Detroit, il sogno infranto

– Il prodotto interno lordo non è un valore sufficiente a esprimere il grado di soddisfazione di un popolo. Se tale affermazione risulta tanto vera quanto scontata in riferimento a paesi quali Cina ed India, non bisogna trascurarne la validità anche in rapporto allo sviluppo dei paesi occidentali. Da quando le penurie hanno assunto i connotati propri di quelle che oggi definiamo crisi capitalistiche globali, l’America ne è sempre, per ovvi motivi, l’epicentro. Fu così nel 1929, nel 1973 e il crollo del 2008 non fa alcuna eccezione.
Troppo indaffarati nello studiare fiumi d’inchiostro, valutare analisi economiche e interpretare statistiche, dimentichiamo di riflettere sul dato che più di tutti sfugge alle previsioni. In ogni recessione quanto del bagaglio culturale, del benessere umano e del grado di civiltà vanno perduti per sempre?

La crisi non è una semplice caduta a picco dei mercati azionari, né la mera perdita d’impieghi e consumi; è piuttosto la rinuncia ad un sogno. Nel 1929 abbandonammo il mito degli “anni ruggenti” con i loro fastosi spettacoli di Broadway, il cinema Noir, il Jazz e le nuove sfavillanti metropoli erette in stile Art Deco. Nel 1973 il sogno infranto decretò la fine del boom economico, il fallimento della conquista dello spazio, della moda e del design futuristi, della fantascienza e della musica Lounge. La fotografia più struggente del cuore produttivo dell’America di quegli anni la dipinsero Marvin Gaye, che si chiedeva nel suo capolavoro cosa stesse accadendo (What’s Going On?), e gli altri artisti cresciuti a Detroit tra la Ford e la Chrysler, nella Motown che produceva quelle mastodontiche e potenti automobili che battevano l’asfalto delle sconfinate highways lungo l’orizzonte, come i cavalli di razza che le cavalcavano ai tempi del mito della frontiera.

Detroit, oggi come mai, si risveglia nel gelido inverno di una ripresa lenta e incerta. Un’intera città sotto commissariamento come le sue aziende, che non sa più sognare. Sul ghiaccio i Red Wings non vincono più come una volta e anche in NBA i Pistons non vanno a canestro ormai dal 2004, quando una crisi di tale portata nessuno l’avrebbe ancora immaginata. Se nel 1977 Gil Scott-Heron cantava “We Almost Lost Detroit” (abbiamo quasi perso Detroit), cosa si può dire oggi di una metropoli orfana dei suoi figli prediletti?

Detroit non è soltanto una città: è lo spirito del lavoro, del sudore della working class che sventola fiera la bandiera a stelle e strisce, dell’operaio che come Clint Eastwood in Gran Torino è fiero di risparmiare per comprare quella Ford a cui ha montato il volante e per cui si è spaccato la schiena trent’anni in catena di montaggio. Detroit è quella città sulla collina che Reagan immaginava: aperta a quanti vogliano contribuire a renderla grande. Detroit è la casa del popolo afroamericano e della sua dignità, della sua musica, delle sue rivolte e delle sue conquiste. Detroit è ogni stabilimento che chiude in ogni angolo del pianeta. Infine, Detroit è il sogno infranto di un’America dove “Yes, we can” è un motto elettorale vuoto e menzognero in cui nessuno crede più e dove i lavoratori licenziati  scontano due volte sulla propria pelle il prezzo di una crisi la cui colpa è tutta da attribuire alle folli manovre economiche dei palazzi di Washington: perdendo il salario e tributando imposte ai sovrani dell’industria di un paese che i padri fondatori, fossero ancora oggi tra noi, guarderebbero in lacrime.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

9 Responses to “Detroit, il sogno infranto”

  1. Lucio Scudiero scrive:

    E bravo Daniele, ci hai fatto sognare. ;)

  2. Pietro M. scrive:

    Bisogna dire che Daniele in foto sembra addirittura brizzolato.

  3. Daniele Venanzi scrive:

    @Pietro M.: commento esilarante

    E grazie a Lucio!

  4. luigi zoppoli scrive:

    Le angustie non spezzeranno la voglia di sogno e la sfida degli americani. Ritroveranno la loro strada. E’ nel DNA di ciascuno di loro ed è nella storia di quel paese.

  5. vittorio scrive:

    I padri fondatori degli Stati Uniti altri non erano che filibustieri, mercanti, banchieri e possidenti. Coloro che hanno fondato l’America sono le stesse persone che la stanno guidando in questo momento. Non esistono nobili eroi ma semmai illustri pagliacci.

  6. Andrea B scrive:

    E bravo Vittorio … che ci dimostra, con il suo prezioso e pregno intervento, come i troll ormai infestino ogni sito web, nessuno escluso …

  7. vittorio scrive:

    Caro Andrea, evidentemente il tuo “acume” non ti ha fatto capire il senso del mio intervento. Pazienza.

  8. Andrea B scrive:

    Caro Vittorio
    evidentemente lo scrivere qualcosa per “capirsi da soli” deve dare una certa soddisfazione a determinati soggetti, particolarmente predisposti a godere di certi piaceri.
    Personalmente ho sempre privilegiato la comunicazione diretta, anche nello scrivere… magari terra terra, ma con l’ intento di portare argomenti chiari alla discussione e confrontarmi con gli altri, senza fraintendimenti.
    Anche perchè il mio acume, poco o tanto che sia, mi fa rendere conto come il testo scritto non renda quelle sfumature e quei sottointesi che la comunicazione verbale garantisce … ma magari c’è chi, pur con tutto il suo acume, non lo capisce, o magari preferisce, perchè più appagante, atteggiarsi con frasi ad effetto.
    Pazienza.

  9. vittorio scrive:

    Caro Andrea, c’è anche chi piuttosto che sforzarsi di capire si limita ad essere un cafoncello.

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