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Rosetta se ne va, ma nessuno va con lei

– La voce da papero della Disney e la faccia da anziana cortigiana borbonica, dolorosa e indecifrabile, in grado di nascondere tra le rughe le inquietudini e gli intrighi di palazzo, la rendono un personaggio quasi affascinante. Rosa Russo Iervolino, donna d’antica storia politica, è un personaggio Dop della politica campana.

Viene un moto d’amore e d’affetto, quasi, a sentirla parlare, perché sembra il capro espiatorio della caccia all’untore. I rifiuti? Colpa sua! Rosetta, come amano chiamarla gli amici fedeli, ci passa in mezzo in auto blu, lanciando sguardi malinconici al di là del finestrino oscurato. Che ridano di lei, che l’assalgano pure, la considerino l’emblema di un progetto politico fallimentare, della decadenza della Napoli splendente, quella che aveva raccolto la promessa, già tradita da Bassolino, del Risorgimento  della città, nella primavera nuova.
Qualunque accusa non scalfisce più quel volto provato, affaticato, quella maschera teatrale in grado, con l’espressione marmorea e la voce stridula, di rappresentare la città che non ce l’ha fatta. È una maschera di delusione, Rosetta, è il simbolo di una sconfitta morale, etica, quotidiana. È l’icona della fatica di vivere qua. Ma è anche l’estrema rappresentazione dell’irredimibilità di Napoli, che nutre la letteratura e intossica la politica di un Paese la cui immagine dalle disgrazie e dalle fantasie partenopee è resa celebre, nel bene o nel male, in tutto il mondo.

La sindachessa ha molti titoli, un percorso brillante, le è toccata però una sorte amara: rappresentare, al di là delle proprie responsabilità concrete, la politica che non ha inciso, che non è stata capace di governare l’eccezionalità napoletana in modo rispettabile e efficiente. Napoli è per certi versi una città vincente, che ha segnato come poche l’arte, il costume, la cultura e il gusto italiano. Ma la sua politica è sempre stata, senza eccezioni, perdente quando non perduta. Non è un caso che l’altro volto della politica napoletana – molto diverso da Rosetta, ma ugualmente rovinoso – sia il superberlusconiano (e supercosentiniano) Presidente della Provincia Luigi Cesaro, per gli amici Giggino a’ purpetta, un politico che chiama Marchionne “Melchiorre” e la Fiat “a Fiàt” e di cui è noto, dal punto di vista politico, solo l’italiano avventuroso e auto-paradoristico che smozzica quando è costretto a parlare a braccio.
Ma se Cesaro è un personaggio comico, Rosetta è un personaggio tragico, protagonista di una commedia amara come solo certe storie intrise di profonda napoletanità, dense di fatalismo, di resa, di un vago sentore di sconfitta. Le è toccato in sorte di diventare la persona da cui prendere le distanze – non tanto per ragioni personali, figuriamoci, il percorso di Rosetta è costellato di cariche e nomine, autorevole, prestigioso. Ma la distanza politica che i candidati alle primarie della città sventolano come vessillo è un colpo al cuore, una negazione profonda e che ha radici lontane, perché è riduttivo far coincidere un fallimento globale con una responsabilità individuale.

Umberto Ranieri si concede per amore alla città e per realizzare, a suo dire, la sfida del cambiamento. La Napoli del futuro sarà una città in cui si rispettano le regole, dove non ci sono i re ma i cittadini. Ecco, come se Rosa non avesse avuto a cuore – cuore di mammà, oltretutto – i napoletani, la città, i vicoli, il lungomare, le strade.
Nicola Oddati promette di essere, invece, un sindaco di prossimità, come a dire che finora la lontananza, la distrazione dai problemi quotidiani avessero reso la politica un alieno, incapace di camminare al fianco dei napoletani. Andrea Cozzolino non ha ancora espresso pienamente l’idea di futuro, ma dagli scranni europei non ha mancato di sottolineare una necessità che è sotto gli occhi di tutti: la bella Napoli deve diventare pure sostenibile. Il peso, invece, nell’animo di Rosetta è insostenibile, nel petto della prima cittadina grava il senso tragico della fine di uno spettacolo triste, amaro. E proprio mentre s’approssima il Natale Santo e le viuzze diventano il teatro della nascita, va in scena l’epifania della sconfitta e la passione di Rosa, a cui è toccato di portare la croce di una sovrumana responsabilità. Lasciatela così, Rosetta, ad interpretare il ruolo dell’untrice. Ma anche lei è solo una vittima, non del tutto incolpevole, della peste politica napoletana.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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