sono vulnerabilità di un sistema-paese, prescindendo dal modo fattualmente sciatto in cui l’editoriale è stato redatto?

La Lex sostiene inoltre che Berlusconi non avrebbe ceduto ad un pericoloso “populismo di bilancio”, evitando stimoli. Uno stimolo fatto in deficit sarebbe stato oggettivamente pericoloso, ma uno stimolo che prevedesse un riequilibrio della pressione fiscale, con irripidimento della curva delle aliquote, a saldi invariati (almeno dal punto di vista statico), non sarebbe stato un’eresia, nel contesto in cui ci troviamo oggi. Conosciamo le critiche a questa argomentazione: la curva delle aliquote va appiattita, non irripidita, altrimenti si creano distorsioni e disincentivi all’offerta di lavoro e d’intrapresa. Inoltre, siamo e restiamo un paese dove l’accertamento della reale consistenza reddituale è limitato di fatto ai soli lavoratori dipendenti. Tutto vero, ma viviamo una crisi eccezionale, e vi sono evidenze che i soggetti a più basso reddito tendono a spendere di più, proprio perché vincolati nei propri saldi liquidi disponibili. Ovvio che la linea editoriale della Lex e del Ft difficilmente sarà quella di sostenere irripidimenti della curva delle aliquote, ed è altrettanto vero che, in questo paese, serve soprattutto tagliare la spesa. O meglio, quella parte di spesa che è frutto di vera e propria criminalità economica e della corruttela da stato centrafricano che ci caratterizza nelle classifiche internazionali ogni anno che passa. Qui il nostro esecutivo pare non avere medaglie da appuntarsi, non avendo mai approvato una nuova legislazione anticorruzione, malgrado reiterati annunci del contrario.

C’è tuttavia un passaggio, la chiusa, di questa Lex col quale non si può dissentire:

«Una più attraente alternativa avrebbe rafforzato gli argomenti contro il signor Berlusconi, ma la frammentata opposizione non può offrire né chiare, solide politiche né un leader più competente»

Ecco una grande capacità degli editoriali anglosassoni: anche quando mostrano un fact-checking piuttosto scadente, riescono a riscattarsi con qualche verità con la maiuscola. E’ in quest’ultima osservazione della Lex la sintesi della tragedia italiana.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

18 Responses to “Tasse e crisi, i fantomatici meriti del Cav”

  1. Pierpaolo scrive:

    Chiosando il buon Piercamillo, viene da dire: “zitti tutti, parla Seminerio”.
    Alla tua fotografia della realtà italiana, aggiungo solo un dettaglio riguardante la ricetta Ocse, che poi tanto dettaglio non è.
    Nella presentazione di Parigi, Ocse says: usare la leva fiscale in modo intelligente per stimolare l’aumento del Pil. In che modo? Allargare la base imponibile (leggi: lotta all’evasione), aumentare le tasse sulla proprietà “improduttiva”, spostare il carico fiscale dalle persone e imprese ai consumi (vedi Germania che ha portato Iva al 19% nell’ultima riforma fiscale).
    Detto questo, chiedo a te, a Piercamillo e others; a) se concordate sulla ricetta; b) in caso affermativo, la ritenete sufficiente per colmare il gap di crescita rispetto alle economie c.d. emergenti?

  2. Paolo Luchessa scrive:

    Se prima eran tre che andavano a caccia
    (ed eran: Becchino, Beccone e Beccaccia)
    adesso son tre per salvar la Nazione,
    e sono: Beccaccia, Becchino e Beccone.
    Giavermo, Farfallacianfrasco e Pierbiscio
    il Polo é servito di busso e di striscio!
    La cosa é notoria ed il dato costante:
    tre nani per mano non fanno un gigante;
    cosí come invero ridir non é danno
    che tre debolezze una forza non fanno!
    e assieme Beccone, Beccaccia e Becchino
    piuttosto che un “Centro” faranno un “centrino”!
    La “comica” certo “finale” non é
    ma bene si adatta per il cabaret;
    la vostra assemblea, dai! tenetela lí
    sul palco del vecchio, famoso Derby!
    e per festeggiare sto’ Polo neonato
    potrete invitare anche Cochi e Renato,
    il Ric con il Gian e se appena lo puó
    assieme a Jannacci verrá Dario Fo.
    È “buffo” il “mistero” e ridere fa’
    ma ancora piú buffi son Qui, Quo e Qua,
    ovvero Pierbiscio, Gianvermo e Cianfrasco
    assieme sul palco non faranno fiasco,
    e alfin troveranno una utilitá:
    ridar lustro al mondo del Gran Varietá!
    Di certo val meglio far rider gli astanti
    (che almeno il sollazzo lo pagan contanti)
    che nel Parlamento far rider le genti,
    pagati dai soldi dei contribuenti.
    Coraggio! Pierbiscio, Cianfrasco e Gianvermo,
    il vostro progetto tenete ben fermo!
    suonate, cantate, ballate, ma lí!
    sul palco del vecchio, glorioso Derby!
    Vedrete il successo che vi arriderá
    ognuno un biglietto acquistare vorrá,
    perché se cantate, ballate e suonate,
    lontani da Montecitorio restate,
    lontan dal Palazzo, lontan lui da voi,
    per il vostro bene e per quello di noi!
    Venite siore e siór, bello e vario
    sará lo spettacolo! S’alzi il sipario,
    si spengan le luci, si inizi da qui!
    Da dove finisce la storia di FLI!

    Paolo Luchessa – Milano

  3. Paolo Luchessa scrive:

    Giá “oscurato”? Alla faccia di Libert(á)iamo!

    Paolo Luchessa – Milano

  4. Simona Bonfante scrive:

    a paolo, ma che stai a dì!

  5. Mario Seminerio scrive:

    Non tema, Luchessa, la sua opera d’arte è online. Non c’entra un tubo con il post, ma non sia mai che qualcuno gridi alla censura. Promette che dormirà sereno, stanotte?

    Pierpaolo, sono abbastanza d’accordo con la ricetta Ocse. Peraltro, alcuni suggerimenti sono parte del famoso Libro Bianco tremontiano del 1994. Un uomo troppo avanti, decisamente. Quanto alla seconda domanda, credo che le condizioni strutturali siano diverse, tra paesi sviluppati ed emergenti. I secondi sono peraltro in modalità catch-up, cioè stanno convergendo su pil pro-capite dei paesi più sviluppati, e quindi la variazione dei loro Pil tende ad essere maggiore, a parità di ogni altra condizione.

  6. vittorio scrive:

    x pierpaolo
    Cosa vorrebbe dire “aumentare le tasse sulla proprietà improduttiva”? Immagino che la proprietà “improduttiva” sia costituita da immobili e da beni mobiliari quali titoli azionari, obbligazioni e via dicendo, no? Davvero l’ocse fa proposte così stupide e dal sapore così socialisteggiante?

  7. @Vittorio

    ahimè, temo di si! anche se andrebbe fatta più una distinzione tra le varie categorie di beni

  8. Joe scrive:

    Non sono d’accordo. Se si dice giustamente che la curva delle aliquote va appiattita e che in Italia il primo problema è tagliare la spesa, poi mi pare contraddittorio sostenere che questa si poteva irripidire per fare stimoli fiscali. Non potrebbe mai essere la linea del Ft, ma nemmeno quella di un italiano liberista che sa che stiamo morendo di decenni di spesa impazzita. Si può anche fare non dico mezzo, ma un quarto di elogio a Tremonti senza insozzarsi, eh.

  9. Mario Seminerio scrive:

    Joe, nel pezzo ho scritto che quella dell’irripidimento della curva Irpef è una ipotesi, da esaminare in condizioni del tutto particolari (leggasi eccezionali) quali le attuali. Le ricordo che il governo Brown ha irrpidito la curva Irpef in modo significativo, e quella iniziativa è stata mantenuta da Cameron e Osborne. Qualcosa vorrà dire, non trova?
    Ho anche scritto che Ft non accetterebbe mai, “ideologicamente”, questa impostazione, e che comunque noi italiani dovremmo prima guardare alla spesa, soprattutto a quella che ho definito “criminale”, cioè da corruzione, che temo sia molto elevata.
    Quanto ai meriti di Tremonti, ho scritto più volte, anche qui su Libertiamo, che l’approccio del ministro dell’Economia va bene nel breve termine ed in condizioni emergenziali, ma nel lungo reitera condizioni di “tassa e spendi”, concetto di cui ho parlato anche nella “famosa” puntata di Report.

  10. vittorio scrive:

    Le tasse introdotte in modo una tantum e in via straordinaria sono più facili da digerire. Il problema è che qui in Italia tendono a diventare permanenti perchè diventano funzionali alla spesa. Se però l’eccezionalità dell’imposta fosse realmente funzionale a ridurre il debito e a pagare così meno interessi sullo stesso in modo strutturale, la cosa potrebbe non essere del tutto inaccettabile, avendo almeno una sua razionalità. Tuttavia quei discorsi che parlano di utilizzo della leva fiscale per sollecitare la crescita hanno un sapore di spesa pubblica, di socialismo e di politiche keynesiane.

  11. Mario Seminerio scrive:

    Se l’obiettivo è quello di “ridurre il debito e a pagare così meno interessi sullo stesso in modo strutturale”, non servono tasse, ma agire sulle dinamiche della spesa pubblica. Banale, ma vero. Diversamente, a dinamiche di spesa inalterate, il deficit si riforma, e con esso il debito. Circa l’utilizzo della leva fiscale per stimolare la crescita, sono d’accordissimo sulla loro fallacia. Vale anche per i “keynesiani mascherati” dietro la curva di Laffer, che pensano che fare deficit tagliando le tasse porti ad una crescita tale da ripagare i tagli d’imposta. Ad oggi non c’è ALCUNA evidenza empirica che suffraghi questa affermazione. I keynesiani sono ovunque, a destra come a sinistra, temo.

  12. raccomandata all’avvocato Valsecchi la lettura ( e, temo, attenta rilettura ad libitum) di questo pezzo di Mario

  13. vittorio scrive:

    Nel mio precedente intervento mi sono espresso male: volevo dire che una riduzione del debito finanziata da una tassa una tantum potrebbe servire a ridurre lo spread btp-bund e quindi essere accettabile. E’ chiaro che in ogni caso se nel frattempo non si modificano le dinamiche di spesa torneremmo punto a capo.
    Tuttavia la mia uscita anche se chiarita è comunque una stupidaggine: non so di quanto dovrebbe essere la riduzione del debito per incidere significativamente sullo spread. Ma se fosse un qualcosa tipo 300-400 miliardi risulterebbe irricevibile. Considerando poi che eventuali patrimoniali finiscono in genere per essere pagate dai ceti medio bassi la cosa è anche totalmente iniqua.
    Sul discorso dei keynesiani sono d’accordo: sono trasversali quasi quanto i sindacalisti. Forzare la crescita col debito non penso porti a una società migliore: anzi spesso porta al disastro. Meglio aumentare la produttività degli assets (le persone) e lasciare che la natura segua il suo corso. Temo però che anche questa mia affermazione sia poco suffragata da evidenze empiriche.

  14. marcello scrive:

    Va fatto pagare chi fino a ora non l’ha fatto e, in un contesto di civiltà chi ha più mezzi.
    A un gran potere dovrebbe corrispondere una grande responsabilità, invece pare che alla fine si taglianno le garanzie di dignità del lavoratore, economiche e giuridiche, e nulla ho sentito riguardo ai grandi imprenditori e dirigenti. A suo tempo era stato proposto un patto sociale dove si accettava la moderazione salariale ma anche per es. dei prezzi meno alti. Ora si sta facendo una prevaricazione sociale dove chi ha poche o nessuna responsabilità deve sacrificarsi e si ha l’impressione che per alcuni nulla sia cambiato. E la lotta all’evasione continua a non esserci, hanno anche fatto uno scudo fiscale con una sanzione irrisoria e con l’anonimato.

  15. vittorio scrive:

    In realtà mi pare che la lotta all’evasione venga fatta. Anzi stiamo arrivando a livelli quanto meno inopportuni. Con l’ultima sentenza della cassazione sull’abuso di diritto, l’agenzia delle entrate sta seminando il panico. Considerare l’elusione fiscale un crimine al pari dell’evasione è quanto meno sorprendente. Arrivare a non concedere neppure il diritto di replica all’imprenditore mi sembra pure una cosa da stato totalitario.
    Quindi due cose. La prima è che la propaganda di sinistra per cui non si sta facendo la lotta agli evasori mi sembra quanto meno risibile. La seconda è che in Italia si sta esagerando nel verso opposto. Con la sentenza della cassazione si fa danno. E purtroppo non è la prima volta. Non è possibile criminalizzare scelte di strutture societarie sulla base di un processo alle intenzioni. Questa storia non va affatto bene, anche perchè se in Italia diventa impossibile operare, incorporare le società all’estero non è poi così problematico.
    Per far crescere l’Italia sono necessarie riforme in campo legislativo. E’ questo sistema che scoraggia (quando non terrorizza) le imprese. Bisognerebbe copiare l’esempio svizzero e non lasciare che un manipolo di legislatori/magistrati trasformino questo paese in un inferno normativo.
    Forse se libertiamo si occupasse di questi argomenti piuttosto che delle beghe Fini-Berlusconi, farebbe più onore alla sua ragione sociale.

  16. filipporiccio scrive:

    @vittorio
    purtroppo l’Italia è già un inferno normativo, e mi dispiace dire che i periodi di governo del PdL non sono stati granché meglio degli altri da questo punto di vista. Chi apre un’attività in Italia lo fa perché i costi di andarsene in certi casi sono ancora molto elevati rispetto al costo dovuto al contesto in cui ci si trova ad operare.
    Guarda caso chi avrebbe i costi maggiori (in proporzione) in caso di trasferimento è proprio la piccola-media impresa artigiana o industriale, che infatti rimane (e spesso chiude) qui.

  17. marcello scrive:

    Se veramente il governo avesse iniziato la lotta all’evasione in modo serio, lascando la tracciabilità e non facendo lo scudo fiscale con una multa irrisoria, inferiore all’aliquota che devo pagare come dipendente, con l’anonimato, e se veramente riusciva a recuperare il 20%, sarebbe stato l’equivalente di una finanziaria da sessanta miliardi. Non serviva poi far pagare sempre i ceti più bassi, reddito e come prestazioni sociali (v. la scuola, la sanità e i trasporti). Se questi effetti non ci sono stati l’evasione non è stata recuperata come si deve.

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