– da Il Foglio del 27 novembre 2010

Che i finiani sul tetto avrebbero fatto notizia e le loro parole no, lo sapevamo. Qualcuno avrebbe equivocato, molti avrebbero marciato sull’equivoco. Eppure, dal nostro punto di vista era utile andare, non per rendere omaggio alla moda del momento, ma per parlare con studenti – “ne partigiani”, “né terroristi” – che pensano molto male di una riforma cui non siamo contrari.

L’Università italiana è messa male. Non è però una sacca di spesa improduttiva, come vorrebbero i corifei più stonati del fronte governativo. La spesa pubblica per l’Università in rapporto al Pil è di un terzo inferiore alla media OCSE (0,8 contro 1,3%) e sul totale della spesa per servizi di poco superiore alla metà di quella UE a 19 (1,6 contro 2,9 per cento). Nel contempo nulla di buono può venire dal consolidamento del sistema burocratico-baronale, che la riforma vuole correggere introducendo un sistema di reclutamento più trasparente e un modello di governance meno opaco.

Dall’università dove i panni sporchi si lavano in famiglia, sporcando anche quelli puliti, si può passare ad un’accademia meno autoreferenziale, più efficiente e più autorevole. Anche per bussare a quattrini alle porte del governo. Per queste ragioni penso – come il senatore Valditara, che del provvedimento è stato relatore al Senato – che se il governo manterrà fede agli impegni assunti grazie alla nostra impuntatura sugli incentivi premiali e sui concorsi (nel prossimo decennio andranno in pensione quasi la metà dei docenti, non servono?) martedì FLI potrà votare a favore della riforma, rivendicando il merito di avere ottenuto che alle buone parole seguissero alcuni fatti.