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Il Manifesto di Ottobre come nuova fonte della democrazia partecipativa

La riflessione che segue ha come obiettivo quello di analizzare i vantaggi che possono derivare per la democrazia da nuove forme di sintesi del discorso politico aperto al contributo volenteroso di quanti hanno a cuore il bene pubblico. L’osservazione riguarda l’esperienza del Manifesto di Ottobre, quella «congiura per un nuovo patto politico» – come l’ha definita Monica Centanni – destinata, negli intenti dei promotori e dei firmatari, a produrre un surplus di democrazia in grado di realizzare una autentica cittadinanza partecipata.

In questa fase di spaesamento e contemporanea spinta a rinnovare la qualità della democrazia politica – piena di problemi, dunque da migliorare e conquistare – riesce difficile calibrare correttamente il punto di osservazione per individuare le urgenze più prossime in una prospettiva di medio-lungo periodo funzionale all’allestimento di scenari nuovi, responsabili e inclusivi. Ovviamente, secondo le sensibilità e competenze, l’analista compone l’osservazione dei fatti partendo dal “suo” metodo (giuridico, economico, politologico, etc.) e immaginando così di poter fornire utili proposte di comprensione e soluzione (sempre parziali) delle condizioni attuali della società in base al “suo” punto di vista.
La complessità delle questioni odierne invita però gli studiosi a lavorare in sempre maggiore sinergia, abbandonando vecchi schemi di orgogliosa quanto esiziale difesa ad oltranza dei propri settori scientifici – concepiti come fortezze inespugnabili – e ad aprirsi al confronto, allo scambio di idee, in un’ottica di rispetto reciproco e di scambio di materiali utili a organizzare “batterie di saperi” appropriate alle dinamiche del presente. Ecco perché, nonostante la confusione e lo smarrimento, si comicia a ragionare in termini nuovi, di maggiore interazione. Gli stimoli giungono da più parti, e spesso l’allarme lanciato da piccoli punti di osservazione produce l’allestimento di forum di discussione progressivamente sempre più grandi, dove la convergenza tra saperi diversi offre possibilità e chance inimmaginabili.

In questi ultimi tempi, inoltre, l’avvicinamento tra studiosi e settori nuovi della (nuova) politica appare la nota più rilevante del panorama pubblico. Occorre allora spingere su questo percorso e abbandonare vecchi schemi. La politica deve saper ascoltare e magari (provare a) “ritardare” (facendole sedimentare il tempo giusto) le sue scelte, sovente affrettate e utili solo nell’immediato mediatico (il tempo di una apparizione in televisione); la cultura, da par suo, deve saper scindere tra una produzione scientifica destinata all’approfondimento e una messa a disposizione della politica di soluzioni viabili, offerte in termini di maggiore linearità e fruibilità.

Il “varco” apertosi con il Manifesto di Ottobre per una “rinascita della res pubblica e per un nuovo impegno politico-culturale”, sembra dimostrare tutto lo sforzo a lavorare – nella riscoperta di una nuovo spirito repubblicano, dove cittadini e istituzioni rimuovono, cooperando, «gli ostacoli di ordine economico e sociale» (art. 3 comma 2 Cost.) – per una “dimensione discorsiva nello spazio pubblico” (Habermas).
Occorre allora esercitarsi, allestire un corredo nuovo delle idee politiche dal quale far scaturire idonei strumenti per superare la crisi a cui la democrazia è soggetta. In quest’opera di ri-allestimento nessuno “viene prima” degli altri. Tutti – politologi, giuristi, economisti, storici, antropologi, etc. – forniscono indicazioni, con eguale responsabilità, a tutti i livelli dove la partecipazione si organizza (dalla dimensione locale e via via più su) per dare corpo alla decisione pubblica.

La “democrazia partecipativa” presuppone, per essere vincente, procedure in cui istituzioni e società compartecipano, con eguale forza, nella rilevazione e ordinazione dei problemi. Per cui, contribuire a “democratizzare la democrazia”, significa agire sulla “società civile organizzata” e sugli apparati burocratico-istituzionali indirizzandoli a cambiare ruolo: la prima, a diventare più presente e influente sul processo decisionale, i secondi, ad abbandonare una certa logica puramente dirigistica e a diventare registi dei nuovi processi decisionali.
Alla politica spetta mettere il lievito, anticipando e accompagnando in senso egualitario “l’azione trasformatrice” della sfera pubblica attraverso l’agevolazione della nascita di “fori di dibattito pubblico” dove dare ascolto non solo alle posizioni dominanti ma anche ai membri dei gruppi più piccoli (ambiente, cultura, religione, etc.), i cui punti di vista e interessi risultano spesso marginalizzati dalla discussione su temi di interesse generale.

Ovviamente l’intercettazione funzionale della piena espressione del maggior numero di “interessi” necessita non solo della spinta politica alla inclusione-partecipazione (conferenze, consulte, forum, partenariati, etc.) ma anche, e soprattutto, di una legittimazione di carattere giuridico in grado di (partendo dalle fonti) dare coerenza e completezza ad uno scenario ad alto tasso di complessità e stratificazione, comunque rispondente all’idea di “interesse generale”.
La nostra Costituzione parla esplicitamente di “partecipazione” la quale, collocata all’interno di una norma dalle potenzialità ampie – l’art. 3 collegato all’art. 2 (principio personalista) – si “offre” all’interprete per essere valorizzata sotto il profilo sia della lotta alle disuguglianze, sia del coinvolgimento dei più svariati livelli di governo dove mettere in pratica processi partecipativi.

Una legittimazione di tale portata della partecipazione “sotto il segno della Costituzione” significa immaginare processi di democratizzazione ampi, includenti aspetti fondamentali della vita civile italiana ancora (colpevolemente) marginalizzati ma che discendono dalla nuova conformazione multiculturale della stessa. Nuovi problemi necessitano di essere affrontati e risolti, questa voltà, però, provando a strutturare una “nuova alleanza” tra governanti e governati, dove i primi favoriscono la partecipazione dei secondi alle decisioni su specifiche questioni che li riguardano (la costruzione di un luogo di culto, l’apertura di una discarica, la politica industriale seguita da una multinazionale, etc.) e i secondi, meglio informati e più consapevoli circa l’applicazione delle scelte, si impegnano a favorire una migliore distribuzione di pesi e vantaggi.

L’inclusione-partecipazione costituisce, in sintesi, il tratto più evidente di questa governance dell’arena pubblica. In più, considerata la sua conformazione più propensa al dialogo e alla ri-progettazione continua anziché alle dinamiche autoritarie e sanzionatorie tipiche del government, consente di aprirsi a tutti quei soggetti (singoli e associati) che stanno in posizioni sociali o giuridiche deteriori (stranieri, donne, minori, etc.).
Per funzionare, un modello del genere, ancora poco considerato dai teorici delle varie disicipline sociali (come rileva Allegretti), ha bisogno di essere adeguatamente sorretto a tutti i livelli istituzionali (nella loro componente politica e tecnico-burocratica) e tramite campagne di informazione realmente in grado di coinvolgere chi la politica la fa e chi se ne occupa sul fronte della discussione organizzata. Solo così, facendo appello a persone capaci di prendere in mano i propri destini e della comunità di appartenenza (e non inclini, invece, ad affidarsi all’uomo, alla cerchia, al giro) sarà pssibile contrastare e ridurre le spinte all’involuzione della democrazia.


Autore: Gianfranco Macrì

Nato a San Vito sullo Ionio (CZ) nel 1966. E’ professore associato presso l’Università di Salerno, dove insegna diritto ecclesiastico europeo. Le sue ricerche riguardano principalmente la dimensione giuridica del fattore religioso nell’ambito europeo, nonché alcune questioni attinenti lo statuto giuridico dell’Islam in Italia. Collabora con diverse riviste ed è autore di numerose pubblicazioni.

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