Irlanda, è crisi di leadership

– L’Irlanda si sta preoccupando più della neve di questi giorni (che sta mettendo a dura prova l’economia stessa dell’isola e i suoi trasporti) che della crisi economica.
Intendiamoci: la nevicata scesa sull’Irlanda è drammatica per un Paese poco avvezzo alle temperature sotto zero. Ma piove sul bagnato, potrebbe dire qualcuno.
Simona Bonfante ha già scritto due commenti su questo sito riguardo a come Dublino e dintorni stanno affrontando la crisi. Inutile aggiungere molto altro sugli argomenti da lei ottimamente toccati.
Quello che si può semmai sottolineare è che ci si trova di fronte a un Paese senza leadership, e l’aspetto politico diventa preponderante su quello economico.

Le riforme che hanno consentito all’Irlanda di uscire dalla nomea di Paese più povero dell’Europa occidentale, per diventarne uno dei più dinamici, portavano innanzitutto la firma dei Progressive Democrats, l’unico partito autenticamente liberale che il Paese abbia mai avuto. I Progressive Democrats hanno avuto le redini del ministero dell’industria, commercio e lavoro dal 1989 al 1992 e poi dal 1997 al 2004. La Tigre Celtica è frutto della decisione politica di porre l’Irlanda in concorrenza con gli altri Stati europei, anticipando e prevedendo la globalizzazione e soprattutto la trasformazione dell’economia da fordista a post-fordista, incentrata sul terziario avanzato e più recentemente sulle web companies. La strategia vincente è stata quella di riuscire a fare dell’Irlanda una calamita molto forte per tutte quelle imprese che potevano delocalizzarsi facilmente.

L’involuzione elettorale dei Progressive Democrats fino al loro autoscioglimento è forse una delle più grandi ingiustizie politiche del mondo occidentale. Se c’era un partito che meritava ruoli prestigiosi nel Paese, più del ruolo di vicepremier che per qualche anno è toccato a Mary Harney, era quello dei liberali irlandesi. E invece no, troppo europeista il partito che fu di Pat Cox. Troppo permissivo sui diritti civili. Questi preservativi, queste unioni omosessuali, che cosa sono? L’Irlanda cattolica ha voltato le spalle, lo ripetiamo ingiustamente, a chi aveva messo il Paese nelle condizioni di competere davvero. L’Irlanda profonda, quella del popolo orgoglioso della propria autonomia conquistata col sangue, non vedeva di buon occhio l’Unione Europea così permissiva e così inclusiva, tanto da trattare condizioni separate su certe policies, e ha sempre premiato partiti che hanno dimostrato di non sapere come muoversi con la ricchezza in mano.

Ormai in Irlanda ne sono tutti convinti: chi ha governato, ha governato male e deve andarsene. La settimana scorsa, nell’angusta contea del Donegal, dove non arrivano i treni, dove troppo vicino è il confine con l’Irlanda del Nord, ci sono state elezioni suppletive per un seggio al parlamento nel collegio Donegal South-West.
Il quarto collegio più “safe”, sicuro, per il Fianna Fail, che nel 2007 aveva ottenuto il 50,3% delle prime preferenze. Si prevedeva il crollo, ma non fino al 21,2%. E non hanno vinto le opposizioni “costituzionali”, ma il candidato del Sinn Fein, il partito dell’unità dell’isola, mai molto forte nella Repubblica. Perché? Perché le opposizioni (Fine Gael e laburisti) sono credibili quanto il governo, cioè quasi zero. Primo, in quanto hanno avuto i loro momenti di gloria anche se bisogna risalire a metà degli anni ‘80 e poi dal 1994 al 1997. Secondo, perché non riescono a progettare un piano comune per uscire da una crisi che non hanno prodotto ma non hanno nemmeno previsto. E così, complice certamente la localizzazione “nordica” del Donegal e la concomitanza con gli aiuti del Fmi e dell’Ue, è il partito più estremo, più di sinistra, più anti-europeista, che in Europa siede accanto a Rifondazione, a raccogliere per ora i frutti politici.
Gerry Adams, il suo leader, ha chiarito l’indisponibilità del Sinn Fein di scendere a patti: “rispetto alle cattive politiche di Fine Gael, Fianna Fail e laburisti, noi chiediamo che neanche un euro in più venga riversato nelle banche del Paese finché non siano ristrutturati i loro debiti”. E ancora: “il governo sta consegnando il potere sulla nostra futura economia al Fmi, all’Ue e alla Banca centrale europea”.

A gennaio il parlamento verrà sciolto. Il primo ministro l’ha già promesso. Tempo di mettere a punto il piano quadriennale e di approvare il bilancio per l’anno prossimo. Le opposizioni vorrebbero andare al voto subito, ma anche no, visto che non hanno un programma chiaro e alternativo. Il Sinn Fein, che comunque non andrà al governo, è l’unico partito consolidato che in questa fase può permettersi di sparare a zero, e certamente aumenterà i suoi consensi.
E’ quasi certo che il Fianna Fail cadrà a picco. Forse non come in Donegal South-West la settimana scorsa, ma quasi.

Fine Gael e laburisti sono un’incognita. I laburisti hanno dichiarato, per bocca del loro leader Eamon Gilmore, che non andranno in giro per il Paese a raccontare che i tagli sono reversibili. Tuttavia quando la campagna elettorale si surriscalderà, non potranno non strizzare l’occhio ai sindacati e alle manifestazioni di piazza.
I laburisti dovranno poi combattere l’inedita concorrenza della United Left Alliance, appena costituita da un gruppo di socialisti e indipendenti, non quantificabile ancora in termini di consenso.
Il Fine Gael sembra più rilassato, ma dovrà barcamenarsi tra la difesa dell’interesse nazionale (forse voterà il bilancio 2011) e la critica al governo ora in carica.

Si capisce meglio ciò che abbiamo detto in apertura: l’Irlanda soffre una mancanza di leadership politica come mai prima d’ora era successo. L’unico elemento certo è che nel 2011 il Fianna Fail non sarà più al governo. Non si conosce ancora, però, la strategia dei partiti che più probabilmente gli succederanno (laburisti e Fine Gael). Potrebbero addirittura chiedere una rinegoziazione degli accordi con l’Ue, anche se pare improbabile una concessione in tal senso da Bruxelles. Ma non potranno difenderli (e difendere il piano quadriennale di rientro) senza rischiare lo scontro con il loro elettorato (questo vale soprattutto per i laburisti).

L’effetto immediato, che si sta verificando a Dublino e anche nelle Borse europee, è che i mercati non hanno fiducia nel piano quadriennale: esattamente ciò che il Paese non può permettersi.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

3 Responses to “Irlanda, è crisi di leadership”

  1. Lucio Scudiero scrive:

    Una bella panoramica sull’Irlanda di oggi. Da cui emergono tutte le contraddizioni della democrazia e dell’antieuropeismo di convenienza delle forze politiche interne ai Paesi membri.

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