di SIMONA BONFANTE – Non facciamo le verginelle. È chiaro che Berlusconi con Putin ci ha sempre fatto affari. C’era mica bisogno del cablo di Spogli. D’altra parte, perché no? Prendersi una fetta di utili da un accordo di cooperazione internazionale è un modo come un altro per onorare il proprio dovere istituzionale da parte di uno che di mestiere fa la seconda carica dello Stato, dacché il senso dello Stato medesimo si compie massimamente proprio quando chi ne rappresenta l’autorità – il Presidente del Consiglio, nella fattispecie – si immedesima così tanto nel ruolo da far sostanzialmente convergere l’interesse (economico) personale con il presunto e tutto da dimostrare interesse (energetico) nazionale.

Dico, ricordiamo Schröder? Il giorno prima andava a Mosca da Cancelliere, il giorno dopo sedeva nel consiglio di amministrazione di Gazprom. E non è che Gerhard Fritz Kurt Schröder, fosse proprio uno nato col pallino del business. Era un politicante, lui. Oltretutto, pure socialdemocratico. Che ci volete fare, è l’ecumenismo post bipolare del rublo. Rublo über alles. E noi ancora a prendercela con quegli immorali guerrafondai di Bush e Blair! Ma va là, dilettanti, e pure a loro modo eticamente ispirati.

Dunque, Berlusconi si fa gli affari suoi a Mosca. Dove oltretutto le donne sono gnocche assai – dai, non c’è partita con le terruncelle assoldate dai provider locali. E poi – ci metto la mano sul fuoco – le stanghe degli Urali mica spifferano alla stampa la rassegna delle performance degli ospiti dei lettoni di Putin. Sono discrete, come è giusto che sia. La discrezione in Russia è un valore tutelato dalle istituzioni – efficacissime, oltretutto, nel reprimerne le trasgressioni.

Si fa gli affari suoi con un paese ostile alla Nato, il Berlusca. E se li fa in quanto Primo ministro, non imprenditore. Gli affari di Berlusconi, in base alle notizie in possesso dell’ex ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, consistono infatti nella cresta ad presidentem sui gasdotti che la nostra Eni, partner di Gazprom, costruisce grazie all’intervento del Berlusconi Premier per far arrivare il gas russo in Europa, ma senza passare dal via – ovvero da quella costellazione di ex stati satellite dell’Urss – Ucraina, Georgia, Repubbliche baltiche, Repubblica Ceca, Polonia – divenuti, dopo il crollo dell’impero sovietico, la frontiera extra-europea dell’aspirazione democratica.

Ora, mettiamoci nei panni del Berlusconi imprenditore. Chiunque, al suo posto, avrebbe fiutato l’affare e si sarebbe dato da fare per assicurarsi una porzione del business. Persino Ciancimino jr, il grande parlatore a rate, pare ci avesse fatto un pensierino, solo che poi la scure giudiziaria lo colse e tutto finì nel nulla. O meglio, tutto finì – precisa il meta-pentito – nelle mani degli amici di Berlusconi, sempre lui.

Comunque, chi al posto del Cavaliere non avrebbe fatto lobbying presso il proprio governo per sensibilizzarlo ad una politica estera – diciamo – personal business oriented? Toh, la coincidenza. Berlusconi – porca miseria – è lui medesimo il decisore. È lui la politica estera. Evvai, che paese gravido di opportunità che è l’Italia. Ti fai gli affari sporchi tuoi e la gente ti vota pure. Ma andiamo al sodo e cioé al South Stream, la pipeline competitor del mai nato – ma mai neanche tramontato – progetto europeo, Nabucco, che a differenza dell’alternativa sudista ha la non disdicevole peculiarità di essere democraticamente compatibile.

Il problema è che in quel coso europeo, caldeggiato anche dai sempre meno imperativamente convincenti alleati atlantici, i margini di discrezionalità che permettono agli intermediari politici e d’affari di farci i soldi si riducono fino praticamente a scomparire – vuoi mettere con tutti quei burocrati a pontificare di trasparenza e regole. Suvvia, fare da soli, ché chi fa da sé fa per tre. E Berlusconi fa da sé e fa pure per tre – il tycoon, il Presidente del Consiglio di un paese partner strategico degli Usa ed il miglior amico del miglior nemico degli Usa medesimi.
Il problema è che gli affari personali del Berlusconi tycoon non coincidono affatto con quelli del Berlusconi Presidente del Consiglio, ovvero con quelli nostri. Il gas russo, signori, a noi italiani non solo costa più del prezzo attuale di mercato, ma ci vincola pure ad una strategicamente inopportuna dipendenza ormai quasi esclusiva dagli sghiribizi del Cremlino.

Ma vedi tu questo Berlusconi – uno e trino. Che poi, gli andasse male con la fiducia al Parlamento italiano c’è sempre l’opzione Forza Russia. E poi via alla conquista della Duma.