Nel corso di questa settimana, Libertiamo.it ospiterà una serie di contributi, suggerimenti e proposte per affrontare il dopo 14 dicembre. Le posizioni espresse non rappresentano necessariamente quelle dell’associazione Libertiamo.

Dopo il 14 dicembre cosa fare, cosa augurarsi? Difficile da dire. La riflessione prima che vien da fare oggi – a mercato in corso –  è che probabilmente dopo il 14 dicembre ci sarà da aspettare, e credere e volere un altro 14 dicembre. E questo significa che ancora una volta, se grazie all’acquisto di un paio di finti indecisi – che stan lì in Parlamento non perché colgano la fertilità della politica, ideale ma semplicemente per curare la propria sopravvivenza socioeconomica – il 14 dicembre dovesse rivelarsi un ulteriore svilimento della politica in quanto tale, ecco, a questo punto non rimarrebbe che augurarsi una cosa, il ritorno alla politica.

Dopo questa data, ormai simbolica, non vogliamo più vedere lo svilimento del dizionario politico, non vogliamo più sentir parlare di ribaltoni, non vogliamo più udire la parola traditori, non vogliamo più avere a che fare con gli slogan “complotto dei poteri forti” e “volontà del popolo tradita” e “elettori ingannati”. Non vorremmo più sentir parlare di “contatti” con parlamentare “traviati” da chi li spingerebbe a mettere in dubbio il capo, l’ex capo o il futuro capo. Dopo il 14 dicembre non vorremmo più sentir parlare di “interessi personali e privati” nella gestione della cosa pubblica. Non vorremmo, in poche parole, più avere a che fare con tutte quelle formule dell’attuale vita politica, e della comunicazione mediatica, che sempre più spingono il Paese nel baratro dell’antipolitica. Di quel sentire comune che porta con sé il più dannoso dei cancri endemici della vita politica italiana, un morbo sintetizzabile in una frase unica: “ma tanto sono tutti uguali”.

Il reale, complesso, compiuto danno del berlusconismo è quello di aver creato una indifferenziazione dell’immaginario politico. Tranne i nemici (che sono i comunisti – altro termine che non vorremmo più sentir nominare, visto che non ormai non ne esistono) tutti gli altri sono da considerare una indifferenziata melassa che ha come unico fine quello di inverarsi nella figura del leader. La politica non c’è più, c’è solo la “personaggizzazione” di essa, l’unico tema della politica nazionale rimane il vertice della piramide in quanto tale. Questa formula, ideologica e televisivamente imperante, porta Berlusconi, come “uomo del fare” nell’accezione più demagogica, a nutrire il sentimento antipolitico come formula di lettura del paese. Questo sentimento è il mood che dopo il 14 dicembre, vero o presunto che sia, andrà sconfitto.

Ci auguriamo di vedere un Paese, l’elettorato reale e quello potenziale, la destra e la sinistra, tornare a fare i conti con la complessità politica e non più con il suo riduzionismo propagandistico, populistico e qualunquistisco. Scollegare il paese dalla politica, come oggi sta accadendo, vuol dire alimentare sempre più quel potere, populistico e autoreferenziale, che usa l’antipolitica come formula del consenso e della gestione del potere.

La miseria è la grande scusa che permette al governo di gettar via i denari. Altra cosa che non vogliamo più vedere. Le contingenze economiche non possono e non devono essere alibi e scuse all’incapacità di leggere il Paese  non nelle logiche del lungo termine, ma più semplicemente in quelle miopi del medio e del breve termine. Sono queste e molte altre le cose che ci auguriamo per il “dopo” 14 dicembre.

Ma ho un presentimento. Sintetizzabile in una frase che Longanesi scrisse il 6 agosto 1944 quando vide Vittorio Emanuele uscir di casa a fare quattro passi: “Il Re scese le scale del Quirinale, fischiando la marcia reale, e fumando una sigaretta Savoia.” Per vederlo abdicare si dovette aspettare ancora.

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