–  All’asilo di via delle Forze armate 59 di Milano questo sarà un Natale diverso.  A causa della forte presenza di alunni appartenenti a religioni e culture diverse, i responsabili della scuola hanno deciso che quest’anno non verranno più insegnate le tradizionali canzoni  ispirate a Gesù o alla notte di Betlemme, ma soltanto generici canti  ispirati alle renne o a Babbo Natale. Oltretutto, non sarà più possibile organizzare le tradizionali feste natalizie normalmente previste prima delle vacanze.

I contorni ed i dettagli della vicenda non sono ancora definiti
in maniera precisa. Lo stesso assessore comunale all’educazione Mariolina Maioli ha chiesto ulteriori delucidazioni. Angela Airaghi, la responsabile della scuola, ha nel frattempo inviato una relazione sull’accaduto nella quale si precisa, tra le altre cose, che: “La tradizionale canzoncina per le mamme non si farà, data la presenza di un’alta percentuale di bambini appartenenti ad altre culture e religioni e di stranieri appena ammessi alla frequenza, che non parlano neppure italiano”.
Come prevedibile, la reazione dei genitori non si è fatta attendere. Tra le altre, una mamma ha sottolineato: “La presenza degli stranieri non è un buon motivo per non fare la festa, e Natale anzi può essere un momento di incontro per le famiglie di ogni cultura e religione”. Lo dinamica della vicenda non dovrebbe sorprenderci, tantomeno gli eventuali conflitti che possono nascere in situazioni del genere.

Mentre attendiamo la decisione definitiva della Grande camera della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso del crocifisso nelle scuole pubbliche, la vicenda milanese ci interroga nuovamente sul ruolo, e sullo spazio, che vogliamo attribuire alle tradizioni religiose nelle nostre scuole.
Si può scegliere una opzione di neutralità radicale, ispirata al modello francese della laïcité o a quello secolarista turco, che porta ad escludere qualsiasi possibile ruolo della, e dibattito sulla, religione; oppure si può optare per una scommessa davvero pluralista che consente di non escludere le tradizioni religiose, ma ne sollecita la funzione pedagogica e di riconoscimento reciproco.
Naturalmente non sarebbe compito della scuola pubblica indicare l’opzione religiosa “giusta” e fare propria solo quella. Sono scelte distinte, che rispondono a modelli e tradizioni diverse. La seconda opzione sembra però rispondere meglio alle esigenze di una società complessa come quella attuale.
La vicenda milanese ci invita, ancora una volta, ad un esercizio costante e continuo di prudenza e di riflessione nell’affrontare questioni che possono toccare le ragioni più profonde dell’identità degli individui. Pensare di poterle risolverle mediante un approccio che ignora le ragioni, e le emozioni, delle diverse appartenenze appare sempre più inutile. Ed illiberale.