di CARMELO PALMA – Se c’è un complotto contro l’Italia – come Frattini continua a dire e a smentire un giorno sì e l’altro pure – dev’essere davvero diabolico, visto che unisce nella lotta i cani della Cia e i gatti di Wikileaks, i piani del Pentagono e i contro-piani degli hacker e dei blogger che vogliono smutandare i segreti della politica e della diplomazia americana.  Insomma, mentre Assange fa la sua guerra mediatica alla potenza Usa e alle sue “bugie”, aiuterebbe il nemico a stelle e strisce a sputtanare Berlusconi.

Se invece – come è evidente – non c’è un complotto contro il Cav., ma ad investire l’Italia saranno gli effetti collaterali di questa guerra mediatica e politica “contro l’America”, sarebbe più utile iniziare a riflettere in generale – non pensando a Ruby e al bunga bunga – alle conseguenze della inevitabile “mass-mediatizzazione” delle politiche di difesa e di sicurezza.

Gli stessi mezzi che rendono più efficiente l’attività di intelligence rischiano di renderla oggi più permeabile e intellegibile. Il fatto che gran parte delle politiche “sensibili” – quelle che hanno a che fare con la pace e con la guerra – siano stoccate e condivise in sofisticati data-base, e non nella memoria e nelle carte delle vecchie spie, rende diversa e più mediatica la stessa attività di contro-spionaggio  e di contro-informazione. Meglio un hacker di Mata Hari, meglio un agente o un militare politicamente disgustato dai superiori, che un infiltrato sotto copertura.

Il Foglio, pochi giorni fa, scriveva che “la trasparenza della politica” è un’utopia regressiva. Non siamo così pessimisti, ma comprendiamo il problema. Il “segreto” rimane l’infrastruttura della diplomazia e della politica militare di qualunque regime politico. Ma mentre le democrazie sono assediate, oltre che dalle spie straniere, da un’opinione pubblica curiosa ed esigente, libera di farsi un’idea delle cose e di cercarne, in un modo o nell’altro, le prove, le non democrazie non vanno per il sottile e tutelano in modo apparentemente più robusto le radici “segrete” della propria sicurezza.

Queste ultime non devono rendere neppure simbolicamente omaggio ad un ideale civile di trasparenza e di piena “controllabilità” del potere. Eppure anche lì la “mass-mediatizzazione” del dissenso, per quanto repressa, è in grado di produrre sfracelli. Infatti, le non democrazie, più che proteggere le informazioni, mirano a commissariare i media, a partire da Internet.

Nondimeno, il fatto che una multinazionale “pacifista” possa svelare i documenti segreti di una potenza globale, conquistando ideologicamente alcuni addetti ai lavori e magari remunerandone altri, rimane un fenomeno che va letto secondo le categorie della libera informazione, non del tradimento o, come ha detto il loquace Frattini, del terrorismo. Come la stampa, però, anche Wikileaks corre il rischio di essere usata, proprio da quanti pensa di usare per raccogliere e diffondere le sue “verità”. E come la stampa può essere buona e cattiva, attendibile o fuorviante, libera o asservita ai disegni di un player politico globale.

Per quanti rischi tutto ciò possa comportare – il primo dei quali, abbastanza evidente, è che equiparando gli scheletri e gli armadi delle democrazie e delle non democrazie, si equiparino di fatto le une alle altre – difficilmente ci libereremo di questo impiccio. Occorrerebbe liberarsi prima della libertà di stampa, e non sembra proprio il caso. Le inchieste giornalistiche sono da sempre una forma di “hackeraggio” di informazioni protette. Il problema è che adesso a fare la differenza – e che differenza – è Internet. La potenza mediatica non è più un monopolio degli stati.