Irlanda, e se in gioco ci fosse la democrazia?

 – Quest’articolo è il risultato di un week end di “ritorno”. Il mio, a Dublino, diciotto anni dopo quell’ anno trascorso nella capitale del paese celtico quando non era ancora una “tigre”. Dell’Irlanda di oggi (quella che ho rivisto da giovedì a domenica), stretta tra crisi e bailout, ho provato a descrivere l’umore complicato.

C’è come l’idea che salvando le banche irlandesi il bailout varato ieri dal Consiglio europeo salvi anche l’Irlanda e con essa, l’Europa. Come se i mercati non guardassero i numeri e affidassero le proprie scelte alla politologia – il valore simbolico dell’impegno economico comune – piuttosto che alla ragionevole ponderazione economica – fare soldi con i soldi.
Sulla questione irlandese i mercati stanno facendo soldi con quei soldi che l’Europa e il Fondo Monetario Internazionale hanno in animo di prestare agli istituti di credito ormai largamente nazionalizzati della piccola (ex) Tigre celtica. E questo avviene perché, correttamente, i mercati ritengono che il destino di quegli istituti di credito sia ormai ampiamente segnato.
Speculare in certi casi è più ragionevole che investire.

Oltretutto, i cittadini irlandesi che sabato per le strade di una Dublino insolitamente coperta di neve hanno protestato contro la cessione della loro sovranità all’Fmi lo hanno capito perfettamente che il navigatore installato sulla berlina di Bruxelless porta diritto ad un vicolo cieco. Se hai comprato una casa ad un valore venti volte superiore al prezzo di tre anni prima non puoi lamentarti se ora, con la tua casa, non ti ci ripaghi più neanche il costo della cucina. E se, da Stato sovrano – come Francia, Germania, Inghilterra – hai messo i tuoi soldi in banche che concedevano mutui per il 120% dell’immobile acquistato, beh, problemi tuoi se il tuo investimento adesso pare non fruttare poi così bene.

In questi giorni a Dublino si respira un’aria tutt’altro che depressa. Pub e ristoranti stracolmi di gente che consuma come se proprio nulla fosse. La gente poi della crisi mica ti parla, non foss’altro perché non la sente. O quanto meno non così tanto. L’occupazione, anzi, dopo la stagnazione dello scorso anno ha cominciato a riprendere. Le multinazionali d’altra parte non lo lasciano certo il paese, con quel suo environment orgogliosamente business-friendly che invoglia a riprendere gli investimenti, mica ad abbandonarli, e che stimola persino lo small business a continuare a scommettere su sé stesso. Tanto per capirci: ad ogni finanziaria il governo manda alle imprese via mail un programma attraverso cui calcolare automaticamente le tasse da pagare. Tempo dell’operazione: 5 minuti. Costo per le imprese: zero. E questa è la burocrazia. Si mantiene poi un sistema fiscale che, pur razionalizzato con il budget che il Parlamento voterà il prossimo 7 dicembre, lascia nelle tasche dei cittadini dal 60 al 100% del proprio income. C’è infine lo stato sociale, ai cui eccessi di generosità si è già cominciato a metter mano e che comunque continua a coprire universalmente l’esposizione al rischio delle persone. Chi perde il lavoro in Irlanda non finisce sotto un ponte. Rischia anzi di stare tanto bene quanto chi un lavoro ce l’ha. E chi ha figli, pur se disoccupato, è in grado nonostante la crisi di garantire loro un regime di stabilità sociale null’affatto penalizzante.

Agli irlandesi insomma il bailout non piace perché non ne capiscono la ragione.
Vivono un’economia reale che – bolla immobiliare a parte – è niente affatto recessiva. E non sentono – per il momento almeno – le conseguenze dirette del casino bancario. In fondo le banche presso cui hanno depositato il conto sono ormai le loro: sono dello Stato. Hanno però come il sospetto che la sovranazionalità dell’esposizione del loro patrimonio finanziario nazionale ne metta a rischio la sovranità, cioè la loro stessa democrazia. Gli irlandesi – anche la middle class produttiva, che non è scesa in piazza e che non ha proprio nulla, in concreto, da perderci dalla nuova manovra – dicono solo che quando le sorti loro, delle loro famiglie, del loro futuro dipendono da cose di cui non sono in grado di misurare la portata e prefigurare le conseguenze, beh, questo non è più democraticamente compatibile.

Ci rifletteva su Angelo Panebianco ieri sul Corriere: l’alterità tra legittimità politica nazionale ed interesse comune – europeo, nella fattispecie.
Ecco, nel caso irlandese la pressione democratica che potrebbe far cadere il governo (le byelections di giovedì hanno ridotto la maggioranza del Primo ministro Brian Cowen ad un margine di due seggi), e fare conseguentemente fallire il rescue plan internazionale, pone in realtà una questione diversa. Ovvero l’alterità tra responsabilità democratica e sovranità meta-nazionale.

Quello che contestano i cittadini europei d’Irlanda è la messa in mora della loro facoltà di conoscere per deliberare – che poi è l’assioma su cui è costruito il teorema di quella democrazia liberale trans-nazionale che anche loro, tra i 27, hanno contribuito in questi decenni ad argomentare. La questione – tutta da dimostrare, certo – è se sia proprio il deficit di democrazia ‘euro-nazionale’ ad aver causato la crisi. E dunque se magari la sanzione politica che gli irlandesi commineranno al governo possa costringere l’Europa tutta a riscoprirsi forte proprio della sua stessa capacità democratica. Perché la democrazia, va da sé, non ammette deroghe né condizionamenti. Impone una cosa crudele, però, quella sì: la responsabilità. Ecco, si chiedono gli irlandesi, perché  per salvare la faccia dell’ecosistema dirigente si dovrebbe accettare di condividere le conseguenze della sua irresponsabile presunzione?


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

5 Responses to “Irlanda, e se in gioco ci fosse la democrazia?”

  1. filipporiccio scrive:

    “Agli irlandesi insomma il bailout non piace perché non ne capiscono la ragione.”

    Forse non ne capiscono la ragione, ma ho il sospetto che invece la capiscano benissimo, e sia proprio per questo che non gli piace. Ma soprattutto ne capiscono le conseguenze, che colpiranno loro e i loro figli, e non certo i politici.

    “In fondo le banche presso cui hanno depositato il conto sono ormai le loro: sono dello Stato.”

    Nient’affatto. Nessun irlandese ha scelto di diventare proprietario di quelle banche. Non solo: se anche fossero proprietari di quelle banche (nel senso di possederne le azioni), non sarebbero chiamati a pagarne i debiti, ma potrebbero tranquillamente perdere il capitale e lasciarle fallire. Quando un’azienda fallisce perdono gli azionisti e perdono i creditori: non si è mai visto un bailout dei creditori a spese degli azionisti.

    Anzi questo è un esempio da manuale che “di proprietà dello stato” non vuol dire “di proprietà dei cittadini”, ma vuol dire “di cui lo stato ha accollato la responsabilità ai cittadini loro malgrado”.

  2. Simona Bonfante scrive:

    @filipporiccio devo essermi espressa male se ti ho indotto a ritenere che non fosse esattamente quello che scrivi tu, punto a punto. c’era dell’ironia nelle affermazioni riportate. mi duole aver lasciato adito ad ambiguità.

  3. filipporiccio scrive:

    @simona bonfante:
    mi scuso per il fraintendimento.

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