WikiLeaks e i nuovi misteri sul caso Litvinenko

– Il caso Litvinenko non è facilmente ricostruibile. Non siamo ai livelli di Ustica o di Piazza Fontana, perché per lo meno i fatti e i personaggi principali li si conosce. Restano senza risposta molte domande. Wikileaks non è servita a rispondere a nemmeno una di queste. Semmai ne ha aggiunte di nuove.

Andando in ordine cronologico, Alexander Litvinenko inizia la sua carriera come agente del Kgb nell’ex Unione Sovietica. Nel servizio segreto di Mosca e nel suo diretto discendente Fsb, scala la gerarchia fino al grado di tenente colonnello, operando nella sezione di lotta al crimine organizzato. Nel 1998 denuncia pubblicamente la corruzione dei vertici dei servizi segreti e, soprattutto, rivela di aver disobbedito  all’ordine di uccidere il magnate-oppositore Boris Berezhovskij, allora già in esilio in Gran Bretagna. Lo fa con una lettera aperta a Vladimir Putin, comandante in capo dell’Fsb. E quest’ultimo lo licenzia in tronco. Da allora Litvinenko interrompe la sua carriera nei servizi russi e diventa un oppositore. Arrestato per due volte nel 1999 viene sempre scarcerato per insufficienza di prove. Dopo il secondo periodo di detenzione, non sentendosi più sicuro in Russia, emigra in Gran Bretagna, assieme a molti altri esuli.

Il 1999 è anche l’anno dello scoppio della guerra in Cecenia. La causa scatenante sono gli attentati contro condomini a Buynansk, Mosca e Vologodonsk (circa 300 morti). Nel suo libro “Blowing up Russia”, Litvinenko accusa il servizio segreto russo di aver organizzato tutto per avere un pretesto di guerra e favorire l’ascesa al potere di Putin. Dal suo esilio a Londra, Litvinenko incolpa l’ex Kgb per tutti gli eventi drammatici che hanno coinvolto la Russia nei primi anni 2000. Nel 2003 dichiara che è un membro dei servizi segreti il leader dei terroristi ceceni sequestratori del teatro Dubrovka. Nel 2004 incolpa l’Fsb per la strage terrorista nella scuola di Beslan. Nel 2005 afferma che lo stesso braccio destro di Bin Laden, Ayman Al Zawahiri, è stato addestrato in Russia. Persino l’ondata di furore integralista islamico contro le vignette di Maometto, fra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, per Litvinenko è, in gran parte opera russa: Mosca avrebbe voluto punire la Danimarca per il rifiuto di estradare dissidenti ceceni. In buoni rapporti con la giornalista Anna Politkovskaja, dopo il suo assassinio nel 2005, dichiara di voler indagare sulla sua morte.

Le rivelazioni di Litvinenko riguardano anche l’Italia. Riferisce infatti di aver sentito dal generale Trofimov (ex Kgb, anch’egli assassinato poco più di un anno prima di Litvinenko) la seguente frase: “Non andare in Italia, ci sono molti agenti del Kgb fra i politici. Romano Prodi è il nostro uomo là”. E’ soprattutto per questo che un avvocato napoletano, Mario Scaramella, consulente della Commissione Mitrokhin, guidata del senatore Paolo Guzzanti, va a Londra per contattare Litvinenko e raccogliere le sue testimonianze. Ma proprio lo stesso giorno dell’ultimo incontro fra Scaramella e Litvinenko l’ex agente russo inizia a sentirsi male.
Non è stato mai dimostrato quanto siano attendibili le sue numerose rivelazioni. Qualcosa di vero, evidentemente, lo deve aver detto e qualcuno deve aver voluto tappargli la bocca a tutti i costi. Perché quel malore si rivela essere il più temuto dei mali: sindrome acuta da radiazioni. Litvinenko è contaminato con una dose di Polonio 210, somministrata di soppiatto nel suo tè durante un incontro, avvenuto in un sushi bar, con due ex colleghi del servizio segreto russo. Il Polonio 210 è una sostanza rara che solo gli apparati di Stato possiedono. E che solo un servizio segreto ben organizzato è in grado trasportare segretamente dalla Russia alla Gran Bretagna. Il resto è cronaca.
Fugato ogni dubbio di contaminazione, Scaramella torna in Italia e viene immediatamente arrestato. Per diffamazione, nei confronti di un ex agente sovietico in Italia. Resta in carcere fino al 2008 dopo aver patteggiato una pena di 4 anni, poi ridotta dall’indulto (del governo Prodi). Fra Gran Bretagna e Russia scoppia una crisi diplomatica che dura tre anni. Londra chiede l’estradizione di Andrej Lugovoj, sospettato dell’omicidio Litvinenko. Putin non solo non concede l’estradizione, ma candida nel suo partito Lugovoj, che ora è un deputato della Duma.

Che tassello aggiunge WikiLeaks in tutta questa vicenda? Un documento segreto americano in cui si descrive un incontro, avvenuto a Parigi, subito dopo la morte di Litvinenko, fra l’ambasciatore Usa per l’antiterrorismo Henry Crumpton e un rappresentante della presidenza russa (quindi di Putin) Anatolij Safonov. Quest’ultimo, comprensibilmente, dice all’americano che il governo russo non è responsabile dell’uccisione del suo ex agente segreto. Anzi, dice che l’Fsb era sulle tracce del polonio, ma non ha potuto salvare Litvinenko, perché i colleghi inglesi hanno affermato di avere loro la situazione sotto controllo. In questo modo il rappresentante russo scagiona Putin e scarica la colpa sull’incapacità (più o meno in buona fede) dei servizi britannici. Ma questo è quello che dice un alto funzionario russo. E’ la versione di una parte in causa. E non si sa quanto coincida con la verità.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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