Taglio alle tasse, promessa tradita dal governo, occasione mancata per Fli

– Poteva essere il fiato di tromba che dava avvio alla campagna elettorale o il segnale di riscossa che rinserrava le fila della maggioranza smarrita. La finanziaria 2011, ribattezzata legge di stabilità dopo un timidissimo restyling, ha invece finito per essere una faccenda da sbrigare in fretta, giusto il tempo per accordare qualche piccola regalia che difficilmente troverà una copertura di bilancio.

È apprezzabile il fatto che lo strumento più ricorrente per incentivare ricerca (100 milioni di euro) ed efficienza energetica sia il credito di imposta, in luogo di fondi e programmi in cui prevale la logica redistributiva della roulette. Si continua ad elargire aiuti all’editoria (+105 milioni di euro), alle piccole emittenti radiotelevisive (+45 milioni di euro) ed a far scorrere denaro per canali di welfare che da troppo tempo si dimostrano distorsivi, inefficaci e iniqui, in un mondo del lavoro in cui i lavoratori flessibili non conoscono le generose tutele riconosciute ai titolari di contratti a tempo indeterminato.

Fa raggelare il sangue l’idea che i nuovi investimenti nella ricerca (tra cui 400 milioni per i soli settori dell’aeronautica e dell’elettronica), nell’università (+800 milioni di euro) e nelle politiche sociali trovino copertura in una misura che darà con ogni probabilità esiti ben diversi da quelli preventivati. Si calcola che dalla riassegnazione delle frequenze TV (liberabili con il passaggio al digitale terrestre) ai servizi di banda larga si raccolgano 2,4 miliardi. Una stima alquanto ottimista (lo spiega molto bene per l’IBL Massimiliano Trovato), specie se si considera che quelle frequenze saranno assegnate il prossimo anno per essere effettivamente fruibili sono dal 2013. Con ogni probabilità l’azzardo si tradurrà in deficit. E quando il debito pubblico, già a quota 1680 miliardi di euro (il 119% del PIL), sarà ulteriormente aumentato, il più grande rammarico sarà quello di ritrovarsi a dover farvi fronte schiacciati da una pressione fiscale stabilmente al 43%, un livello troppo alto per far sperare in un nuovo ciclo economico espansivo.

Un coraggioso taglio delle tasse e della spesa pubblica sarebbe servito a rilanciare la crescita e staccarsi con un battito d’ali dal pantano su cui siamo adagiati da ben prima della crisi. Poteva essere un momento opportuno anche sotto il profilo politico: centrare il punto del programma di governo che prevede una riduzione della pressione fiscale sotto il 40% avrebbe dato consenso alle forze politiche che si fossero impegnate al perseguimento dell’obiettivo e le avrebbe tolte dalle accuse di tradimento dei propri elettori. Nessuna gara tra partiti per accaparrarsi la gratitudine dei tartassati; neanche la demagogia ci è venuta in soccorso. Anzi, ha rischiato di prevalere la demagogia di segno contrario, quella che ha ispirato le numerose proposte tese ad aumentare la tassazione delle rendite finanziarie (dove per rendite finanziarie si intendono anche gli interessi sul conto corrente, le cedole obbligazionarie del piccolo risparmiatore, il rendimento dei fondi comuni di investimento).

L’impegno a ridurre le tasse avrebbe potuto anche salvare questo governo e rinsaldare la maggioranza. Chi avrebbe più regalato al governo il consenso che deriva dall’aver dato un po’ di sollievo dall’oppressione fiscale?
Invece né il Popolo della Libertà, né Futuro e Libertà, né tanto meno gli altri gruppi parlamentari hanno elaborato proposte in tal senso. L’unica responsabilità che il Parlamento e il Governo hanno sentito di potersi assumere è stata la veloce, quasi indolore, approvazione di un testo, arrabattato, per quanto non il peggiore degli ultimi anni, prima del 14 dicembre. Per potersi dedicare, si intende, allo scacchiere mobile su cui in questi giorni si gioca la fiducia.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Taglio alle tasse, promessa tradita dal governo, occasione mancata per Fli”

  1. gianpaolo@liberista scrive:

    Fini dixit : “Chi crede che da qui alla fine della legislatura si potranno tagliare le imposte per le famiglie e per le imprese evidentemente crede a Babbo Natale”.
    Sarebbe questa la rivoluzione liberale voluta da Fini? tra la tassa sui risparmi e il vietare la riduzione della pressione fiscale non c’è male!!Speriamo cambi idea….

    http://www.dailyblog.it/fini-credere-a-taglio-tasse-e-come-credere-a-babbo-natale-impossibile-sgravi-da-qui-a-fine-legislatura/04/12/2010/

  2. vittorio scrive:

    In genere i finiani sul versante economico non propongono di ridurre le tasse. In genere chiedono maggiori aiuti “sociali” e alle imprese. Considerando la situazione attuale c’è da chiedersi da dove dovrebbero venire questi soldi. Dal taglio delle tasse?

  3. angelo scrive:

    fini fu il primo a dire 1993 che il ceto medio andava verso la poverta’penso che oramai ci siamo, il taglio alle tasse non lo faranno mai. pensano solo agli interessi loro che paghiamo sempre noi. (sono una persona che credeva)!

Trackbacks/Pingbacks