– Sarà che risiedo in uno dei comuni interessati, ma a me la notizia non ha lasciato del tutto indifferente. Pare che in 128 comuni italiani l’acqua non sia conforme alle norme fissate dall’UE in materia di potabilità. In particolare i valori di arsenico, la cui presenza è consentita fino a 10 microgrammi per litro, raggiungono in molti casi i 50 microgrammi, 5 volte di più della soglia ammessa. In parole povere, per le utenze di 128 comuni l’acqua potabile non sarebbe potabile, e secondo le autorità europee non c’è più spazio per deroghe, ma solo per adeguarsi, e subito.

Paracelso diceva che è la dose che fa il veleno, quindi è chiaro che non deve essere la parola “arsenico” a spaventare, quanto la sua concentrazione, e io non sono certo la persona più titolata per affermare se una concentrazione di 50 microgrammi per litro rappresenti un rischio reale per la salute o se le soglie imposte dall’UE siano eccessivamente restrittive. Però questa vicenda e l’atteggiamento tenuto dalle autorità pubbliche italiane mi sembrano illuminanti per evidenziare ciò che non va nel settore della gestione dei servizi idrici, che avrebbe bisogno di una massiccia e non solo formale dose di liberalizzazioni.

L’Italia ha recepito la direttiva europea che fissa questi limiti dal 2001, ma da allora aveva già ottenuto altre deroghe (qualcuno ne era a conoscenza?) Il motivo per il quale quest’ultima richiesta di deroga è stato respinto è che la legislazione europea prevede la possibilità di deroghe solo per brevi periodi, in casi eccezionali e fino a una concentrazione massima di 20 microgrammi per litro, mentre la richiesta italiana sembrava evidenziare una tendenza a gestire la normalità in regime di deroga (che strano…)

Il ministro Fazio, cadendo dalle nuvole, ha ammesso che “l’ordinanza di deroga era stata fatta perché si prevedeva che non ci fosse alcun parere negativo da parte della Comunità europea”, tanto che nell’ultima richiesta presentata alla Commissione Europea dal Ministero della Sanità si sosteneva paradossalmente che la concentrazione di arsenico è così elevata per cause naturali, dovute alla falda che in molte regioni (è il caso del Lazio, la regione messa peggio) attraversa strati vulcanici e non so che altro, come se questo rappresentasse un’attenuante (non so, magari l’arsenico che viene da lì è meno arsenico, tutto sommato è naturale, non può fare così male…).

Invece questa volta è andata male, la Commissione Europea ha risposto che concentrazioni di arsenico eccessive sono tollerabili solo per periodi ridotti, sono pericolose soprattutto per i bambini di età inferiore ai tre anni e possono indurre alcune forme di cancro, e così anche noi utenti siamo venuti a conoscenza di questa storia. Una storia che, secondo il più classico dei paradigmi della gestione in regime di monopolio pubblico, vede il gestore del servizio e il controllore della sua qualità riunite nella stessa persona, e vede l’autorità pubblica usare il potere di cui dispone non per adeguare il servizio alle regole (e all’interesse degli utenti), ma per adeguare le regole alla qualità del (dis)servizio (evitando di informare gli utenti).

I fan dell’acqua pubblica ad ogni costo hanno qualcosa da dire al riguardo? C’è uno strano silenzio intorno a questa vicenda, non ci sono i sindacati in prima linea, e anche le associazioni dei consumatori ne parlano piuttosto a bassa voce, mentre i sindaci balbettano aspettando istruzioni e finanziamenti (guardate quanti distinguo e “forse però” si accumulano nel commento del prode Cianciullo da Repubblica, eroico paladino dei consumatori ecologicamente informati: “abbiamo un sistema di controllo delle acque potabili estremamente efficiente che permette di rilevare subito ogni anomalia”)

Eppure ci sarebbero, probabilmente, gli estremi per fare un bel casino: ci si potrebbe rifiutare di pagare la fornitura dell’acqua (che se non è potabile non rispetta gli accordi contrattuali tra utente e gestore del servizio), rifarsi dare i soldi a partire, quantomeno, dal 2001, chiedere fior di danni per ogni raffreddore che ci siamo presi dal 2001 a oggi (la Philip Morris si e le municipalizzate no?) e, soprattutto, pretendere il diritto di potersi scegliere il proprio fornitore di fiducia di acqua potabile (se mi hai già dato una sòla avrò ben diritto di rivolgermi a qualcun altro), come già avviene per l’energia e le telecomunicazioni, sulla base del migliore rapporto qualità/prezzo.

E se ciò non fosse logisticamente possibile, sarebbe quantomeno auspicabile (ne parlavano Falasca e Romano in un recente focus per IBL) che le società a cui viene affidata la gestione del servizio idrico siano private a tutti gli effetti, quotate e scalabili, e soggette alla valutazione indipendente degli analisti finanziari, in modo che, anche in presenza di limiti tariffari imposti dall’autorità pubblica, il deprezzamento dei titoli e il rischio di take-over ostili siano i veri stimoli all’efficienza, all’innovazione, agli investimenti e al mantenimento di livelli qualitativi elevati.