di CARMELO PALMA – Comunque vada, non sarà un successo. Che Berlusconi rimanga a Palazzo Chigi, o che ne esca, il suo governo è finito. E il berlusconismo pure. Le stagioni politiche non hanno sette vite, come i gatti e come il Cav. Ne hanno una sola, per longeva che sia. Hanno una forza e una realtà storica, i cui tempi non sempre coincidono con quelli della cronaca politica e con la biografia dei suoi protagonisti. I laudatores del berlusconismo non se ne danno per intesi, ma la macchia del “fondatore” è proprio di averlo identificato con se stesso e fatto coincidere con la propria vicenda personale.

Il thatcherismo è stato anche blairiano, il reaganismo anche clintoniano. Il berlusconismo non potrà essere altro che berlusconiano – e quindi è già finito, perché la leadership di Berlusconi non durerà quanto la sua capacità di rimanere in equilibrio sul filo di qualunque contraddizione. Per il Cav. l’unica identità a contare è quella del leader, non quella della leadership – cioè della direzione – che può essere mutevole, fino a benedire il tradimento degli ex dipietristi per maledire quello di Fini. Le giravolte del Cav. fondano la coerenza dei suoi seguaci.

Berlusconi non è il primo, in Italia, a non accorgersi che la storia è finita anche se, politicamente, la vita continua. Si potrebbero fare molti esempi, ma il più pertinente riguarda il “fronte nemico”. Nel 1984, alle elezioni europee, il PCI festeggiò il sorpasso sulla DC, piangendo la morte di Berlinguer, ma non accorgendosi di quella del berlinguerismo. L’anno successivo fu l’esito inaspettato del referendum sulla scala mobile a “materializzare” un fallimento che si era già consumato da tempo, nel rifiuto ostinato di riconoscere in Craxi un interlocutore e non un usurpatore, e in una resistenza alla modernità politica intrisa di demagogia e moralismo.

I berlusconiani stanno facendo qualcosa di simile, aizzati da un Berlusconi vivo e vegeto, indispettito e furibondo, che si è probabilmente rassegnato a credere quanto ha fatto raccontare in giro, perché l’elettorato ne fosse persuaso. Che va tutto bene, che funziona tutto, che non ci sono problemi, se non quelli instillati dalle malelingue, invidiose della sua popolarità. Che la crisi politica non è una conseguenza del suo fallimento, ma, paradossalmente, del suo successo. Diceva qualcosa di simile – secondo lo stesso schema – a proposito di Veronica.

Se Berlusconi alla Camera vince per uno o due voti, perde lo stesso. Non solo perché in Parlamento una maggioranza risicata rende malagevole l’esame di qualunque provvedimento. Ma anche perché un esecutivo che si regge sulla riconoscenza degli sbandati del Transatlantico – che siano una manciata o un plotone – può solo sopravvivere, non governare.