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Università, adesso la riforma non è più la resa dei conti voluta dalla retorica berlusconiana

– da il Secolo d’Italia del 3 dicembre 2010 –

Se ne parlerà dopo il 14 dicembre. La discussione sulla riforma universitaria di Mariastella Gelmini, che avrebbe dovuto essere calendarizzata al Senato in tempi brevissimi, è slittata, infatti sulla base di quanto deciso dalla conferenza dei capogruppo, a dopo il voto di fiducia. Il paradosso è che rischia di arrivare in porto povera ma bella, più grande, ma più malferma di com’era partita, più o meno un anno fa, dal tavolo del Consiglio dei Ministri. Una macchina efficiente, ma senza benzina, lesinata vendicativamente dal “petroliere” Tremonti e razionata dalla “benzinaia” Gelmini, più interessata a intestarsi la riforma, che a farla marciare.

Quanti stanno sui tetti però, non contestano questo difetto, bensì i non pochi pregi di una proposta, che era partita con il piede sbagliato del redde rationem verso la cultura e l’università “di sinistra” e si è nel frattempo andata aggiustando, perché, oltre alla Gelmini, che c’ha messo il nome, qualcuno ha provato a metterci la testa.

Qualcuno come, soprattutto, il senatore Valditara, che, da relatore del provvedimento a Palazzo Madama, è riuscito ad arginare, sul piano normativo e anche narrativo, la retorica manichea di chi chiedeva di rottamare l’università di ieri, sgombrandone gli occupanti, per fare luogo all’università di domani, prodotta, nuova di zecca, nelle fabbriche della “cultura” berlusconiana.

La riforma, in attesa del voto definitivo di Palazzo Madama, è assai più concreta e realistica di quanto avrebbero sperato i suoi più rivoluzionari sostenitori. Può funzionare proprio perché non è quell’assalto alle casematte del sapere, a cui i “berlusconiani” affidavano la speranza del regime change e contro cui gli “antiberlusconiani” sono saliti, non in montagna, ma sui tetti, per organizzare la resistenza.

Un sistema di reclutamento più trasparente, fondato esclusivamente sui titoli scientifici e un modello di governance più efficiente, sottratto al monopolio delle oligarchie togate dell’accademia, segnano due decisi passi in avanti nella direzione giusta.

Le abilitazioni al ruolo di professore saranno nazionali, affrancate dalla lotteria e dalle trappole dei concorsi locali e “disaccoppiate” dall’assegnazione delle cattedre. La chiamata dei docenti da parte delle università sarà più aperta e contendibile di quella oggi lottizzata dalle cordate baronali, che decidono le carriere di giovani (e meno giovani) studiosi costringendoli all’umiliante e a volte patetica servitù personale dei rispettivi “maestri”.

Da anni sentiamo i ricercatori meritevoli lamentare che gli atenei, malgrado gli impegni, non indicono il “loro” concorso, e non li intronano nella cattedra che meriterebbero, dopo una lunga e semi-abusiva militanza didattica, volontaria ma anche obbligatoria, integrativa, in teoria, ma costitutiva, nella realtà, del curricolo didattico.

Fino ad oggi, non erano i titoli, ma i soldi, a fare di uno studioso un professore. Nei prossimi anni, se le cose andranno come dovrebbero andare, l’abilitazione al ruolo di professore non potrà essere negata ai meritevoli per la scarsità dei posti disponibili (cioè finanziati). Si dirà: bella grazia, l’abilitazione sì, ma il posto no! Ma è davvero un passo avanti. I ricercatori confinati nel ruolo subalterno di professori aggregati al carrozzone dell’università in bolletta meriteranno – se ne avranno i titoli – la dignità del ruolo a prescindere dalla cattedra, il che non è una soddisfazione narcisistica, ma il capovolgimento di un paradigma punitivo, che prima guadagnava ai ricercatori il diritto di essere considerati degni della docenza solo se qualcuno – a titolo di “premio-fedeltà” – si impegnava a mettere i soldi per procurare loro una “chiamata”. L’apertura di un vero e proprio mercato di professori abilitati, che presenteranno titoli e pretese agli atenei interessati ad arruolare un docente, sarà di certo più trasparente dei concorsi pilotati in cui si sono fino ad oggi – e da parecchi anni – cimentati i prìncipi feudali dell’accademia, a vantaggio dei propri valvassori scientifici.

Per quanto scetticismo possa meritare la riforma di un settore impermeabile e autoreferenziale come altri mai e per quanto grande sia la possibilità che, anche in questo caso, i morti sotterrino i vivi, qualcosa cambia davvero. Le baronie prenderanno le proprie contromisure, ma saranno almeno costrette a farlo.

Rispetto alla programmazione e all’uso delle risorse occorre mettere alla prova quella sorta di “sistema duale”, che assegna le funzioni strategiche ad un Cda composto anche da consiglieri indipendenti e esterni ai ruoli dell’Ateneo, e riserva al Senato accademico la promozione e il controllo dell’attività scientifica e didattica. Cambiamenti veri, che non rispondono ad una logica banalmente aziendalistica, ma introducono il principio dell’esplicito “contrasto di interesse” in atenei dominati, da sempre, da una opacità consociativa.

La versione della riforma approvata dal Senato lasciava aperte due questioni, che l’esecutivo aveva nel frattempo preferito eludere, ricorrendo ad una vuota retorica “rigorista”, a cui in Italia è data una curiosa applicazione nei settori più gravemente sottofinanziati, come l’università, in cui la spesa pubblica in rapporto al Pil è di un terzo inferiore a quella media dell’area Ocse e la dinamica dei tagli negli ultimi anni è stata dolorosa  e aggressiva: un miliardo in meno tra il 2009 e il 2012 per il Fondo di finanziamento ordinario degli atenei.

Quella degli incentivi economici al merito e della riapertura dei concorsi. La Camera li ha rimesso in gioco.  Almeno sulla carta, ora ci sono le risorse per recuperare, entro il 2013, la metà degli “scatti meritocratici” prima congelati da un blocco automatico, e per assumere fino a 1500 associati all’anno, nel prossimo triennio.

A chi protestava va detto che di “questa” università quasi nulla poteva e doveva essere salvato. Non la logica burocratico-baronale, non la puzza al naso e il sussiego dei suoi sacerdoti togati, non la retorica piattamente statalista, che denuncia nel mercato e nel privato un rischio, senza vedervi neppure un’opportunità. E’  anche vero che l’università – come fabbrica dell’innovazione – va difesa anche dai denigratori a prescindere e dal conformismo “anti-intellettuale” di quanti nella maggioranza pensano che la “cultura non si mangia” e trovano più facile regalare qualche milione di euro ai truffatori delle quote latte che agli atenei ridotti in brache di tela.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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