Università, perché la Gelmini non è Clegg

di SIMONA BONFANTE – La riforma del finanziamento dell’Università britannica arriva oggi ai Commons. Il concept è: alziamo le rette, di brutto, ma aumentiamo contemporaneamente le borse per gli studenti più poveri e alziamo sensibilmente la soglia di reddito (da 15 a 21.000 sterline l’anno) a partire dalla quale il laureato dovrà cominciare a restituire il prestito (ad un tasso del 9% sul reddito eccedente la soglia minima). Un laureato che raggiunge un reddito di 30.000 sterline – assai al di sopra della media, quindi – pagherà 68 sterline al mese. 68 sterline su 30.000 di reddito annuo. Uno che guadagna il minimo – 21.000 sterline – al mese ne pagherà 7, dico 7, sterline.

Ecco cosa significa prestito d’onore: finanziare l’accesso all’Università degli studenti meno economicamente avvantaggiati a condizioni che nessuna banca concederebbe mai. Perché nessuna banca ti abbona il debito se, come prevede invece la riforma Lib-Con, dopo 30 anni dalla laurea non avrai ancora raggiunto almeno 21.000 sterline di income annuo.
Non solo, il nuovo meccanismo favorisce più dell’attuale – in cui il tetto ai fee è di poco superiore alle 3000 sterline – gli studenti provenienti da famiglie con un reddito inferiore alla media. Per costoro sono previste borse di 3250 sterline, a fondo perduto. E questo esclude dall’accesso alle risorse pubbliche le fasce di reddito più elevate. In termini socialdemocratici, si direbbe il meccanismo più equamente redistributivo.

La graduate tax è l’alternativa proposta da Labour e sindacato degli studenti. La tassa, che ha carattere proporzionale, favorirebbe – a detta loro – la mobilità sociale. Ma le cose non stanno così. Il laureato di cui sopra con un reddito di 21.000 sterline, che con la proposta del governo Cameron-Clegg paga rate sul prestito di 7 sterline al mese, con la graduate tax ne pagherebbe 36. Rette basse e tasse alte favoriscono la middle class ed i redditi superiori, ma non cambiano di una virgola le opportunità dei poor background.
I fee sono stati introdotti per questo, da Blair, alla fine degli Anni 90. E in quindici anni il numero degli studenti provenienti dalla working class è aumentato del 50% mentre i rampolli di estrazione medio-alta solo del 15%.

La questione ha dilaniato i Libdem, da sempre militanti del ‘no’ ai fee. Da sempre vuol dire fino alla campagna elettorale di sei mesi fa. Poi però c’è stato il governo di coalizione, la crisi, i conti da sanare e Clegg ha cambiato idea. Il suo partito però no. E così oggi il Vicepremier e i ministri libdem della coalizione voteranno a favore, alcuni Mp dello stesso partito si asterranno mentre i backbenchers voteranno secondo coscienza, cioè maggioritariamente contro.
Il governo liberal-conservatore britannico si è dato l’obiettivo di portare all’Università più studenti bravi, quindi anche più studenti poveri. Ci ha messo tre mesi a capire che la chiave erano i tuition fee e meno di sei per sviluppare il nuovo sistema – in un regime di austerity più severo ma più scientemente selettivo della sorda orizzontalità tremontiana.

Il Ministro Gelmini ha riformato l’Università come fosse un potere forte da abbattere. Se la sua riforma introduce meccanismi socialmente positivi è grazie agli emendamenti di Fli – le borse di studio e i prestiti d’onore – che la titolare dell’Istruzione aveva invece sostanzialmente sacrificato, con ciò mostrando il punto debole del suo, pur preziosissimo, operato: aver ragionato in un’ottica ‘contro’ (i baroni, i perditempo, i truffatori…) invece che in un’ottica ‘per’ (gli studenti (potenziali, meritevoli, economicamente svantaggiati…).

In Gran Bretagna la riforma non piace a tutti, ma tutti hanno capito che farà la differenza. Neanche in Italia la riforma Gelmini ha una platea esclusiva di estimatori, ma nonostante la spossante gestazione, nonostante la determinazione del Ministro di trasformare l’imperativo finanziario in un’opportunità benemerita di cambiamento, ebbene nonostante tutto questo il sospetto diffuso è che la nuova università della Gelmini sarà molto simile a quella vecchia. E questo è dannatamente male, perché un sì stressante gattopardismo renderà ancora meno favorevole, in futuro, l’accoglienza del cambiamento radicale di cui avremmo invece urgente bisogno – e cioè, come già proposto da Fli, ma respinto dal Pdl, la liberalizzazione delle rette, e poi – va da sé – l’abolizione del valore legale del titolo di studio.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

13 Responses to “Università, perché la Gelmini non è Clegg”

  1. alessandra scrive:

    liberalizzare le rette universitarie in italia?? certo! ci manca solo questo! così i ricchi risulteranno essere i figli dei lavoratori dipendenti e dei pensionati mentre i “poveri meritevoli” saranno i figli degli evasori fiscali! ma fatemi il piacere……………
    avete stufato con proposte che mirano solo a far fuori i veri deboli dalla società, almeno quella italiana. Lasciate perdere l’esempio di altri paesi nei quali l’evasione fiscale non esiste e dove quando qualcuno viene scoperto finisce in galera per anni,non come da noi dove c’è una evasione vergognosa! avete fatto bene a far presente questa “brillante”proposta di FLI così il mio voto e quello di gente come me lo vedrà con il binocolo………dimenticavo, sono una studentessa.

  2. alessandra scrive:

    ah…dimenticavo… abolire il valore legale della laurea? certo, così le lauree saranno certificate dagli amici degli amici mentre gli esseri privi di padrini si attaccheranno……cioè come si usa da noi!

  3. la liberalizzazione delle rette è una fesseria.
    per la gran bretagna bisogna far i conti se i benificiari dell’aumento delle borse di studio saranno un numero superiore a quanti saranno danneggiati dall’aumento delle rette.

  4. @ alessandra
    se ti sentissero i liberisti berlusconiani (e’ un ossimoro, lo so) che accusano FLI di socialismo e assistenzialismo…

  5. L’articolo mi piace, ma la liberalizzazione delle rete e l’abolizione del valore legale del titolo mi sa tanto che sono utopie, qui da noi.
    La gente non capisce, chessò, che non è un pezzo di carta – magari ottenuto con favoritismi – a garantire la tua preparazione; la tua preparazione la garantisci tu stesso, giorno dopo giorno, lavorando come una persona preparata!
    Oppure il fatto che, se le rette sono liberalizzate e concorrenziali fra loro, si tenderà ad abbassarle, in media, e non viceversa – a meno che non si voglia essere tagliati fuori dal mercato.

    @alessandra: ok, non sei liberista.

  6. Simona Bonfante scrive:

    hai ragione francesco, appare un po’ un’utopia da noi. sebbene in realtà le ragioni che ne consigliano il ricorso siano quanto mai razionali, e qui einaudi docet.
    il problema che pone alessandra però è reale. è vero cioé che in un sistema come quello inglese con le borse di studio erogate in base al reddito della famiglia si rischia di sussidiare i figli degli evasori – cosa che in realtà già avviene in Italia e non solo per le borse universitarie. il problema non può essere ignorato e certo fornisce ottimi argomenti a chi si oppone al sistema di compartecipazione all’investimento in istruzione superiore.
    sempre ad alessandra, vorrei dire che qui non stiamo affatto a difendere ideologie, neanche quella liberale. invito anche lei dunque alla lettura di luigi einaudi – e poi in caso opinare sugli argomenti. il pezzo di carta, è nostra convinzione, discrimina e produce diseguaglianza per il semplice fatto che solo formalmente la laurea è uguale dappertutto, perché poi in realtà il pezzo di carta della bocconi vale in quanto dato appunto dalla bocconi – università oggettivamente di qualità – ed è ben diverso da quello elargito da un’università di scarsa reputazione. se sono un datore di lavoro che deve reclutare un giovane laureato, per me il dove quel pezzo di carta è stato stampato fa eccome la differenza. dunque, la realtà è, come osserva francesco, che in realtà il valore legale non corrisponde al valore materiale.

  7. Ale Aleale scrive:

    PERCHE’ NON ANDATE AD UN GOVERNO TECNICO CON PISANU PRESIDENTE DEL CONSIGLIO IN MODO CHE VI DIA I VOTI PER SFIDUCIARE BERLUSCONI E GLI AMICI DI BERLUSCONI CHE SONO DEI MAFIOSI

  8. Andre scrive:

    Quindi nei Paesi in cui le rette sono liberalizzate queste si sono, in media, abbassate? Onestamente non lo so ma sarebbe curioso avere qualche dato.
    Per il pezzo di carta la mia domanda è: chi è favorito oggi, domani perderà questo vantaggio con la sola abolizione del valore legale? Nel privato non si può intervenire, come è giusto che sia. Nel pubblico si potrebbero già oggi evitare certe pratiche…
    @Francesco: ok, sei liberista

  9. Simona Bonfante scrive:

    andre, le rette libere mettono in competizione le accademie sul piano del rapporto qualità/prezzo. questo fattore, congiunto all’abolizione del valore legale del titolo di studio permette incentiva le università a proporre l’offerta migliore e conquistare punti nella classifica degli atenei in cui è desiderabile studiare. queste classifiche internazionali ponderano vari paramtri, tra i quali l’occupabilità dei laureati ed il livello delle occupazioni conseguite, oltre naturalmente al valore ed alla quantità della ricerca accademica prodotta. solo in italia la laurea ha un valore legale sconosciuto ai paesi con i sistemi universitari migliori. solo da noi, si teme l’investimento su se stessi che in Uk in Usa ecc gli studenti fanno assumendosi la responsabilità di un corso di studi costoso ma potenzialmente foriero di una carriera di qualità. non è tutto così semplice, naturalmente, soprattutto in Italia dove l’intero sistema è grippato da scarsa libertà e considerazione per il talento. cmq, è davvero preoccupante che gli studenti preferiscano cullarsi nello status quo o nell’utopia dell’università gratis per tutti senza capire che è proprio quel frainteso concetto di eguaglianza che scatena le più intollerabili ingiustizie. non ultima quella che le tasse universitarie le paghino anche quelli che non vanno all’università – visto che le pagano i contribuenti tutti, dunque anche i più poveri per mantenere allo studio i figli dei più ricchi. questo ti pare una cosa sensata?

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