Twittami la fiducia

– Twittano tutti il 14 dicembre – le firme, i nuovi, i blogger, i direttori, i vice, gli aspiranti, gli emarginati dell’online. Giornalisti, va da sé. Ma mica solo loro. C’è il lobbista che, in alta velocità Roma-Firenze, testimonia come, a dispetto della réclame, il wi-fi di Moretti non funzioni per niente. Una ciofeca metaforica del nostro amato paese – osserva. Twittano i politici. Il leader Pd, Bersani – il più ironico nella dichiarazione di voto in aula – non cinguetta, dopo il voto, con altrettanta efficacia. Quindi: o i discorsi glieli scrive un ghostwriter con due neuroni così, o i twit glieli fa qualcun altro che, quanto a humor, sta a zero. Oppure se li scrive lui entrambi, e allora suggeriamo: più attenzione, segretario, al proletariato 2.0!

Su Twitter Fini non c’è. C’è Generazione Italia, c’è Io sto con Fini. C’è Libertiamo. Non c’è lui, il leader. Berlusconi c’è, of course, ma non funziona. Tanto non è lui. In fondo il Cav non gira più da tempo neppure con gli spiccioli in tasca, e lo smartphone – se ce l’ha – glielo passerà l’autista quando c’è una gnocca in linea. Anche questa, in fondo, è una simbolicamente significativa occasione mancata per Fini ed il suo staff. La rete – avrebbero dovuto comprendere – è la sola piazza trasversalmente civile dove il berlusconismo non arriverà mai, per il semplice fatto che è, appunto, un’agorà libera, non un canale a transito comunicativo unidirezionale. I comunicatori di Futuro e Libertà invece devono averla scambiata per una tv portatile con una forma tecnologicamente evoluta di televideo. I videomessaggi dall’aldilà – ammettiamolo – non sono il miglior viatico al futurismo reale!

Ma il 14 dicembre, signori, ogni trenta secondi un twit. Dalle nove all’una. E poi i dopo – ma quelli valgono meno. Caustici, precisi, sintetici. È questo il bello del networking socio-comunicativo: l’essenzialità.
La fiducia minuto per minuto non è una rivoluzione per l’establishment politico-comunicativo italiota. È solo un timido segnale di esistenza in vita, di cui, oltretutto, è probabile si debba rendere grazie a WikiLeaks, che ha reso pop l’hackerismo partecipato mostrando quanto vulnerabili siano in realtà le roccaforti del potere formale. Quel potere variamente castale che non decide nulla e conta infinitamente meno. Quell’ex-potere, egotico e conservativo, che può auto-certificarsi quanto gli pare, ma intanto i cittadini, i mercati, i Marchionne – loro – il vero potere se lo stanno prendendo da sé, scrivendosi le regole fuori dalla politica. O meglio: a prescindere dalla politica. La quale appunto ha questo di strano: sta ferma in un universo che corre, chiusa in un mondo che si apre.

Che il ‘sacrificio’ di Assange sia servito a farci uscire – noi stampa, noi politica, noi civili – dall’autismo incivile che ci ha sino ad oggi ancorato ad una gittata prospettica tarata sul raggio del Raccordo anulare (copyright di LC)?


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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