– Circa dieci giorni fa, a Parigi, mi è capitato di assistere all’occupazione dell’École Normale Supérieure, con tanto di aule sprangate e mobili accatastati per chiudere le porte. Mi veniva da pensare che a Pisa non si erano ancora spinti fino a tanto. Invece, ieri, mi è toccato di assistere all’occupazione della Normale di Pisa da parte di un gruppo di studenti (tra i quali figurano anche alcuni miei colleghi) per protestare contro la riforma Gelmini.

A stupirmi non è stata tanto l’idea dell’occupazione, quanto l’accoglimento pacifico da parte della Direzione della Scuola, che ha concesso addirittura due giorni di sospensione della didattica. Come dire: c’è una minoranza (perché di questo si tratta) di studenti che occupa la Scuola e, come risposta, la Scuola stessa concede due giorni di sospensione della didattica. Con tutto il rispetto per le istituzioni, mi pare un gesto abbastanza superficiale, che però lascia passare un principio pericoloso: una parte (minoritaria o maggioritaria, non importa) impone a tutti la propria decisione con un atto di forza.

Se la storia finisse qui, si tratterebbe solo di una bega interna, tra me (e, con me, molti altri studenti che, favorevoli o meno alla riforma Gelmini, avrebbero preferito continuare con le lezioni) e i miei colleghi rivoluzionari (ai quali auguro di diventare presto “tutti notai”, come diceva Ionesco ai manifestanti del maggio francese). Invece la questione è pubblica perché, d’improvviso, costoro indicono un’assemblea che partorisce un documento ufficiale che, inizialmente, doveva essere firmato a nome “gli studenti della Normale”. Come dire, a prendere le decisioni è sempre una minoranza che però, facendosi interprete della “volontà generale” o dello “spirito del tempo”, parla a nome di tutti (e chi non è d’accordo viene messo a tacere, ovviamente). La versione definitiva del comunicato, che potete leggere sulle pagine locali de La Repubblica, reca la firma “Normalisti indisponibili”, che è un modo per salvare capra e cavoli, oltre che per manifestare un senso di superiorità che si addice a parecchi dei miei colleghi.

Mi sia concesso, dunque, da “normalista disponibile” (che, sulla riforma universitaria, condivide in larga parte le parole di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di ieri), di fare qualche considerazione sul testo in questione. Il documento si commenta da sé, tanto è ridicolo, soprattutto là dove si continuano a ripetere le solite ovvietà sulla “privatizzazione della scuola pubblica, inaccettabile in linea di principio e pericolosa”, perché ciò comporterebbe la trasformazione dell’Università in un’azienda, una svalutazione della ricerca di base a favore di quella applicata, e via dicendo. Peccato che siano fandonie, perché qualunque buon liberale sa, per citare Luigi Einaudi, che l’obiettivo non è la privatizzazione fine a se stessa, bensì la lotta al “monopolio della scuola di stato”, questa sì fonte di autoritarismo, pensiero unico, insofferente ad ogni forma di dissenso e di novità.

E chi grida contro i finanziamenti privati alla ricerca o è un cretino o è in malafede, perché ha una paura feroce della concorrenza, ossia dell’unica cosa che potrebbe smuovere lo stato comatoso in cui versa attualmente l’Università italiana. Ancora, nel documento si protesta contro la precarizzazione dei ricercatori, che la riforma accentuerebbe; ma anche questo è falso,  perché, come ha scritto chiaramente Giavazzi: “La legge […]  crea una nuova figura di giovani docenti «in prova per sei anni», e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell’insegnamento e nella ricerca. Chi grida allo scandalo sostenendo che questo significa accentuare la «precarizzazione» dell’università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo. Peggio: pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani, il cui posto potrebbe essere occupato per quarant’anni da una persona che si è dimostrata inadatta alla ricerca”.

La diagnosi più veritiera sullo stato attuale dei nostri atenei è stata fatta, a mio parere, da Antonio Martino, che, intervenendo in Parlamento, ha detto: “Le università oggi obbediscono a quella che ormai è diventata una regola generale in questo Paese; cioè, non vengono studiate e progettate nell’interesse dei loro utenti, cioè degli studenti, ma per la comodità e l’interesse di coloro che vi trovano lavoro. […] Sforniamo migliaia di giovani che sono condannati alla disoccupazione perché inoccupabili. L’università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l’idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un’occupazione degna del titolo di studio”.
Il che dovrebbe spingere gli studenti, primi fra tutti, a chiedere l’abolizione del valore legale del titolo di studio perché, come scriveva tanti anni fa il già citato Einaudi, “per alcuni”, cioè per gli studenti veramente meritevoli, “il giovane vale assai di più di quel che sta scritto sui pezzo di carta”, ma, dal punto di vista legale, tutti i “pezzi di carta” sono uguali tra loro e “la loro contemplazione non giova a chi deve fare una scelta tra coloro che offrono se stessi agli impieghi ed alle professioni”. Ma, ovviamente, gli studenti che in questi giorni sono scesi in piazza, saliti sui tetti o, come a Pisa, hanno occupato le Università, di questo non vogliono sentir parlare. L’Università pubblica va bene così com’è, dateci solo più soldi e vedrete che le cose andranno a posto.

Che siano proprio dei giovani, degli studenti e, addirittura, gli studenti di uno dei cosiddetti centri di eccellenza della ricerca in Italia, a difendere lo  status quo, i meccanismi perversi e le rendite di posizione che hanno causato l’affossamento della qualità della nostra Università, è a dir poco paradossale. Peggio, è la prova più lampante che il monopolio pubblico della scuola provoca conformismo, corporativismo e mancanza di senso critico, insomma l’esatto contrario di tutto ciò che l’Università dovrebbe essere. Aggiungo, per spirito di polemica, che molti di coloro che oggi protestano, occupano e sbraitano perché in sostanza tutto rimanga così com’è, domani andranno a fare ricerca all’estero, magari in Università inglesi o americane, nelle quali non si fanno concorsi, c’è vera concorrenza tra ateneo e ateneo, ci sono tanti privati che finanziano la ricerca (che, guarda caso, in molti campi, è condotta ad un livello altissimo). E invece no, finché si rimane in Italia, tanto vale protestare sempre, andare avanti con quella che, giustamente, qualcuno ha definito “occupazione virtuale” o “mediatica”, ovvero, detto altrimenti, fatta al solo scopo di finire sui giornali.

Per concludere, sono profondamente convinto che quanto sta succedendo in questi giorni a Pisa (e in altre sedi universitarie italiane) sia l’ennesima riproposizione dello schema per cui c’è una minoranza di esagitati che si arroga il diritto di parlare a nome di tutti, spesso con l’aiuto (più o meno compiacente) delle stesse istituzioni universitarie. Ai mie colleghi che, dalla loro posizione di studenti ‘privilegiati’ (credo si possa dire senza scandalo), con le loro assemblee e i loro dispacci contribuiscono alla stagnazione del nostro sistema universitario, posso solo dire che hanno avuto un’occasione in più per coprirsi di ridicolo e che, anche se dovessero riuscire ad ottenere qualcosa (e mi auguro di no), la loro resterebbe comunque una “idiozia conquistata a fatica”,  che sarà pagata da tutti gli studenti, disponibili e non.