– No, Wikileaks non è Dagospia. Non è Repubblica e non è Il Giornale.

Sbaglia chi guarda alle rivelazioni del sito di Assange solamente nell’ottica di vedere se c’è o meno qualcosa di “interessante” su Berlusconi.

Le “feste selvagge” del premier non sono che una nota a piè di pagina in una questione che ha una portata molto più ampia, al punto da poter mettere in discussione la politica estera dei paesi occidentali così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi.

Intendiamoci. Non che stiano emergendo cose assolutamente trascendentali, né è verosimile che vengano fuori nei prossimi giorni. Niente che assomigli ad un qualche riscontro per le tante teorie cospirazioniste, dall’11 settembre al complotto sionista.

Anzi semmai l’elemento di maggiore evidenza è una certa discrepanza tra le valutazioni private dei diplomatici e degli informatori medio-orientali degli americani e le valutazioni esportate pubblicamente degli esponenti del governo – nel senso che queste ultime tendono a smorzare significativamente le posizioni “grezze” per adeguarle alla logica della realpolitik.

Insomma le rivelazione di Wikileaks non ci fanno scoprire che “i buoni” erano in realtà “i cattivi” ed “i cattivi” in realtà “i buoni”, ma semmai che alcuni “mediamente cattivi” sono in realtà un pochino più “cattivi”.

In questo senso i neoconservatives più convinti potrebbero persino trovare conferma che il governo americano fa troppi compromessi e dovrebbe semmai seguire una politica più “principled”.

L’esito più probabile è invece proprio quello opposto, cioè che il lavoro di Wikileaks possa favorire riflessi isolazionisti ed antiinterventisti.

In effetti è difficile pensare che una politica estera “proattiva”, quale quella prefigurata dai neoconservatori e dagli altri sostenitori dell’”ingerenza democratica”, possa essere condotta facendosi terra bruciata intorno.

Un’ampia dose di diplomazia appare necessaria e con essa anche la capacità di fare alleanze quando strategicamente utile con partner dubbi e qualche volta persino indifendibili, se considerati a sé stanti.

Ed è proprio in quest’ambito che la valenza delle rivelazioni di Wikileaks può essere rilevante.

La trasparenza totale invocata da Assange esporrebbe i compromessi, i tradimenti, le vigliaccherie, le “porcherie”, le tante piccole Yalta che vengono messi in conto in ogni scenario di crisi, in nome del “risultato finale”. Uno scrutinio di dettaglio tale da compromettere pesantemente la reputazione anche delle politiche estere che ad un livello più macroscopico sono considerate virtuose e di successo.

Al tempo stesso si è parlato parecchio in questi giorni del rischio di mettere in pericolo la vita di dissidenti nei paesi retti da dittatura o magari di “bruciare” in quei paesi quei pochi interlocutori istituzionali “amici” che potrebbero essere usati come testa di ponte per innescare dei cambiamenti.

Similmente per i regimi antidemocratici, dall’Iran alla Birmania, potrebbe divenire d’un tratto molto più facile persuadere la propria gente che i movimenti di opposizione sono “al soldo dell’occidente”. Basterà che dalle carte di Wikileaks emerga qualche finanziamento americano all’”onda verde” per fornire ad Ahmadinejad rinnovate e possenti argomentazioni per la sua propaganda totalitaria.

Non è poi irrilevante il fatto che le falle dei sistemi informativi siano molto più facilmente individuabili e sfruttabili nei sistemi occidentali che nei sistemi più chiusi ed autoritari, così che è alquanto improbabile che ci troveremo presto a consultare on-line i dossier cinesi, russi, nordcoreani o iraniani.

Per un ragionevole periodo di tempo troveremo “in chiaro” solo il materiale di Washington e sarà quindi la politica estera a stelle e strisce quella che sarà maggiormente condizionata dal regime di trasparenza.

In definitiva una politica estera “proattiva” potrebbe divenire impraticabile per l’occidente nel mondo “due punto zero” che Assange prefigura perché troppe informazioni cruciali diverranno disponibili tanto all’opinione pubblica interna quanto ai “nemici” esterni.

Lo “sputtanamento” della politica estera USA, già in difficoltà dopo il sostanziale scacco in Iraq ed in Afghanistan, non farà che rafforzare le posizioni di coloro che, come i paleoconservatori ed i libertarians, credono che immischiarsi negli affari altrui – anche a fin di bene – porti alla lunga solamente grane e che agli americani serva “una repubblica, non un impero”. E’ l’America First di quel Pat Buchanan, che ritiene che l’interesse nazionale coincida solamente con l’integrità fisica ed il benessere economico del paese e che rifiuta politiche estere basate su una visione “ideologica” di come il mondo dovrebbe essere. E’ la politica non interventista di quel Ron Paul che negli ultimi anni è stato un critico implacabile delle amministrazioni Bush ed Obama in nome dei principi di un antistatalismo convinto.

Va detto, tra le varie cose, che lo stesso Assange dichiara di aver appreso proprio dal libertarianism americano.

Non può dirsene certo un interprete coerente, ma sicuramente da esso ha mutuato il radicalismo anti-establishment, così come una visione istintivamente positiva del mercato e delle sue enormi potenzialità.

E’ un aspetto, questo, che ha avuto poco risalto nei mezzi d’informazione italiani, abituati a ricondurre ogni dinamica alle categorie politiche di casa nostra. Della serie se una cosa è sgradita agli USA ed a Berlusconi certamente se la può intestare Vendola…

Insomma le problematiche aperte dal fenomeno Wikileaks sono almeno in potenza di notevole rilevanza, specie per le prospettive (positive o negative) che ne possono derivare sulle questioni della democrazia, dei diritti umani, della libertà individuale – e ci sono tutte le condizioni perché le valutazioni sugli esiti della “trasparenza” possano anche creare spaccature inedite in aree politiche e culturali per altri versi omogenee.