di PIERPAOLO RENELLA – Allacciate le cinture di sicurezza. Oggi il volo internazionale di Libertiamo vi porta in Corea, per render conto di un’ostilità mai sopita che, giorno dopo giorno, sta assumendo i connotati di una danza di guerra del terzo millennio. Quella che state per leggere è la cronaca di tutto ciò che è andato storto nella penisola asiatica nel periodo recente. Restando in tema di volo, non siamo alla scatola nera. Né subiamo il fascino dell’oscuro fervore guerresco da riservisti della domenica. Ma la situazione è quella che è. Evoca dinamiche anacronistiche da Guerra fredda, paure aventi a che fare con le sciagure della Guerra di Corea, criticità legate al progressivo spostamento dell’equilibrio tecnologico e militare a favore dell’Asia.

La crisi coreana dovrebbe far riflettere non solo gli strateghi militari, ma quanti considerano l’Asia soltanto un vastissimo mercato emergente, ignorandone le ambizioni politiche e le imponenti potenzialità militari. A Pyongyang il baluardo del comunismo dinastico – un mix di autarchia, marxismo e nazionalismo dove l’economia è ancora quasi completamente collettivizzata e il sistema produttivo è in massima parte obsoleto – possiede arsenali nucleari e missili balistici a sufficienza per distruggere il pianeta, se mai dovessero essere usati.

Ma veniamo ai fatti principali.

26 marzo 2010: viene affondata la fregata sudcoreana Cheonan, mentre si trovava a ridosso del confine marittimo tracciato dalle forze dell’Onu alla fine della Guerra di Corea e mai accettato dal Nord. Il bilancio è di 46 morti. Il 20 maggio un rapporto stilato da un panel internazionale di esperti indica nel Nord i responsabili dell’affondamento: “è stato un siluro sganciato da un sottomarino della flotta di Pyongyang ad affondare il vascello da 1.200 tonnellate”, recita il rapporto. Un paper – va detto – la cui affidabilità è stata contestata da una parte rilevante dell’opinione pubblica sudcoreana, stando a un sondaggio commissionato dal quotidiano Hankook Ilbo. Il presidente sudcoreano Lee Myung Bak annuncia la sospensione sia degli aiuti che degli esili scambi commerciali intercoreani e l’intenzione di sottoporre il caso all’attenzione dell’Onu. Rispolvera tutte le armi della guerra psicologica, compreso il dispiegamento di enormi casse acustiche capaci di tuonare esortazioni alla defezione nella zona smilitarizzata (di 4 km) lungo il confine, all’altezza del 38° parallelo. E pretende le scuse del Nord.

23 novembre 2010: l’artiglieria di Pyongyang bombarda il territorio sudcoreano, con granate distribuite in tre ondate sull’isola di Yeongpyeong, a ovest di Seoul, immediatamente a ridosso del medesimo confine marittimo contestato dal Nord. L’esercito del Sud risponde, inadeguatamente (secondo alcuni), al fuoco. E’ il primo attacco al suolo sudcoreano dall’armistizio del 1953. Bilancio: quattro morti, di cui due civili e 18 feriti, decine di case distrutte. Un attacco che induce a fare un salto indietro nel tempo, al 25 giugno del 1950, quando le ben addestrate divisioni della Corea del Nord, armate dai comunisti sovietici e dai cinesi, attraversarono il 38° parallelo invadendo la Corea del Sud. Il presidente Lee convoca una riunione d’emergenza nel bunker sotto la Casa Blu. Rimuove Kim Tae Young, Ministro della Difesa,  capro espiatorio della lentezza, impreparazione e inadeguatezza dell’esercito di Seoul. Manifesta l’intenzione di cambiare la politica militare ed avviare nuova fase di politica estera iper-aggressiva. Medita di rivedere le regole d’ingaggio, in modo da rafforzarle. Decide, infine, di incrementare la presenza militare su 5 isole a rischio (Yeongpyeong inclusa) in prossimità della costa del Nord.

Il rischio dell’escalation delle ostilità è meno remoto di quanto appaia, all’interno di una penisola virtualmente ancora in guerra, grazie a un armistizio (quello del ’53) mai convertito in un trattato di pace.

Il potenziale casus belli. La portaerei nucleare George Washington è salpata dal Giappone per raggiungere il Mar Giallo, dove – a partire da domenica 28 novembre – partecipa a esercitazioni navali e antisommergibile congiunte – joint drills – con i sudcoreani. Il Nord rimprovera il Sud di aver programmato una maxi-manovra di addestramento militare, con 70 mila uomini, che “simula un’invasione”. All’arrivo a destinazione della portaerei americana, i nordcoreani piazzano missili sulle rampe di lancio vicino alla frontiera. I Joint Drills dovrebbero proseguire fino a tutto mercoledì 1° dicembre.

Il ruolo “diplomatico” della Cina. Pechino insiste sull’approccio multilaterale e  spera di rilanciare i “Colloqui a sei” (con Usa, Cina, le due Coree, Giappone e Russia) promossi nel 2004 proprio dalla Cina nel tentativo di risolvere la crisi. Preso atto dell’impossibilità di frenare l’arricchimento dell’uranio delle centrali del Nord, il Premier Wen Jiabao lancia appelli per la stabilità della penisola, esortando le due parti all’esercizio di calma e moderazione. In realtà, anche Pechino non gradisce l’esercitazione congiunta, ritenendola una manovra aggressiva che alza la tensione. E, almeno pubblicamente, non ha mai riconosciuto o attribuito la responsabilità degli attacchi militari in capo alla Corea del Nord.

Bastano questi pochi elementi a fotografare una realtà in cui il primato militare dell’Occidente è tramontato da un po’. Non solo la Corea del Nord, ma anche Iran, Siria, India e Pakistan, solo per citare alcuni esempi, hanno costruito impianti modernissimi di arricchimento dell’uranio e prodotto plutonio a sufficienza per realizzare un discreto numero di bombe atomiche. E chi dispone di armi atomiche – va da sé – non ha l’obbligo di ascoltare le ragioni della diplomazia, del multilateralismo, dei tavoli a sei, a otto o a venti. Il fattore nucleare è la principale causa di instabilità dello scenario metternichiano di “equilibrio delle potenze”, ripreso da Henry Kissinger dopo caduta del muro di Berlino. Il mondo in cui viviamo sarà per sempre un mondo nucleare. Le armi nucleari non avranno mai fine. Potranno essere ridotte, certo, ma ci sarà sempre il rischio che qualsiasi conflitto, anche il più circoscritto, possa degenerare in una catastrofe di dimensioni planetarie. La non proliferazione nucleare, come lo sviluppo di scudi antibalistici e antinucleari, potrebbero avere un qualche successo ma gli Stati Canaglia (e non solo) hanno di solito più fantasia di quella espressa dai vertici internazionali. La storia si complica e la nuova Asia impone all’Occidente nuove politiche e nuove strategie, non solo di marketing olistico. Graditissimi illuminanti consigli.