Dopo 3/ Senato ‘demilitarizzato’, approvi la riforma Gelmini

Nel corso di questa settimana, Libertiamo.it ospiterà una serie di contributi, suggerimenti e proposte per affrontare il dopo 14 dicembre. Le posizioni espresse non rappresentano necessariamente quelle dell’associazione Libertiamo.

C’era una e una sola strategia per mandare a carte quarantotto la riforma dell’Università approvata dalla Camera, e il Senato l’ha seguita: metterla in calendario dopo il giorno del giudizio.

Lo trovo crudele, oltre che politicamente irresponsabile. E’ come se un medico avesse chiesto a una puerpera di spingere per partorire con dolore e poi ritrattato: “Signora, mi sono sbagliato. Lei partorirà fra un mese”.

Del “riordino” Gelmini generosamente definito riforma ci siamo occupati quando impazzava la moda dello street climbing, durante la settimana nazionale intitolata “Gabbie aperte allo zoo democratico”.

E registro altresì, ché non sono cieco né sordo, che alla lista dei detrattori della novella legislativa si sono iscritti anche diversi liberali a cui guardo con molto rispetto e molto spesso per imparare qualcosa. Di costoro, che vedono in questa riforma un tentativo troppo timido di rimettere in sesto gli sgangherati Atenei italiani, condivido sostanzialmente l’opinione.

Purtuttavia, dato il contesto, la nostra classe politica, il livello di ottundimento cognitivo di quelli scesi in piazza e l’interesse allo status quo di chi oggi comanda nelle università italiane, ritengo che il ddl Gelmini sia la linea del Piave che questa legislatura altrimenti inutile deve difendere.

Non mi importa quale maggioranza, mi importa che dopo il 14 dicembre al Senato una maggioranza qualsiasi “degni” il nome della Gelmini dell’accostamento a una legge dello Stato. Chiaro che in quella maggioranza ci deve essere anche e soprattutto Futuro e Libertà per l’Italia.

Ma basta fare due conti per comprendere che una tale maggioranza non potrà non essere di centro destra. Il Pd, buonanima, continua ad essere ostaggio degli studenti strumentalizzati, dei baroni inamovibili e, in generale, di ogni refolo reazionario che soffia nel Paese. Figurarsi se si impegna a votare per un provvedimento che la sua constituency odia senza sapere di che si tratta.

Per questa ragione sarebbe auspicabile che le forze politiche di centro destra riconoscessero al Senato della Repubblica lo status di “città aperta”, demilitarizzata, dove gli eserciti in guerra abbiano diritto di transito, al fine di evitarne la distruzione.

Di conseguenza, a prescindere da ciò che sarà accaduto alla Camera dei Deputati il 14 dicembre, il Senato dovrebbe portare a compimento l’ultimo e unico atto latamente riformatore concepito durante questa legislatura dalle forze di maggioranza.

La definizione dello status dei ricercatori e l’innovazione nel reclutamento degli associati, la parametrazione di parte del finanziamento ordinario ai risultati conseguiti dall’Ateneo, l’apertura del Cda a membri esterni, la norma “antiparentopoli”, non saranno il massimo ma una volta approvate quantomeno eleveranno il livello del minimo su cui dovrà necessariamente tornare ad agire il futuro Parlamento.

Lo stesso discorso vale per la presunta stabilizzazione ope legis di parte dei 26000 ricercatori attualmente in servizio. In realtà la norma transitoria che la contiene dispone che per i primi sei anni di vigenza della riforma le Università possono riservare la metà dei posti per associati a ricercatori interni; ciò non esime questi ultimi, tuttavia, dalla partecipazione per titoli (e non più per concorso truccabile) alla procedura di abilitazione all’insegnamento introdotta dalla normativa, né gli garantisce, una volta ottenuta tale titolo, che le Università di appartenenza esercitino la riserva temporanea riconosciuta dal testo.

Non è molto ma non è poco. Osare, si poteva di più, e a maggior ragione perché la protesta avrebbe avuto la stessa veemenza sorretta dalla stessa vacuità di argomenti. Contro i quali però, almeno stavolta, sarebbe bene che vincesse il buon senso e la capacità di decidere della classe politica. E questo, francamente, neppure mi sembra poco.

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Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

3 Responses to “Dopo 3/ Senato ‘demilitarizzato’, approvi la riforma Gelmini”

  1. Rocco scrive:

    Ma nell’articolo si parla di tutto tranne che della riforma. Non si può sostenere qualcosa per slogan, ma bisogna entrare nei dettagli e nei dettagli la riforma avrà più effetti negativi che positivi e i primi a pagarne il prezzo saranno i giovani laureati e i ricercatori.

  2. Lucio Scudiero scrive:

    @Rocco: l’obiettivo di quest’articolo era altro rispetto all’esplicazione del contenuto e dei risvolti della riforma. Alcuni di essi, come quello relativo alla “sanatoria” dei ricercatori attualmente in servizio, ho provato ad enuclearli. Ma, ripeto, il taglio di quest’articolo voleva essere politico/parlamentare, non divulgativo rispetto ai contenuti del ddl Gelmini.

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