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Liu Xiaobo e la sedia vuota dei diritti umani

 – Ieri, 10 dicembre 2010, giornata mondiale per i diritti umani, il premio Nobel assegnato a Liu Xiaobo nell’ottobre di quest’anno è stato consegnato ad una sedia vuota. Il dissidente cinese resta in carcere, sua moglie Liu Xia agli arresti domiciliari, mentre il governo del loro Paese, lungi dal gioire perché il prestigioso riconoscimento è stato assegnato ad un suo cittadino, esprime estrema disapprovazione per quella che chiama una “farsa politica” messa su al solo scopo di “interferire negli affari interni della Cina”.

Assenti e non rimpiante, in tutto questo, le delegazioni di diciassette Paesi, noti, infaticabili e chiarissimi difensori della democrazia e dei diritti umani: Russia, Arabia Saudita, Egitto, Venezuela, Filippine, Kazakistan, Tunisia, Pakistan, Iraq, Iran, Vietnam, Afghanistan, Sudan, Cuba, Marocco, Algeria e Autorità nazionale palestinese.

Barak Obama, Nobel per la pace nel 2009 nonché incidentalmente presidente degli Stati Uniti, ha generosamente dichiarato che Liu Xiaobo merita il Nobel molto più di lui, poi ha speso qualche parola per sollecitare la sua liberazione, poiché “i suoi valori sono universali, la sua lotta è pacifica”.

Queste parole però, come al solito, sono tanto altisonanti quanto generiche.

Liu Xiaobo, infatti, è perseguitato sostanzialmente per aver firmato e promosso la “Charta 08”, un documento ponderoso ed articolato che, certo, contiene molti riferimenti alla Dichiarazione universale dei diritti umani, ma è anche e soprattutto un programma politico scritto da cinesi per la Cina, e propone un percorso quanto mai pratico, operativo e contestualizzato (ben lungi dall’essere “universale”) da seguire per arrivare ad essere una nazione democratica.

Percorso che comprende una serie di cambiamenti tutt’altro che veniali ed indolori, tra cui anche la proposta di trasformare la Cina in una repubblica federale, non esattamente uno scherzo per un Paese che ha sempre fatto del centralismo uno dei suoi punti di forza. E’ quantomeno riduttivo, dunque, riassumere il tutto come una questione di mera enunciazione di diritti: la battaglia (pacifica, e bene ha fatto Obama a ricordarlo) di Liu, insomma, pur certamente ispirata da princìpi universali, è prima di tutto la battaglia di un intellettuale cinese per mettere in discussione e riformare profondamente le regole del luogo che sente come sua patria, tant’è vero che, pur come studioso avendo avuto la possibilità di stabilirsi altrove, ha scelto di rimanere lì a farsi arrestare per “incitamento alla sovversione dei poteri dello stato”.

Gli obiettivi della Charta 08, a noi che li guardiamo dall’Occidente democratico, appaiono assolutamente condivisibili, ma, conoscendo la storia e le caratteristiche del sistema cinese (d’altronde ben riassunte nella prima parte del documento), non c’è da meravigliarsi che siano particolarmente invisi al governo di Pechino: in effetti, in un contesto come quello, un programma del genere è oggettivamente, nel vero senso della parola, “sovversivo”, poiché propone riforme radicali in praticamente tutti i settori della vita pubblica, ed il rispetto dei diritti umani è solo una delle tante rivendicazioni avanzate. D’altra parte, salterebbero su quelli che “massì, la Cina è più democratica di noi”, ormai anche i vertici del potere cinese dicono di auspicarlo.

Proprio qui, forse, sta il nodo del problema: la questione dei diritti umani, oggi, soprattutto nei rapporti internazionali, è svuotata di senso e relegata in fondo a tutto il resto. Ne rimane visibile soltanto una parte piccola e molto superficiale, sostanzialmente considerata ed utilizzata come una sorta di “spilletta” che tutti, indipendentemente dal loro impegno nella promozione dei fondamentali diritti dell’individuo – e anzi, spesso nonostante l’impegno contro la loro applicazione -, possono appuntarsi al petto per le più varie ragioni, ricevendo per questo applausi e incoraggiamenti. In galera, tanto, ci vanno Liu Xiaobo e Aung San Suu Kyi, a morire per la libertà di stampa ci hanno pensato Anna Politkovskaja e Antonio Russo, a farsi portar via di peso per il diritto di manifestare sono costantemente le Damas de Blanco, a rischiare la vita ogni giorno sono sempre gli altri, quei remoti pazzerelloni che non si rassegnano a vivere privi di tante libertà che noi ormai diamo per scontate.

Nel cosiddetto mondo libero, in fin dei conti, la vulgata diffusa implicitamente (quando non addirittura esplicitamente) è che i diritti umani siano, sì, “cosa buona e giusta”, ma in un’accezione quanto mai generica e priva di applicazioni pratiche, e che basti dichiararsi, in astratto, “a favore” di essi perché come per miracolo se ne ottenga il rispetto. Il trucco, come sappiamo, l’hanno imparato, visto che non è complicatissimo, anche i peggiori dittatori.

In questo contesto, paradossalmente, la sostanza “sovversiva” della battaglia di Liu Xiaobo è molto più chiara al governo cinese che a quello americano, almeno a giudicare dalle rispettive dichiarazioni: finché le questioni dei diritti fondamentali, della democrazia, delle libertà individuali resteranno in secondo piano, sopravanzate in ogni occasione dalle pretese spropositate e ciniche della cosiddetta realpolitik, bene farà, dal suo punto di vista, il regime di Pechino a rivendicare per sé la facoltà di trattarle come questioni interne, di far tacere con ogni mezzo gli oppositori politici e di fare pure l’offeso se qualche ficcanaso occidentale si presenta ad assegnar loro uno stupido trofeo.

Se accettiamo implicitamente che l’unica cosa che conta sono gli scambi economici, e per i diritti umani ognuno guardi in casa propria, allora dobbiamo anche accettare che il governo cinese contesti l’assegnazione del Nobel a Liu Xiaobo argomentando che la sua non è una battaglia universale ispirata alla pace tra i popoli, ma semplicemente un tentativo di sovversione volto a cambiare totalmente il volto del Paese e dunque a destabilizzarlo.

In un mondo in cui, invece, il rispetto dei diritti umani rappresentasse davvero un’importante e seria pregiudiziale per dei buoni rapporti tra stati, non ci sarebbero più scuse: l’attività di Liu Xiaobo a favore della democrazia e del rispetto delle convenzioni internazionali sarebbe veramente necessaria per costruire migliori relazioni tra la Cina (uno dei più grandi e importanti Paesi al mondo, e quindi non privo di responsabilità, come scrivono anche da Oslo) e il resto del mondo, e nessuno potrebbe permettersi di contestare la liceità o l’opportunità di attribuirgli il Nobel.

La sua sedia non sarebbe vuota; i discorsi dei capi di stato, forse, neppure.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

4 Responses to “Liu Xiaobo e la sedia vuota dei diritti umani”

  1. filipporiccio scrive:

    Purtroppo oggi il rispetto dei diritti umani è relegato in secondo piano anche nelle democrazie pseudo-liberali dell’Occidente, dove è preservato soltanto da antiquate costituzioni o consuetudini risalenti ai secoli passati. Al di là dell’ipocrisia di facciata, con cui difendiamo Sakineh ma arrestiamo Assange, la Cina è per tutti i politici occidentali la dimostrazione che è possibile avere la crescita economica senza rinunciare al potere totalitario. Obama del resto proroga il patriot act, misura nata tra mille polemiche sull’onda dell’emergenza dell’11/9, per un motivo molto semplice: aumenta il potere del governo.

  2. Marianna Mascioletti scrive:

    @Filipporiccio: appunto…

  3. Chiara Anselmi scrive:

    Io davvero non ho parole..E’ uno scempio quello che sta succedendo in questo mondo, ormai degenere.

    I diritti umani ormai sono una valore di pochi.

    Magari può tornarvi utile anche questa lettura:

    http://www.rfkennedyeurope.org/it/news/categorie/defenders/724-qi-soldi-stranieri-rendono-piu-forte-questo-regimeq.html

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