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Lo sporco sui muri, il disordine in testa. I graffiti e la “teoria delle finestre rotte”

Nulla è più frustrante del passeggiare nelle nostre città avvolti in pareti di scarabocchi. Appaiono come dei filamenti contorti che ti strozzano, aggressivi, sprezzanti e soprattutto deridenti. Eh sì, se la ridono. Perché stuoli di intellettuali sgomitano e fanno a gara per spiegarceli. Ci vogliono illustrare il “fenomeno”, questi scienziati dell’ovvio. 

Guardate – ci dicono – i responsabili di questi atti (mi guardo bene dal chiamarli “autori”, a scanso di equivoci) vogliono comunicarci qualcosa, hanno dentro di loro un’insofferenza del vivere (vecchia storia) e ce la comunicano in questo modo. Non importa se massacrano le nostre città, i nostri monumenti, conferiscono ai nostri quartieri una deprimente atmosfera di degrado, ci costano milioni di euro, lasciamoli fare, “capiamoli”. Per capirli meglio si sono inventati la “boutade” dell’arte. Ma quale arte? Vogliamo scherzare?

L ‘arte è quella meravigliosa creazione umana definita dalla fusione di due elementi,la poiesis ovvero la creazione originale, l’invenzione e la techne ovvero l’abilità espressiva, la tecnica nell’esecuzione, che certamente non può realizzarsi in segni grafici vuoti e invadenti dello spazio altrui, attraverso la violenza e  la sopraffazione, a scapito di qualcuno o qualcosa. Nessun opera d’arte è mai stata realizzata “contro” un muro, una superficie o un supporto riservato ad altro.

Ormai gli imbrattatori si sentono forti, talmente spalleggiati dagli intellettuali integrati, che arrivano a gesti estremi come scarabocchiare autovetture o vetrine, queste ultime con  spray acidi indelebili costringendo le vittime a sostituirli e a trattarli come “spazzatura”. E’ “un’arte”, questa, che non produce opere, ma rifiuti.

I nostri amministratori assumono il ruolo improprio di psicanalisti intenti a “interpretare” le pulsioni subliminali dei loro peggiori cittadini: accorriamo, diamo il giochino al  bimbo, altrimenti distrugge tutto.  Sindaci e dirigenti degli enti locali si lambiccano per trovare spazi a disposizione di questi  “geni”, dove possano dare sfogo al loro presunto estro, pena la furia distruttiva sulla cosa pubblica o privata. In realtà gli imbrattatori sono poco interessati a questa alternativa, in quanto è proprio  la violazione del bene altrui e la trasgressione della regola, vigliaccamente perpetrata nelle ore notturne, la sostanzialità del loro segno.

Gli imbrattatori e ancor di più i loro sostenitori, pseudo-intellettuali lacchè in cerca di giovanilistici consensi, sono il simbolo del culto dello sfascio e del relativismo morale, che cerca nel paternalismo di uno stato  ipergiustificazionista la sua linfa vitale, contro la responsabilità individuale.  E’ anche dalla pulizia dei muri e delle stazioni ferroviarie e della metropolitana che si misura il grado di civiltà di una nazione. Il danno d’immagine delle nostre città devastate è enorme e anche da punto di vista turistico è il peggior biglietto da visita. Lo sfregio sul muro è l’invito all’illegalità, il sintomo di una società fuori controllo.

Per salvarci da questa barbarie è necessario adottare un mix di provvedimenti: le sanzioni pecuniarie e penali, le telecamere, le pattuglie notturne, le nuove vernici idrorepellenti che stese sulle pareti le rendono lavabili dagli spray, nuove regole sulla vendita al dettaglio delle bombolette, e soprattutto la ripulitura delle nostre città: “la teoria delle finestre rotte” impone di non tollerare, nella gestione del territorio, neppure le  piccole infrazioni che, originando una spirale distruttiva, conducono alla diffusione del crimine.

La Teoria delle Finestre Rotte è “una teoria epidemica della criminalità”. Afferma che la criminalità è un fenomeno contagioso, come è contagiosa una tendenza della moda, che può iniziare con una finestra rotta e diffondersi a un’intera comunità. L’impulso ad assumere un determinato comportamento non parte da un particolare tipo di persona, ma da una caratteristica dell’ambiente circostante.
La “teoria delle finestre rotte è il frutto dell’ingegno dei criminologi James Q. Wilson e George Kelling. I due sostenevano che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se una finestra è rotta e non viene riparata, chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ha la responsabilità di provvedere. Ben presto ne verranno rotte molte altre e la sensazione di anarchia si diffonderà da quell’edificio alla via su cui si affaccia, dando il segnale che tutto è possibile. In una città, problemi di minore importanza, come i graffiti, il disordine pubblico e la mendicità aggressiva, a quanto scrivono i due studiosi, sono l’equivalente delle finestre rotte, ossia inviti a crimini più gravi: “Rapinatori e ladri, sia occasionali sia di professione, sanno che le possibilità di essere catturati, o persino identificati, si riducono se agiscono in strade in cui le vittime potenziali sono già intimidite dalle condizioni dominanti.
A metà degli anni Ottanta, l’azienda dei trasporti di New York chiese l’intervento di Kelling in qualità di consulente; egli invitò l’azienda a mettere in pratica la teoria delle finestre rotte ed essa acconsentì, affidando la nuova direzione del servizio di metropolitana a David Gunn, incaricato di sovrintendere alla ricostruzione della rete con un investimento di miliardi di dollari. Molti sostenitori del progetto, al tempo, dissero a Gunn di non preoccuparsi dei graffiti e di concentrarsi piuttosto su questioni criminali più gravi, oltre che sull’affidabilità della rete: un consiglio che sembrava ragionevole. Preoccuparsi dei graffiti in un momento in cui l’intero sistema era prossimo al collasso poteva sembrare inutile come spazzare i ponti del Titanic mentre puntava dritto verso l’iceberg. Ma Gunn insistette. “I graffiti simboleggiavano il collasso del sistema” afferma. “Se ti fermavi a osservare il processo di ricostruzione dell’organizzazione e della morale, ti accorgevi che bisognava vincere la battaglia contro i graffiti. Senza quella vittoria, tutte le riforme ai vertici del sistema e i cambiamenti concreti non si sarebbero verificati. Stavamo per mandare in giro nuovi treni il cui valore si aggirava sui dieci milioni di dollari l’uno e se non avessimo fatto qualcosa per salvaguardarli, sapevamo esattamente ciò che sarebbe accaduto: sarebbero durati un giorno, dopodiché sarebbero caduti vittima del vandalismo.”
Gunn disegnò una nuova struttura dirigenziale e fissò una serie precisa di obiettivi e una tempistica allo scopo di ripulire tutta la metropolitana, treno per treno. Iniziò con la linea n.7, che collega il Queens al centro di Manhattan, e si buttò a sperimentare le nuove tecniche di ripulitura della vernice. Gunn impose la regola ferrea che non ci sarebbe stato alcun passo indietro e che non si sarebbe mai più permesso che una vettura, una volta “recuperata”, subisse nuovamente atti vandalici. “Fummo intransigenti a quel proposito” dice Gunn. Al capolinea della linea n. 1, nel Bronx, dove i treni si fermano prima di riprendere la corsa in senso inverso e ritornare a Manhattan, Gunn installò una stazione di ripulitura. Se una vettura tornava con nuovi graffiti, questi dovevano essere rimossi durante il turno di sosta, oppure il convoglio veniva escluso dal servizio. Le vetture “sporche”, che non erano ancora state ripulite dai graffiti, non dovevano mai viaggiare insieme a quelle “pulite”. L’idea era quella di lanciare un messaggio che risultasse privo di qualunque ambiguità anche agli occhi degli stessi vandali.
L’operazione di ripulitura di Gunn durò dal 1984 al 1990. a quel punto, l’autorità dei trasporti chiamò William Bratton a dirigere la polizia della metropolitana ed ebbe inizio la seconda fase del recupero. Il suo primo atto in qualità di capo della polizia della metropolitana, a prima vista, era tanto donchisottesco quanto quello di Gunn. Mentre gli atti di criminalità grave sulla metropolitana restavano a un livello elevato, Bratton decise di dare un giro di vite alla questione dei biglietti non pagati. La ragione, credeva che, come i graffiti, il non pagare i biglietti fosse un segnale, una lieve espressione di disordine che invitava a commettere crimini ben più gravi. Si stimava che 170.000 persone al giorno entrassero nella rete della metropolitana, in un modo o nell’altro, senza pagare. Alcuni erano ragazzini che saltavano semplicemente i cancelli automatici; altri li forzavano e, una volta che due o tre persone iniziavano a imbrogliare l’azienda, altre, che diversamente non avrebbero mai considerato l’ipotesi di eludere la legge, si univano a loro, argomentando che, se c’erano individui che non pagavano, nemmeno loro erano tenuti a farlo, e così si arrivava all’effetto valanga. Il problema era reso più grave dal fatto che si trattava di un fenomeno difficile da combattere. Dal momento che si trattava solo di un dollaro e venticinque, la polizia della metropolitana riteneva che non valesse la pena perdere tempo a cercare di fermare chi non pagava, soprattutto considerata la quantità enorme di reati molto più seri che si registrava quotidianamente lungo i binari e sui treni.
Bratton è un uomo pittoresco e carismatico, un leader per nascita, e la sua presenza si fece sentire molto in fretta. Sua moglie era rimasta a Boston, così era libero di fermarsi al lavoro fino a tardi e di sera gironzolava per la città in metropolitana, in modo da vedere con i propri occhi quali fossero i problemi e quale il modo migliore per combatterli. Per prima cosa scelse le stazioni dove il fenomeno dei passeggeri abusivi era il problema maggiore e piazzò fino a dieci poliziotti in borghese ai cancelli d’entrata. La squadra arrestava le persone che non pagavano una alla volta, le ammanettava e le lasciava lì in piedi, ammucchiate sul binario, fino a che non aveva “riempito la rete”. L’idea era quella di segnalare, quanto più pubblicamente possibile, che la polizia della metropolitana adesso aveva davvero intenzione di usare le maniere forti con quelli che non pagavano il biglietto. Bratton recuperò un autobus e lo trasformò in una stazione mobile di polizia, dotata di fax, telefoni e l’attrezzatura necessaria per rilevare le impronte digitali. In breve, il tempo richiesto per assolvere le formalità dell’arresto venne ridotto a un’ora. Bratton, inoltre, insistette perché venissero effettuati controlli sulle persone arrestate e si scoprì che almeno per un arrestato su sette era stato emesso un mandato di cattura per un reato precedente e che uno su venti aveva con sé un’arma di vario genere. All’improvviso non fu difficile convincere gli agenti che la battaglia contro i viaggiatori abusivi avesse senso. “Per i poliziotti fu una festa” scrive Bratton. “Ogni arresto era come aprire un pacchetto di patatine. Che sorpresa ci troverò? Una pistola? Un coltello? Un mandato di cattura? Un omicida? (…) Dopo qualche tempo, i cattivi misero giudizio, iniziarono a lasciare a case le armi e a pagare il biglietto.” Durante i primi mesi in carica di Bratton, il numero delle espulsioni dalle stazioni della metropolitana (per ubriachezza o per schiamazzi in luogo pubblico) triplicò. Tra il 1990 e il 1994 gli arresti per quel genere di violazioni meno gravi che per lungo tempo erano passate inosservate quintuplicarono. Bratton trasformò la polizia della metropolitana in un’organizzazione focalizzata sulle infrazioni minori, sui dettagli della vita sotterranea.
In seguito all’elezione di Rudolph Giuliani a sindaco di New York, nel 1994, Bratton venne nominato capo del Dipartimento di Polizia ed estese l’applicazione delle stesse strategie all’intera città. Diede ordine ai suoi agenti di usare la mano pesante con i reati minori: con i lavavetri che agli incroci si avvicinavano agli automobilisti chiedendo soldi per lavare i parabrezza, per esempio, e con tutti coloro i quali, in superficie, commettevano reati equivalenti a quelli dei graffitisti e di chi non pagava il biglietto. “La precedente amministrazione della polizia aveva avuto le mani legate dalle restrizioni” afferma Bratton. “Noi eliminammo quei limiti. Intensificammo il pugno di ferro della legge contro chi girava ubriaco oppure urinava in luoghi pubblici e arrestammo i trasgressori recidivi, compresi quelli che gettavano le bottiglie vuote sulla strada o erano coinvolti in danni, anche minimi, alle proprietà demaniali (…) Se urinavi per la strada, finivi al fresco.” Quando la criminalità iniziò a diminuire in città, in modo veloce e improvviso come era accaduto per la metropolitana, Bratton e Giuliani indicarono la stessa causa: reati apparentemente insignificanti, sostennero, erano i punti critici della criminalità violenta.
La teoria della finestre rotte e quella del potere del contesto sono una cosa sola. Entrambe si fondano sulla premessa che un’epidemia possa essere stroncata intervenendo sui dettagli minori dell’ambiente immediatamente circostante. Anche questa, a pensarci, è un’idea rivoluzionaria….
Ma che cosa suggeriscono le teorie delle finestre rotte e del potere del contesto? Esattamente l’opposto. Sostengono, infatti, che il criminale, lungi dall’essere qualcuno che agisce secondo ragioni intrinseche profonde e che vive in un mondo tutto suo, sia in realtà una persona particolarmente sensibile all’ambiente in cui si trova, attenta a qualsiasi segnale e indotta a commettere reati basandosi sulla percezione che ha del mondo intorno a sé. Si tratta di un’idea incredibilmente radicale e, per certi versi, inverosimile. Qui, ci spingiamo addirittura oltre, in un’altra dimensione ancora. La teoria del potere del contesto è una tesi ambientale: sostiene che il comportamento sia in funzione del contesto sociale, ma è un genere di ambientalismo davvero strano. Negli anni Sessanta, i liberal sostennero una tesi simile, ma quando parlavano dell’importanza dell’ambiente si riferivano all’importanza dei fattori sociali fondamentali: la criminalità, dicevano, era il risultato dell’ingiustizia sociale, di iniquità economiche strutturali, della disoccupazione, del razzismo, di decenni di negligenza istituzionale e sociale, per cui se si voleva fermare la delinquenza si doveva avere il coraggio di compiere azioni eroiche. La legge del potere del contesto, invece, afferma che ciò che importa veramente sono le piccole cose….
La legge del potere del contesto asserisce che non è necessario risolvere i grandi problemi per sgominare la criminalità. E’ possibile prevenirla semplicemente ripulendo i graffiti e fermando chi non paga il biglietto.

(Dal libro “Il punto critico – I grandi effetti dei piccoli cambiamenti” di Malcolm Gladwell,)


Autore: Elena Vigliano

Nata a Roma nel 1964, laureata in economia all’Università La Sapienza, è Consulente del Lavoro e Fiscale di numerose aziende ed ha collaborato con una nota multinazionale americana. Tra i promotori prima di Riformatori Liberali e quindi di Libertiamo, si occupa di tematiche giuslavoristiche e fiscali anche internazionali, avendo vissuto e studiato per oltre un decennio nell’Africa Anglofona.

8 Responses to “Lo sporco sui muri, il disordine in testa. I graffiti e la “teoria delle finestre rotte””

  1. mah, secondo me e’ un po’ troppo bacchettone come articolo, anzi a certi tratti sembra che invochi lo stato marziale contro i graffitari…. se veramente si volesse trovare una soluzione al problema (perche’ per me i graffiti sono arte, diventano un problema nel momento in cui intaccano la proprieta’ privata altrui e monumenti storici), il comune dovrebbe andare incontro ai writerz e dargli a disposizione delle pareti da sfruttare (pareti di cemento e inutilizzate, come cavalcavia, muri di contenimento,etc)….In questo modo si innesca un processo a catena che vede i veri writerz creativi e dotati che per mantenere questo accordo col comune, fanno si che i bambinetti armati di bombolette non vadano a sporcare i muri con scarabocchi insulsi….sappiamo benissimo che aumentare le sanzioni, le multe, iniziare un regime del terrore (metaforicamente) non ha mai giovato a nulla, anzi esacerba il problema.

  2. Piero scrive:

    @Ciabattoni

    i graffitari hanno già gli spazi per la loro “arte”: le pareti delle loro case (quelle interne, naturalmente).

  3. Marco scrive:

    Nelle città italiane la maggiorparte dei “graffiti” sono la riproposizione ossessiva della “firma” dell'”artista”.
    Uno scarabocchio sempre uguale riproposto decine/centinaia di volte – uno scarabocchio assimilabile alla marcatura del territorio fatta con l’urina dai cani di città quando vengono “portati giu a pisciare”.
    Poi è vero che in alcuni spazi qualcosa di artistico lo si può anche vedere.
    Insomma, il 99% dei writers sono dei poveracci che credono di essere artisti ma sono solo esseri noiosissimi e patetici.
    Applicherei la ricetta della finestra rotta alla metropolitana di Roma. Lo stato in cui si trova è assolutamente indecente. Ai writers-artisti darei a disposizione un muro in ogni stazione, così che si possa vedere che cosa è arte e che cosa non lo è. I treni dovrebbero essere off-limit.
    Se funzionasse a Roma lo si potrebbe esportare alle zone più degradate di altre città italiane.
    Se Alè-Manno non riesce a fare neanche questo che uomo di destra è?

  4. Graziano scrive:

    @Fabio
    Io sono totalmente d’accordo con il post, il 99% dei graffiti sono solo ignobili scarabocchi insopportabili a vedersi. Non si capisce poi perchè ai ‘writerz’ bisognerebbe gentilmente offrire spazi pubblici. La sua ipotesi: spazi pubblici ai ‘writerz’=meno scarabocchi sui muri può essere letta anche come un ricatto: perchè la collettività dovrebbe sottostarvi? Perchè, infine, in nessuna città estera si vede lo schifo che invece offriamo a Roma o Milano, per esempio?

  5. si fa lo stesso ragionamento per cui il proibizionismo, il regime del terrore e la repressione non hanno mai funzionato….il danno esiste, non puo’ essere debellato ( a meno che non si voglia creare una societa’ Orwelliana), una buona dose di pragmatismo mi dice che l’unico modo per risolvere il problema e’ limitarlo.
    secondo voi avrebbe piu’ effetti positivi un sit in organizzato dal comune di Milano con istituzioni tipo il Leoncavallo, etc, dandogli a disposizione spazi per disegnare (inutilizzati, ripeto, muri di contenimento, cemento, fabbriche, etc) conditio sine qua non, questi soggetti e istituzioni stesse, si devono adoperare a limitare il writing selvaggio, oppure aumentare le multe, mettere piu’ telecamere e alzare il numero delle pattuglie che girano per i quartieri a controllare eventuali ragazzini k fanno tag?
    io ho la maggiorparte di amici che fanno graffiti, loro sono i primi a stigmatizzare la “marcatura del territorio”, sono i primi a litigare ai ragazzini che lo fanno, onde evitare che vengano tolti anche quegli spazi semi-legalizzati.
    Citta’ come Londra e Parigi hanno anche loro la loro dose di tag, seppur in quantita’ minore. quello e’ un discorso differente, in Inghilterra hanno in generale una concezione del rispetto delle regole totalmente diversa dalla nostra.

  6. filipporiccio scrive:

    @Flavio Ciabattoni

    ma in quanti casi i graffiti non intaccano la proprietà privata altrui o monumenti storici? Mi sembra che stiamo girando intorno al problema, un privato può benissimo decidere di mettere a disposizione dei graffitari il suo muro, ma allo stato delle cose la grandissima maggioranza dei privati non vuole che i suoi muri vengano imbrattati (o se preferisci “utilizzati”), e da un punto di vista liberale (1) ne ha il diritto, e (2) ha diritto che lo stato tuteli il suo diritto con tutti i mezzi possibili. Prima ancora che una questione di decoro urbano (per cui ricordo i comuni si permettono di imporre ai proprietari addirittura i colori con cui possono o non possono verniciare i loro muri) si tratta di una questione sacrosanta di rispetto della proprietà privata.

    Il paragone con il proibizionismo poi mi sembra completamente fuori luogo, per un liberale il proibizionismo nei riguardi di comportamenti privati dei cittadini è inaccettabile, ma è sacrosanto e necessario che i comportamenti dei cittadini non danneggino le proprietà degli altri. Sono due cose completamente opposte.

    Infine, ben venga che qualche privato, se vuole, metta a disposizione dei writers dei muri su cui realizzare le loro opere. Mi chiedo se questo però serva a qualcosa, ovvero se tutti i “writers” siano disposti ad accettarlo. Al di là di qualche “professionista”, la maggior parte di chi imbratta i muri lo fa proprio in quanto sono di proprietà di non-consenzienti. Non prendiamoci in giro su questo, imbrattare un treno o il muro di un condominio o una saracinesca è un modo di dire “qui comando io, anche se non ne ho il legittimo diritto”, non è l’espressione incontenibile di un impulso artistico represso dalla società. Per cui non solo credo che il controllo del territorio e la punizione (effettiva) degli imbrattatori sia il sistema più efficace, ma che sia anche l’unico sistema eticamente accettabile in uno stato liberale. Rovini una proprietà altrui? Paghi i danni e vieni punito. Non è più complicato di così.

  7. @ filippo
    citazioni dei miei commenti
    “perche’ per me i graffiti sono arte, diventano un problema nel momento in cui intaccano la proprieta’ privata altrui e monumenti storici”
    quindi siamo d’accordo su questo punto.

    “dandogli a disposizione spazi per disegnare (inutilizzati, ripeto, muri di contenimento, cemento, fabbriche, etc)”
    milano, la citta’ in cui vivo, ha una quantita’ impressionante di muri cementati, sottopassaggi, cavalcavia, muri di contenimento, fabbriche abbandonate….non si potrebbero utilizzare per i writerz?

  8. filipporiccio scrive:

    @Flavio Ciabattoni

    su sottopassaggi, cavalcavia, muri di fabbriche abbandonate eccetera. Mi sembra che molti writers li utilizzino tranquillamente, che siano messi a loro disposizione o no. E mi sembra anche che l’opera d’arte, quando appare, sia l’eccezione e non la regola.

    Ovvero, il problema sono cose come queste (il 99,9%):
    http://milano.corriere.it/media/foto/2009/01/14/GRAFFITI.JPG
    http://www.milano-web.it/public/teen-club/news/images/543/2659_graffito.jpg

    E non cose come queste (lo 0,1%):
    http://www.urbantrash.net/graffiti/wp-content/uploads/2010/10/zona-corelli-milano-graffiti-street-art-9.jpg

    (a patto che vengano fatte su muri “messi a disposizione”, si intende).

    E’ ovvio che nel momento in cui si mettono a disposizione degli spazi per abbellire la città, deve esserci qualcuno, l’equivalente di un “committente” dell’opera d’arte, che decide cosa va bene e cosa no… perché se per un sottopassaggio bello devo averne 999 imbrattati, è meglio pretendere che vengano lasciati i colori dei muri originali in tutti.

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