Chiesa e OGM, ben oltre il principio di precauzione

– Non credo che Hans Berger, assessore all’agricoltura della provincia autonoma di Bolzano, che pochi giorni fa ha dichiarato libero da OGM il territorio di sua competenza (di cui evidentemente crede di essere legittimo proprietario), abbia letto le conclusioni del workshop che la Pontificia Accademia delle Scienze ha dedicato alle colture geneticamente modificate, alla sicurezza alimentare e allo sviluppo. E probabilmente, se lo avesse letto, non avrebbe capito molto.

Perché mentre i capi-fabbricato posti ai vertici delle nostre regioni continuano ad arrampicarsi sugli specchi, pretendendo che l’Italia rivendichi per le colture geneticamente modificate una clausola di salvaguardia che non trova alcun fondamento nel diritto comunitario – e Hans Berger, quantomeno per questioni di vicinanza geografica, dovrebbe conoscere l’esito di una richiesta analoga presentata nel 2003 dalla regione austriaca dell’Oberoesterreich – il mondo e l’umanità vanno avanti per la loro strada. E chi ha responsabilmente a cuore il futuro del genere umano trova più interessante e proficuo parlare della realtà piuttosto che dei fantasmi evocati da chi la realtà non è in grado di comprenderla.

“Non vi è nulla di intrinseco, nell’impiego dell’ingegneria genetica per il miglioramento delle colture, che renderebbe pericolose le piante stesse o i prodotti alimentari da essi derivati.”

Nulla quindi, che renda le varietà OGM diverse da quelle il cui patrimonio genetico è stato modificato con tecniche differenti da quella del DNA ricombinante. Nulla che giustifichi per esse un trattamento speciale. Per queste ragioni – e questo nella sua pacata ragionevolezza è il passaggio forse più significativo – il tanto conclamato principio di precauzione perde fondatezza, e il senso di responsabilità per le conseguenze (tutte) delle proprie azioni dovrebbe prendere il suo posto.

“La costosa regolamentazione dell’ingegneria genetica deve diventare difendibile da un punto di vista scientifico e basata sui rischi. Questo significa che la normativa dovrebbe essere basata sulle caratteristiche particolari di ogni nuova varietà di pianta, piuttosto che sui mezzi tecnologici usati per produrla. (…)

La normativa eccessiva e inutile di questa tecnologia paragonata a tutte le altre in agricoltura l’ha resa troppo costosa da applicare a colture “minori”, e a quelle che non possono garantire agli sviluppatori dei ritorni proporzionati all’investimento e al rischio intrapresi.”

Quindi, se i numerosi passaggi sperimentali e burocratici imposti dalle autorità pubbliche prima che un OGM sia messo sul mercato sono serviti a rassicurare l’opinione pubblica, soprattutto quella occidentale, i costi elevatissimi che ne sono derivati sono risultati sostenibili solo per le grandi multinazionali, e non c’è possibilità che garantiscano un rendimento adeguato nel caso di colture diverse dalle grandi commodities agricole. Questo ha messo fuori gioco le società biotech di ridotte dimensioni e le istituzioni scientifiche pubbliche, ed escluso la possibilità che i miglioramenti genetici possano riguardare colture di fondamentale importanza per comunità di ridotte dimensioni, tanto in occidente quanto e soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

“Le valutazioni dei rischi devono prendere in considerazione non solo i rischi potenziali dell’uso di una nuova varietà di pianta, ma i rischi delle alternative nel caso in cui proprio quella varietà non fosse resa disponibile. (…)

Una normativa eccessivamente rigida sviluppata dai paesi ricchi e focalizzata esclusivamente sui rischi ipotetici delle colture geneticamente ingegnerizzate opera una discriminazione nei confronti dei paesi poveri e in via di sviluppo, così come contro i produttori e i commercianti più piccoli e poveri. (…)

Riesaminare l’applicazione del principio di precauzione all’agricoltura in un contesto scientifico e pratico, e rendere proporzionali al rischio le richieste e le procedure normative, considerando i rischi associati al mancato agire.”

C’è la consapevolezza, nel documento della Pontificia Accademia delle Scienze, che la sfida più impegnativa che la scienza e la tecnologia sono chiamate ad accettare è quella del cibo, ovvero quella di fornire strumenti che garantiscano rese adeguate a sfamare un’umanità che cresce e che si sviluppa, senza che questo significhi devastare il pianeta nella ricerca di nuove superfici agricole. Una consapevolezza che sembra sfuggire invece a chi si oppone pregiudizialmente all’uso degli OGM, così come sfuggono le conseguenze per la parte più povera dell’umanità. Evidenza e responsabilità:

“Esortiamo chi è scettico o si oppone all’impiego di colture geneticamente ingegnerizzate e all’applicazione della genetica moderna in generale, a valutare attentamente l’evidenza scientifica connessa e i danni dimostrabili causati dal trattenere questa comprovata tecnologia da chi ne ha più bisogno.”

Ma tutto ciò sembra lasciare indifferente Hans Berger, che infatti invoca il principio di precauzione evitando (e non potrebbe essere altrimenti) di presentare alcuna prova scientifica che dimostri l’esistenza di pericoli per la salute o per l’ambiente derivanti dall’impiego di qualcuno degli OGM fino ad oggi ammessi sul mercato. Il ministro Galan gli ha correttamente ricordato che iniziative propagandistiche di questo genere non possono essere assolutamente vincolanti dal punto di vista legale, ma tant’è: viviamo in un mondo magico e incantato, noi, quello in cui l’agricoltura biologica e di sussistenza possono sfamare l’umanità, soprattutto quella porzione di essa che trascorre le vacanze in Alto Adige. Un mondo in cui i concetti di evidenza scientifica e di responsabilità, richiamati dalla Chiesa, sono decisamente fuori moda


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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