Categorized | Capitale umano

“We want sex” di Nigel Cole: la politica come scoperta

 – L’arte e la politica hanno qualcosa in comune: fioriscono quando sono in contatto con la vita e degenerano quando quel contatto lo perdono. Allora l’arte diventa imitazione esangue di forme un tempo originali e autentiche; la politica diventa un universo astratto, estraneo ai bisogni e alle aspirazioni dei cittadini, almeno di quelli che non vi sono direttamente implicati.

“We want sex” di Nigel Cole – un film inglese uscito in Italia in questi giorni – racconta la nascita imprevista di un movimento politico: fresco, felicemente irruente e inaspettatamente popolare, ma allo stesso tempo, come tutto ciò che è vitale, incerto sulle direzioni da prendere; sempre a rischio di estinguersi, ma capace di rilanciarsi e di rafforzarsi.

Siamo alla fine degli anni Sessanta; le operaie di un grande stabilimento automobilistico inglese della Ford, addette alla fabbricazione dei rivestimenti dei sedili, si battono per la parità salariale con i colleghi maschi.
A prenderla alla lettera, è una rivendicazione soltanto economica; ma non può sfuggire che è in causa la parità dei diritti tra uomini e donne nel lavoro come in famiglia, nonché il diritto delle donne a dire la loro nelle organizzazioni sindacali, a quanto pare ancora rigorosamente “maschiliste”.

Si tratta di aspirazioni fino ad allora relegate a mormorii, a scherzi o a discussioni private; ma covate tanto a lungo che fuoriescono sulla scena pubblica spontanee e incomprimibili come il respiro.

Se il movimento – non ideologico e dunque irriconoscibile – trova forme di espressione audaci e originali, il potere (qui rappresentato dai dirigenti della Ford, dalle stesse dirigenze sindacali, e dal governo inglese; farà eccezione la deputata Barbara Castle, con un decisivo intervento finale) mette in campo uno dopo l’altro i trucchi tradizionali per spegnere il dissenso: la derisione paternalistica; l’intimidazione; la corruzione di alcuni membri del movimento, perché siano i capofila dell’abbandono della lotta in cambio di qualche vantaggio personale; e infine le false rassicurazioni, le promesse di un impegno certo a sostegno delle ragioni delle manifestanti, ma così generico che lo si indovina subito destinato a svanire in un indefinito futuro.

 Perché, agli occhi del potere, nel presente, le priorità sono ben altre, e ad esse vanno sacrificate le aspirazioni nascenti.

In “We want sex” si ritrovano le tante qualità, e in certa misura i difetti, del cinema inglese più “impegnato”: l’accurata ed efficace ricostruzione realistica delle scene corali, ambientate ora in una fabbrica, ora in un pub (dove, in un’allegria un po’ sguaiata, si intuisce che cerca riscatto un antico malessere); l’alta qualità della recitazione; una certa idealizzazione dell’ambiente operaio, forse, tra le donne, troppo compatto e solidale.

Ma il filo poetico che sottende tutto il film è la scoperta della politica come espressione di sé: un’espressione che deve costantemente lottare contro il rischio di essere soffocata dalle voci ufficiali, e contro la tentazione della rinuncia.
Il personaggio più emblematico del film è la leader del movimento, Rita (interpretata dalla bravissima Sally Hawkins), allo stesso tempo fragile e tenace; la cui voce, quando parla in pubblico, è insidiata da tremito, ma il cui discorso riesce sempre limpido.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

Comments are closed.