Gli studenti protestano per difendere la propria esistenza. Ma in Tibet

– In queste settimane vediamo tante immagini (anche molto violente) di manifestazioni studentesche, in Italia (contro la riforma Gelmini), in Francia (contro la riforma delle pensioni), in Gran Bretagna (contro l’aumento delle rette), in Grecia (contro il piano di austerity). Ma è in corso un’altra rivolta, non violenta, assolutamente necessaria, di cui non si possono vedere immagini. Perché sono censurate. La rivolta studentesca in questione è quella in corso, da più di un mese e mezzo, in Tibet.

Il motivo della protesta è molto concreto, esistenziale: l’imposizione nelle scuole del cinese mandarino quale lingua ufficiale, in regioni in cui si parla prevalentemente tibetano. I libri di testo e le ore di insegnamento nella lingua locale sono aboliti.

E’ un ulteriore giro di vite imposto da Pechino sull’autonomia tibetana, dopo aver chiuso monasteri, imposto un ordine militare, sradicato comunità intere, inculcato per decenni l’ateismo di Stato nella patria del buddismo. Lo sradicamento linguistico rientra nel nuovo piano del regime di Pechino per domare del tutto i tibetani, dopo il rischio di perdere il controllo della regione con la ribellione etnica della primavera 2008. Cercando di agire nel silenzio mediatico, appena pochi mesi prima dell’inizio delle Olimpiadi di Pechino, il regime cinese ha represso con estrema brutalità la più estesa rivolta tibetana dal 1987. Il presidente della “Regione Autonoma del Tibet”, Qiangba Pucong, anziano e relativamente moderato, è stato rimosso dall’incarico, tre anni prima del suo previsto pensionamento. Al suo posto Pechino ha insediato Pema Thinley, un uomo noto per la sua carriera militare e la sua intransigenza contro le “tre forze malvagie”: religione, separatismo e terrorismo.

Nella riunione del politburo del Partito Comunista Cinese dell’8 gennaio 2010, esclusivamente dedicata al Tibet, sono state fissate le linee guida: pugno duro contro le “forze malvagie” e modernizzazione. In quest’ultimo punto rientra anche un programma, non dichiarato, di sinizzazione, colonizzazione culturale. I lavori di costruzione delle nuove infrastrutture, la ferrovia Tibet-Qinghai e “l’aeroporto più alto del mondo” (uno scalo aereo a circa 4500 metri di quota) devono servire anche a importare manodopera di etnia han, pronta a insediarsi nel Tibet. Dopo aver aumentato le vie di comunicazione aeree e terrestri, Pechino procederà, secondo i membri del governo tibetano in esilio, a un massiccio ripopolamento della regione con cittadini di altre etnie.

Il processo di rimescolamento etnico è stato e sarà ancora molto lento. Andrà ben oltre il piano quinquennale che scadrà nel 2015. Per accelerare il processo, però, ci sono provvedimenti dal decorso più rapido. Quale l’imposizione del mandarino come lingua ufficiale nelle scuole. Tutti i processi rapidi sono più traumatici e provocano reazioni più viscerali. La sinizzazione delle scuole tibetane non fa eccezione. Prime manifestazioni, pacifiche, sono iniziate il 20 ottobre scorso a Chabcha (Gonghe è il nome cinese) con 2.000 giovani in piazza. Il giorno dopo la protesta si è estesa a Tawo (Dawu): altre migliaia di studenti delle scuole medie hanno manifestato contro la riforma. Anche nella città di Gedun Choepe, scolari e studenti hanno protestato nelle loro scuole, bloccati dalla polizia. Il mese successivo, la campagna ha iniziato a internazionalizzarsi. Il primo di novembre sono scesi in piazza i tibetani in esilio in India. Il 4 novembre, quattro organizzazioni di esuli (Tibetan Women’s Association, National Democratic Party of Tibet, Students for a Free Tibet, GuChuSum) hanno inviato una lettera aperta al presidente Barack Obama, quel giorno in visita di Stato in India. “La lingua tibetana è il fondamento della nostra ricca cultura” – si legge nel testo – “il governo cinese, negando ai giovani l’opportunità di imparare la loro lingua, sta cercando di sradicare, in maniera sistematica la cultura e l’identità tibetane”.

In Italia il messaggio è stato raccolto dall’associazione radicale Nitobe (che organizzerà una manifestazione il 5 dicembre). Ma c’è da dire che, nel nostro Paese, la causa degli studenti tibetani è ancora quasi del tutto ignorata. Ben altri studenti, molto più vicini e rumorosi, rubano tutta la scena.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Gli studenti protestano per difendere la propria esistenza. Ma in Tibet”

  1. Mattia scrive:

    Sono d’accordo : non lasciamo gli studenti e la popolazione tibetana da sola a combattere ( pacificamente a quanto lei dice) contro un stato dispotico e tirannico.
    Ma da un paese che nega alcuni tra i diritti fondamentali quali la libertá di stampa o di associazione che cos’altro possiamo aspettarci se non questa repressione contro il povero tibet, colpevole di voler essere libero in un paese totalitario?

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