– L’ex tesoriere dei DS, Ugo Sposetti, nell’annunciare il suo voto contrario all’emendamento di ApI per trasferire risorse dai rimborsi elettorali ai fondi per i ricercatori, l’ha definito un provvedimento “volgare”.

Ha usato queste parole nell’intervento alla Camera con il quale ha motivato, in dissenso con le indicazioni del suo capogruppo  Dario Franceschini, il suo “no” alla proposta di ApI, quella che voleva trasferire circa venti milioni di euro dai fondi che finanziano i partiti alla stabilizzazione dei dodicimila e passa assegnisti di ricerca che lavorano sottopagati e senza diritti nei nostri atenei. Fra astenuti e contrari lo hanno seguito in più di 60 nel Partito Democratico. E altrettanto hanno fatto l’Udc e parte dei parlamentari di Futuro e Libertà, saldando i loro voti a quelli di Pdl e Lega e perdendo, tra le altre cose, un’opportunità in più per mandare sotto il governo.

Tralascio l’infelice aggettivo usato da Sposetti, poco adatto a un confronto sul merito di una proposta. Io , comunque, credo che averla bocciata sia stata un’occasione sprecata. E provo a spiegare perché.

Questo episodio è stato uno dei momenti più seguiti, oltre che di maggiore tensione, nell’infuocata battaglia parlamentare sulla riforma Gelmini, tanto che in rete e sui giornali se ne continua a discutere. Si tratta di un testo che era già stato presentato in Senato da Francesco Rutelli nel luglio scorso, durante la prima lettura della riforma, e che era stato approvato da un’ampia maggioranza.

Nel concreto si proponeva, per quest’anno, di destinare una parte del cospicuo finanziamento che i partiti ricevono come rimborso elettorale al sostegno dei ricercatori precari, nel momento in cui il governo sottrae ulteriori risorse agli atenei. Si chiedeva alla politica di fare la propria parte in un momento così difficile. Di dare una prova di responsabilità, di sintonia con un Paese nel quale manca la carta igienica nelle scuole e i fondi per la ricerca subiscono la mannaia di Tremonti, che ipoteca anche il destino di una buona riforma come quella dell’Università.

Peraltro, non c’era alcuna intenzione di mettere in discussione il finanziamento pubblico alla politica. L’emendamento recuperava quei soldi, stabilendo di distribuire le risorse alle forze politiche soltanto in base ai voti validamente espressi, senza dividersi anche quelle relative agli astenuti, come oggi, invece, accade. Nessuna “volgarità” demagogica, insomma, nessun furore populista: al contrario, l’idea di una politica che fa la sua parte, capace di offrire una parte di quello che ha a dei giovani che con il loro lavoro tengono in piedi il nostro sistema accademico e costituiscono un asset strategico per il futuro. Non è forse vero, del resto, che tutti i partiti, da tempo, si stanno ponendo il problema dei costi della politca? L’esperienza diretta e ricerche di ogni tipo ci ricordano che la politica sta precipitando sempre di più in una crisi di credibilità, che la distanza con i cittadini aumenta sempre di più. E allora non era, questa, un’opportunità per contraddire questa immagine? Per dire agli italiani: non siete gli unici a fare sacrifici, anche noi siamo pronti a fare il nostro?

Sia chiaro: non sogno un modello in cui viene cancellato il finanziamento pubblico alla politica, necessario in una democrazia fragile come la nostra per impedire che la politica la faccia solo chi se la può permettere. Per evitare che la sproporzione dei mezzi a vantaggio di Berlusconi (o del prossimo tycoon che volesse scendere in politica) sia sempre più favorevole. Immagino invece una politica capace di riscoprire la sua dignità, il suo senso più alto. Capace di sottrarre ai populismi dei Di Pietro e dei Grillo la questione dei costi della politica che è oggettivamente reale e che, soprattutto,  è molto sentita nel Paese. Affrontarla in modo ragionevole contribuirebbe a restituire credibilità al nostro sistema politico e ad asciugare la base di consensi dei movimenti più radicali.

Ciò che colpisce di più è, infatti, la miopia di certe scelte, l’incapacità di guardarne gli effetti, l’impossibilità di difendere un voto contrario su un argomento “scomodo” come questo con argomentazioni convincenti, comprensibili ai cittadini. Colpisce che non si intraveda l’ipocrisia che si trasmette passando nel corso di pochi giorni dalle scalate sui tetti, utili per una foto coi ricercatori in protesta, al rifiuto di rinunciare a parte delle proprie risorse per sostenere la stabilizzazione di alcuni di loro.

Soprattutto è incredibile il rifiuto di capire che così si colpisce ancora di più, agli occhi del Paese, l’immagine – già logora – della politica, che sembrerà ancora una volta chiusa, egoista, arroccata, impermeabile alle necessità della comunità nazionale. Non si capisce che si è sprecata una buona occasione per riavvicinarsi agli italiani. Il paradosso è che ci vorrà un investimento comunicativo ben più costoso dei soldi che si sono conservati, per colmare questa distanza.