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Dalla Thatcher ad Aznar: etica ed estetica del “passo indietro”

- Era il 20 Novembre 1990. Si svolgevano in Gran Bretagna le elezioni per il rinnovo della leadership del Partito Conservatore e con essa di quella del paese, dato che nel Regno Unito è al leader del partito di maggioranza che spetta la premiership.

Ad avere diritto al voto erano i deputati tory ed il premier in carica Margaret Thatcher ottenne al primo turno il 53,8% per cento dei suffragi, contro il 40,1% dello sfidante Michael Heseltine.  Il regolamento elettorale prevedeva che al primo ballottaggio oltre alla maggioranza assoluta fosse necessario un vantaggio del 15% sul secondo classificato. Tuttavia quest’ultimo regola veniva meno già dal secondo turno, a partire dal quale era sufficiente la maggioranza assoluta dei consensi.

Un risultato inferiore alle previsioni per la premier britannica che aprì la strada ad un  febbrile giro di consultazioni interne. Momenti tesi che la Thatcher ha ben descritto nell’autobiografia “Gli anni di Downing Street”; momenti di amarezza per la “diserzione” di alcuni che aveva sempre considerato “amici ed alleati”. C’erano pochi dubbi, in ogni caso, che la Lady di Ferro avrebbe vinto la rielezione al secondo turno. Le sarebbe bastato mantenere i consensi ottenuti al primo, indipendentemente dal risultato di Heseltine – le sarebbe bastato fare appello al senso di opportunità e di responsabilità della maggior parte dei deputati del caucus conservatore. Invece decise di ritirarsi lasciando che al secondo turno fosse un nuovo candidato, John Major, a correre e a vincere.

“Dopo un’ampia consultazione con i colleghi, ho ritenuto che sarebbe più utile per l’unità del partito e per le prospettive di vittoria nelle elezioni generali se mi dimettessi per consentire ai colleghi di Gabinetto di partecipare all’elezione per la leadership”.

Si assistette dunque, in modo non traumatico, ad un cambio della guardia alla guida della destra britannica, senza che si fosse stati in presenza di una sconfessione elettorale o che le elezioni seguenti fossero particolarmente compromesse (infatti furono nuovamente vinte dai Conservatori). La signora Thatcher aveva scelto di andarsene non perché non avesse alternative, non perché  le mancassero le armi per un’estrema difesa, ma perché si era resa conto di non avere più – per la prima volta dopo molti anni – un partito compatto dietro di lei. Aveva compreso che farsi da parte era in quel momento il modo migliore per evitare ai Tories un periodo di lacerazioni.

Nelle democrazie occidentali è quasi automatico che un leader sconfitto alle elezioni si dimetta dalla guida del proprio schieramento, ma non sono infrequenti i casi – come quello della Thatcher – in cui anche capi di governo che vengono da una importante striscia di successi decidano ad un certo punto di fare un passo indietro.

Si pensi ad Aznar che dopo due mandati scelse di non ricandidarsi alle elezioni del 2004 e di cedere il passo a Mariano Rajoy, nonostante le pressioni interne al partito affinché proseguisse in qualità di primo ministro. Non era in crisi di consensi, anzi, il Partido Popular era in testa nei sondaggi (le elezioni furono poi perse per le particolari dinamiche innescate dall’attentato a Madrid). Ritenne tuttavia che otto anni di governo potessero bastare e la posizione di solidità in cui si trovava gli garantì il diritto di fatto di nominare il successore alla testa del partito.

Altri esempi di passaggi di testimone tra premier dello stesso colore sono quello tra Tony Blair e Gordon Brown in Gran Bretagna, tra Jean Chrétien e Paul Martin in Canada, tra Bob Hawke e Paul Keating  in Australia, tra Jim Bolger e Jennifer Shipley in Nuova Zelanda.

Ma cosa spinge uno statista affermato e “vincente” a rinunciare alla guida del paese? Le ragioni possono essere molteplici e riguardano in certi casi considerazioni di interesse complessivo per il paese o per la propria parte politica; in altri casi invece hanno a che fare con l’immagine che si vuole lasciare di sé.

Il passo indietro è spesso il modo di disinnescare quelle tensioni che negli anni  nascono inevitabilmente si formano all’interno di ogni forza politica. Lo status quo sclerotizza le contrapposizioni e cancrenizza le ferite. Per questo ogni tanto servono soluzioni “laterali”, serve una “mossa del cavallo” in grado di riaprire i giochi – anche per venire incontro alle legittime aspirazioni delle nuove leve ad un ricambio generazionale. Per di più la forza dell’incumbency rischia di avere un effetto condizionante sulle fisiologia stessa di un movimento politico, sottoponendo il dibattito interno a freni inibitori e timori reverenziali.

In molti casi il passo indietro è anche un modo di dare il segnale che non si è alla ricerca della conservazione del potere per il potere e che si considera l’impegno pubblico come una stagione della propria vita messa al servizio della Nazione.
Ma al di là delle considerazioni di etica civile, il passo indietro trova spesso anche una ragione “estetica” – nel senso che un politico che ha conosciuto nella sua vita importanti successi, in genere ci tiene anche a dare la conclusione più onorevole al proprio percorso. Ad uscire di scena “bene”.

Per questo preferisce cedere il passo ben prima di arrivare “alla conta”, alla “battaglia finale” in cui si vince o si perde per un voto. Ben prima che si arrivi in modo esplicito alla “congiura” contro di lui. Riportandoci al caso italiano, un capo di governo come Silvio Berlusconi – che ha vinto tre elezioni e che ha governato più di ogni altro premier in era repubblicana, entrando a buon titolo nella Storia del paese – ha molto più da perdere che da guadagnare dalla ricerca continua dell’ultimo rilancio e dell’ultimo show-down,

Anche se Berlusconi finisse per ottenere la fiducia delle due Camere, dovrebbe seriamente considerare l’opportunità di abbandonare la scena. Non da sconfitto ma da vincitore. Designando il proprio successore e quindi potendo plasmare anche in larga parte il dopo-se stesso. E’ un’occasione storica che ha adesso e che non è detto che possa avere in futuro, se sceglierà solamente di arroccarsi nel fortino per rintuzzare ad uno ad uno, indefinitamente, tutti gli assalti – perché prima o poi un assalto è destinato a perderlo e questo potrebbe avere conseguenze traumatiche per tutta la sua parte politica. A maggior ragione se non si muove nell’ottica dell’inclusione, ma punta invece “a far uscire allo scoperto” (leggasi “a far coalizzare contro di lui”) tutto quello che sente ontologicamente diverso da sé.

Chi scrive continua a vedere ancora nell’esperienza berlusconiana il bicchiere mezzo pieno. Ma al tempo stesso il giudizio storico sugli anni del Cavaliere dipenderà in gran parte dal fatto se egli sarà o meno in grado di lasciare in eredità una forza di centro-destra in grado di sopravvivergli e di assicurare nei prossimi anni una polarità liberale e conservatrice all’interno di un quadro di democrazia competitiva. Ad oggi questo lascito è tutt’altro che certo.
Il rischio invece è quello che forse non oggi, ma comunque un domani, muoia Sansone con tutti i Filistei. Un rischio su cui tutti – berluconiani e finiani – dovrebbero riflettere con coscienza.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

3 Responses to “Dalla Thatcher ad Aznar: etica ed estetica del “passo indietro””

  1. donato scrive:

    Il passo indietro non può farlo G.Fini che si occupa di politica da più di 30 anni?

  2. creonte scrive:

    il passo indietro lo fa chi fa il presidente del consiglio per circa 8 anni su 16… in USA sarebbe già scaduto

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