– da Il Secolo d’Italia di mercoledì 15 dicembre –

Il bipolarismo è una forma efficiente di competizione politica. La peggiore, escluse tutte le altre, si potrebbe dire parafrasando Churchill. In Italia la “religione del bipolarismo”, che era stata introdotta dalla stagione referendaria dell’inizio degli anni Novanta, si è però pervertita in un’idolatria della leadership. Il berlusconismo ­ con il suo doppio, a cui sempre più ha finito per rassomigliare, l’antiberlusconismo – ha surrogato le forme e i contenuti di un bipolarismo normale. E’ un merito storico di Berlusconi, anche se risponde, più che ad un suo disegno, alla oggettiva polarizzazione che è seguita alla sua discesa in campo e alla sua formidabile resistenza politica. Ma si è mutata alla fine nella sua colpa peggiore, visto che sugli equilibri precari di un bipolarismo sbilenco, tenuto in piedi dall’amore e dall’odio contro di lui, il Cav. ha scelto di accomodarsi, fino a sfondarli con il peso del suo narcisismo.

Quest’idea della lealtà politica come fedeltà personale al leader, che il berlusconismo contrabbanda come essenza del bipolarismo, è il frutto più velenoso di un quindicennio vissuto pericolosamente, in bilico tra l’eresia liberale e la tentazione populista. Il fatto che Margaret Thatcher, alla fine del 1990, sia stata deposta senza troppi complimenti dal suo stesso partito, dopo avere conquistato per la terza volta consecutiva la premiership, al Cav. apparirebbe (se vi ponesse mente) un’usurpazione del potere legittimo. In Inghilterra apparve invece una prova della fisiologia democratica, caratteristica di un sistema politico maggioritario e (anche) “leaderistico”.

Oltre ad avere confuso il bipolarismo con il personalismo, Berlusconi e il berlusconismo hanno anche contraffatto culturalmente i principi della democrazia competitiva, come sistema di selezione delle policies, adeguandoli ai dogmi del consenso berlusconiano, secondo cui può cambiare la direzione della leadership, ma non il leader. Questo è diventato culturalmente il bipolarismo del PdL: la “difesa democratica” dell’insostituibilità politica e sistemica di Berlusconi. Che nella sua versione apologetica – per la serie: “il bipolarismo spiegato al popolo” – finisce per somigliare ad una sorta di Grande Fratello, in cui col televoto, ogni cinque anni, si nominano i perdenti e si intronano i vincenti.

Nelle società contemporanee la politica tende a “presidenzializzarsi” e il consenso a de-ideologizzarsi. La dimensione del governo scavalca quella della rappresentanza come forma privilegiata di esercizio della responsabilità politica. Il voto elettorale esprime preferenze e interessi, la cui articolazione sociale è, ormai per buona parte, non rispecchiata da una rappresentazione tradizionale della dialettica tra destra e sinistra. La partecipazione politica dismette le forme della militanza più tradizionale e acquisisce quelle più “interattive” e virtuali, caratteristiche della società della comunicazione.

A questi e ad altri processi che caratterizzano l’evoluzione di tutte le democrazie contemporanee – a partire da quelle bipolari – il berlusconismo ha opposto infine una risposta semplificata.  Pre-weberiana e rudimentale dal punto di vista ideologico: la leadership coincide con la capacità di comando e la fascinazione fisica delle masse. Post-moderna e sofisticata dal punto di vista tecnico: la persona del leader si identifica con la sua icona mediatica. La rappresentazione non si limita a raccontare, ma “costituisce” la realtà della leadership.  Insomma: un po’ Vladimir Putin e un po’ Michael Jackson.

Questa idea dell’impegno elettorale come fedeltà personale al premier, che i bipolaristi de’ noantri contrabbandano come sostanza della coerenza politica, è il frutto più velenoso che il berlusconismo consegna ad una stagione politica nei fatti già post-berlusconiana. A ribellarsi alla “berlusconizzazione” del bipolarismo dovrebbero essere i bipolaristi, mica i cantori della gran bontade de’ cavalieri antiqui, a cui sta benissimo che tutto si riduca allo scontro tra i “meno male che Silvio c’è” e i “Berlusconi in galera”.

Quella sorta di guerra “morale” attorno ai vizi e alle virtù dei “Caimano” ha consentito una competizione maggioritaria, che si è istituzionalmente stabilizzata, al di là dei sistemi elettorali, ai diversi livelli di governo, nazionali e locali. Agli italiani la democrazia competitiva piace più di quanto piaccia il Cav (si pensi al successo delle primarie, a sinistra). Ma ora il giocattolo rischia di rompersi non solo per il sabotaggio dei centristi, ma per il cupio dissolvi di Berlusconi che – come molti nostalgici del centrismo da mani libere –  pensa che il bipolarismo e il berlusconismo simul stabunt et simul cadent.

In realtà tanto la difesa del bipolarismo come alternativa alla “democrazia dei partiti”, quanto la denuncia della sua natura intrinsecamente estremistica sono storicamente false. Solo i berlusconiani ideologici (tra cui, Berlusconi) possono pensare che il leader sostituisca i partiti. Non esiste bipolarismo al mondo che non poggi su formazioni politiche grandi e tutt’altro che “personali”.

D’Altra parte i Paesi meno esposti ai rischi dell’estremismo di governo e di opposizione sono in genere quelli legati a uno schema di democrazia competitiva e all’alternanza di governo. Lo schema bipolare conserva un’efficienza invidiabile e un’oggettiva diversità rispetto alla sua versione “italiana”, la quale ondeggia tra un bipartitismo forzato e un bipolarismo da “porcellum”, la democrazia senza partiti e le istituzioni ridotte a specchio della volontà popolare, rappresentata, per immagini, dal volto e dal corpo del leader.

Questa è un’illusione totalitaria. La sovranità popolare, trasferita in quella di un leader investito di una legittimazione diretta e quindi sostanzialmente assoluta, perché “equivalente” a quella del popolo, è una caricatura. Abbiamo sentito per settimane ripetere che l’identificazione tra la sovranità e la leadership sarebbe una sorta di “democratizzazione della democrazia”, di disintermediazione del consenso, di liberazione del potere democratico dagli intralci opposti dalle vischiosità del sistema politico. L’idea di un limite costituzionale all’esercizio del potere legittimo – che dovrebbe essere cara ai liberali – è stata soppiantata da quella di una “democrazia popolare”, incarnata dalla volontà del leader.

Il bipolarismo, però, non si fonda affatto sull’elezione diretta del premier e su di un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza, che è nei suoi presupposti e nei suoi esiti alternativo al principio maggioritario “classico”, fondato su candidature uninominali e collegi territoriali.

Le leadership non sono il surrogato democratico dell’uomo forte. Il bipolarismo esiste in Germania, in Spagna, in Francia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti d’America, a prescindere dal sistema elettorale e ovunque ha ben poche parentele con quell’idea verticale e proprietaria del potere e del consenso che è propria dell’ultimo (e peggiore) Berlusconi.