– E’ bastato che Marco Pannella chiedesse, provocatoriamente, il permesso di dialogare con Berlusconi per scatenare l’ennesima campagna di disinformazione aggressiva a spese dei radicali. I disinformatori (di regime, si dice a Torre Argentina) hanno subito maldestramente e disonestamente tradotto il desiderio nonviolento di dialogo con tutti, anche con i peggiori, in un inesistente tentativo di mercimonio dei voti dei deputati radicali alla Camera. A poco sono valse le precisazioni di Emma Bonino, di Rita Bernardini, dello stesso Pannella. Eppure, il metodo radicale del dialogo dovrebbe essere già visto e già sentito, persino scontato, se negli anni di piombo  si rivolgeva persino ai “compagni assassini” del terrorismo rosso: è lo stesso metodo nonviolento che porta Marco a mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare quella di Tarek Aziz e di altri “Caini” iracheni.

Oggi, più modestamente, si tenta un dialogo con il Partito Democratico. Nonostante le belle parole di Bersani nell’VIII Congresso di Radicali Italiani e quelle di Rosi Bindi nel IX, la strada è ancora decisamente in salita. Da parte piddina, le pratiche antiradicali sono ormai una costante: il divieto della candidatura di Pannella alla segreteria del partito, i veti elettorali al simbolo radicale e a tre suoi esponenti (Pannella, D’Elia, Viale), blocco della commissione di vigilanza RAI, la vuota e finta adesione all’anagrafe pubblica degli eletti, le elezioni per la segreteria giovanile poco trasparenti e inquinate dai brogli (come testimoniato dalla candidata radicale Giulia Innocenzi), il tradimento clamoroso degli accordi elettorali in occasione delle elezioni europee dello scorso anno, i vergognosi mercimoni del Partito Democratico sul trattato Italia-Libia e sulla  cancellazione della parte del ddl Alfano che avrebbe alleviato il disastro tremendo e disumano delle carceri italiane, tristissime vicende in cui il Partito Democratico, e non i radicali, ha trovato convergenze col PdL sulla questione libica e con la Lega Nord sulle carceri.

Insomma, quando si può ottenere qualche poltrona (vedi Copasir) il PD non si ferma davanti a nulla, nemmeno ai cadaveri prodotti dall’oasi lager di Cufra o da un qualsiasi tragico carcere italiano. Ma i “compagni” democratici non si sono fermati qui. Il Partito Democratico si è ben guardato, infatti, dal coinvolgere i radicali nella discussione sulla mozione di sfiducia al premier. Ne è scaturita un’ovvia conseguenza, ovvero la mancata firma dei deputati radicali alla mozione.

Qui si inserisce, temporalmente, la provocazione pannelliana. Il dialogo con Berlusconi, ovviamente, è impossibile e Pannella lo sa benissimo. La riforma della Giustizia a partire dalle carceri (senza dimenticare la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere, l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale), la riforma elettorale uninominale e maggioritaria, la visione radicale sui diritti civili sono qualcosa di infinitamente lontano per il Cavaliere allo sbando, i cui ultimi sussulti di liberalismo risalgono ormai agli anni Novanta. Berlusconi, seppure d’accordo su alcune richieste radicali sulla giustizia, è ormai del tutto incapace non solo di realizzarle, ma persino di paventarle.

Eppure, basta la semplice intenzione radicale al dialogo con il PDL per scatenare un putiferio, anzitutto tra militanti e sostenitori. Ma se il metodo è l’ahimsa gandhiana, se ci si rivolge non ai terroristi, questa volta, ma a un’istituzione come la Presidenza del Consiglio (seppur mal rappresentata dall’attuale occupante), come ci si può scandalizzare? Come si può criticare il comunicato di Pannella se esso chiede nient’altro che il riconoscimento dello status, per i radicali, di “interlocutori politici” ed è disposto a farselo riconoscere da chiunque, da Berlusconi a Bersani, da Bossi a Di Pietro? E come può farlo chi è o potrebbe essere radicale?

La provocazione pannelliana ha sortito nell’immediato due effetti: in primo luogo, la ripresa del dialogo con Pierluigi Bersani e con il Partito Democratico, che hanno, ancora una volta, l’occasione di provare a diventare quella sinistra liberale “all’inglese” tanto auspicata; in secondo luogo, l’annuncio del viaggio di Marco in Iraq, accompagnato dal Ministro degli Esteri, per salvare non solo la vita di Tarek Aziz e delle altre decine di condannati a morte, ma la verità sulle reali cause delle sanguinosa guerra dell’Iraq. Soprattutto il secondo risultato non pare trascurabile in un’Italia che, come Wikileaks insegna, appare sullo scenario internazionale sempre più marginale e buffonesca.