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Tanto rumore per nulla, Wikileaks porta buone notizie

– Una memory stick. Un minuscolo oggetto contenente un file dalle dimensione modeste, 1,6 gigabyte.  Ma 1,6 giga di testo sono milioni di parole. Più precisamente 251.287 report spediti da tutto il mondo,  da più di 250 ambasciate e consolati americani.

WikiLeaks è ormai una parola del dizionario politico, e cosa significa? Leak in inglese significa falla, fenditura, crepa. To spring a leak significa perdere, lasciar passare (un liquido), bucarsi, avere una falla – e WikiLeaks è diventato un neologismo che vuol dire … fuga di notizie. Una fuga di notizie che ha messo in fibrillazione la diplomazia statunitense, che ha messo in ridicolo leader politici, che ha reso tese (ma ne siamo proprio certi?) le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e alleati, tra America e universo mondo. Berlusconi, Sarkosy, Merkel, Putin, Gheddafi, Karzai, Ahmadinejad, Hu Jintao: nei report dei diplomatici statunitensi ce n’è per tutti.

Il primo dicembre il ministro degli esteri Frattini ha dichiarato “spero che (Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks ndr) venga catturato presto” – e perché? Perché Assange, ha dichiarato Frattini, “vuole distruggere il mondo!”. Le critiche del nostro ministro degli esteri sono state tra le più dure tra quelle espresse dalle varie cancellerie coinvolte nella questione.

Venerdì 3 dicembre leggiamo i risultati di un sondaggio realizzato da Affariitaliani.it e Swg dal quale risulta che la maggioranza degli italiani (64%) pensa che il fondatore di Wikileaks  sia un benefattore, un Robin Hood del terzo millennio. Soltanto il 36% lo definisce un delinquentello dell’era informatica e secondo il 65% del campione, la pubblicazione delle notizie non deve avere alcun limite o condizionamento. Wikileaks è diventato il vulnus intorno al quale si sta accendendo la dialettica e lo scontro circa il concetto fondamentale della libertà di stampa.

Però bisogna mettere a punto il discorso. Alcuni analisti sostengono che finalmente Wikileaks abbia dato un colpo secco alle pressi della cosiddetta “diplomazia segreta”. Questa è una vecchia questione. Già nel 1918 la “fine” della politica della diplomazia segreta era uno dei famosi 14 punti che il presidente americano Thomas Woodrow Wilson portò alla conferenza di pace successiva alla fine della prima guerra mondiale.

Ma Wikileaks non è un attacco alla diplomazia segreta. I report che il sito dell’ex hacker australiano ha tirato fuori non hanno nulla a che fare con la diplomazia segreta, non sono infatti patti segreti, ma semplici analisi politiche, che le diplomazie hanno tutto il diritto di redigere e comunicare in segreto. Sarebbe a dir poco ridicolo e demenziale se le analisi circa i personaggi ed i fatti della politica internazionale fossero comunicate in pubblico. Il problema non è il segreto, ma piuttosto il fatto che questi report non sono affatto segreti come lo possiamo immaginare noi, ossia riservatissimi e visibili solo da pochissimi scelti, ma, invece, questi documenti  erano in un data base a disposizione di un immenso numero di impiegati dello Stato e di militari dell’esercito statunitense. In teoria fino a più di due milioni e mezzo di cittadini americani avrebbero potuto consultarli. Erano documenti siglati come Noforn”, ossia, non per stranieri, ma non erano poi così segreti. E allora qual è lo scandalo? I giornali che hanno avuto (beati loro) il materiale in consegna, si son trovati davanti ad un deposito di informazioni sterminato.

In molti casi questi report sono brucianti. Raccontano cose che potrebbero mettere a repentaglio la vita esseri di umani (occidentali) sparsi per il mondo – ma allora  perché erano così facilmente accessibili? Com’è possibile che testi di questo tipo non abbiano un altissimo livello di protezione? Di chi è la colpa di ciò? Di Assange? I giornali che hanno ricevuto la memory stick stanno, per adesso, dando un bell’esempio di cosa si possa maturamente e consapevolmente intendere per libertà di stampa; stanno, cioè, pubblicando solo ciò che non mette a repentaglio la vita di nessuno ma che, piuttosto, mette il luce il cardine culturale sul quale si sono, da sempre, incentrate le prassi della politica internazionale, e cioè … l’ipocrisia.

Ma non solo. Come scrive, su The Guardian, Timothy Garton Ash, un bravo e famoso analista storico-politico, i file di Wikileaks  ci riempiono il cuor di gioia, nel senso che fanno migliorare la nostra stima nei confronti della diplomazia statunitense. Questi ci san fare. Riescono perfettamente a cogliere le complessità psicologiche e le nevrosi e le psicosi dei leader che analizzano. Sono colti e scrivono bene; alcuni dei report, non pubblicati sulle testate italiane, hanno un passo stilistico ed un’ arguzia paragonabile a quella di veri piccoli pezzi di letteratura. Sono persino ironici questi diplomatici americani, il rapporto tra Putin e Medvedev lo descrivono come quello “tra Batman e Robin”. E forse hanno smesso di essere antidemocratici visto che, per fare una critica violenta, descrivono Ahmadinejad come “un nuovo Pinochet” ben sapendo che Pinochet è stata una infausta e macabre invenzione della diplomazia americana.

E allora i report di WikiLeaks non solo non distruggeranno il mondo, ma ci danno due buone notizie. La prima è che la diplomazia statunitense se vuole tener segreti, dopo questo affare, forse, imparerà a farlo. La seconda è che la diplomazia americana ha occhi e orecchie scaltre, è in grado di leggere e bene interpretare i personaggi e i fatti del mondo – e spesso, in passato, abbiamo avuto forti dubbi. Per quanto riguarda Julian Assange, però, non ci illudiamo. Da come ha gestito l’operazione, da come è riuscito a tenere alta la tensione annunciando con due mesi e mezzo di anticipo la futura consegna dei file di Wikileaks ai giornali coinvolti (nessun italiano, brutto segno, siamo fuori dal Mondo) possiamo facilmente arguire che sia un vero grande uomo di comunicazione, e come tutti gli uomini di comunicazione non è un Robin Hood, ma persegue i propri interessi, chissà quali.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Tanto rumore per nulla, Wikileaks porta buone notizie”

  1. mario scrive:

    Credo che da tutto questo bisogna trarre una grande lezione. Negli Stati Uniti i diplomatici si danno molto da fare nella politica estera sia per discorsi politici ma anche e soprattutto per discorsi meramente economici. Fanno poi i moralisti nei confronti di altri paesi (Berlusconi Putin) che fanno affare chiudendo un occhio sulla mancanza di trasparenza e democrazia del proprio partner economico. I diplomatici americani hanno un’ipocrisia pazzesca e deridono anche il loro miglior alleato la Gran Bretagna nella storia dell’appalto segnato grazie a un intervendo di Zapatero alla Rolls Royce invece che alla G.E.
    Complimenti anche a Zapatero che tanto criticava i nostri governanti e il nostro paese e che ha dimostrato di essere il meno europeista e il peggiore di tutti alla faccia di tante belle parole espresse in pubblico.
    Notevole è a questo punto la stima del nostro paese all’estero visto che siamo stati addirittura citati come portavoci di Putin, Gheddafi, etc. ma mai come i portavoci di se stessi ovvero come un paese che cerca di fare i propri interessi economici e politici.
    La stampa italiana in questa faccenda come la possiamo giudicare?
    Inesistente, corrotta e totalmente incapace di riferire quello che accade nel mondo. Un esempio? Invece di capire che abbiamo per la prima volta dai tempi di Mattei cercato di prendere le distanze dall’imperialismo e dalle multinazionali americane parlavano solo di feste, festini etc. Una parola a difesa delle persucioni nel confronti di Assange? NEssuna da parte di nessuno, se non solo un accenno, questo perchè i giornalisti italiani sono schiavi del potere e di chi li paga, per cui i giornali di destra tutto quello che fa la destra è perfetto, quelli di sinistra tutto quello che fa la sinistra è perfetto ma stampa democratica e indipendente in Italia non l’abbiamo più?

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