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Verso la Terza Repubblica, con tutto il fardello delle prime due

– Una recente classifica del FMI ha gettato una luce di verità sul complessivo fallimento politico italiano dell’attuale classe dirigente: l’Italia, con l’unica eccezione di Haiti, è il Paese che nell’ultimo decennio è cresciuto meno!
L’impietosa verità fa giustizia nel contempo delle mirabolanti promesse berlusconiane (sepolte tra l’altro sotto il cumulo della spazzatura napoletana e delle nuove – Pompei – e vecchie – L’aquila – macerie) e del mancato respiro riformatore del centro sinistra (tenuto conto dell’obiettiva difficoltà in questo schieramento di indicare un qualsiasi leader).

Più in generale rappresenta il fallimento della seconda Repubblica, che avrebbe dovuto costituire una nuova alba del nostro futuro, mentre sempre più somiglia ad una lunga e fredda notte.

Ciò in parte prescinde dalle singole responsabilità, poiché bisogna avere l’onestà di riconoscere che il sistema criminogeno che aveva determinato la putrefazione dei partiti della Prima Repubblica è sostanzialmente rimasto immutato nella Seconda, e ancora oggi gran parte degli affari più lucrosi passano per l’intermediazione dei pubblici poteri, soprattutto (ma non solo) nel meridione con tutto ciò che ne consegue.
A ben vedere, comunque il fallimento della seconda repubblica era già scritto nelle sue origini.

La storica discesa in campo del Cavaliere, infatti, conteneva in nuce le sue degenerazioni illiberali, a dispetto della grande speranza di cambiamento (la famosa rivoluzione liberale ancora fiduciosamente promessa, ma meno fiduciosamente attesa, almeno da parte sua).
Ne fu pienamente consapevole Montanelli, che profeticamente scriveva: “La scoperta che c’è un’Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime….. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo”.

D’altronde, la stessa nascita di Forza Italia, non già un imprenditore che si dà alla politica ma un’azienda (televisiva) che si fa partito, avrebbe consigliato una maggiore cautela perché difficilmente conciliabile con i classici principi di un ordinamento liberaldemocratico.
E difatti gli eventi futuri hanno evidenziato:
–        l’assenza di democrazia interna;
–        il perdurante, e disinvolto, uso della funzione legislativa per fini personali;
–        l’uso propagandistico, e talvolta inquisitorio, dei media di diretta proprietà (e anche di quelli pubblici, quando come ora è in grado di esercitarvi un’influenza dominante);
–        una concezione personalistica dei rapporti politici anche in politica estera.

Anche la svolta del predellino ha testimoniato una visione politica proprietaria e visceralmente populista (anche per la consapevolezza della sua straordinaria capacità comunicativa).

E per carità di patria, si omette di prendere in considerazione le vicende più volgarmente squallide.

Ma volgendo lo sguardo nell’opposto schieramento, si comprendono comunque le ragioni del lungo successo berlusconiano: la mancanza non tanto di un’alternativa credibile, quanto di una qualsiasi speranza. In altri termini, la ragione principale del consenso per il centro sinistra è stata l’opposizione alla deriva berlusconiana, senza nulla potere pretendere sul piano effettuale se non l’accorta gestione dell’esistente di cui Prodi è stato un ottimo interprete, nei limiti in cui glielo hanno permesso i suoi stessi compagni di avventura.

Ma anche in questo caso, le ragioni del suo fallimento sono già presenti nel momento della nascita della seconda repubblica, quando si arresta quel processo politico, maturato nelle altre democrazie continentali a noi più prossime, di riequilibrio delle forze di sinistra con la progressiva marginalizzazione della componente comunista a favore di quella socialista.

Ciò ha comportato due elementi di grave criticità, tra loro vicendevolmente interconnessi, che ancora condizionano pesantemente il futuro del centro sinistra:
–        la mancata conversione riformista del suo bacino elettorale, che, infatti, continua ad essere fortemente attratto da offerte politiche “massimaliste”, come dimostra il fatto stesso che l’eventuale candidatura di Vendola possa avere successo, inspiegabile se si tiene conto dei rapporti di forza tra i due partiti di appartenenza, ma pienamente comprensibile per il comune retroterra culturale e politico;
–        la conseguente impossibilità di potere assumere una chiara identità socialista (in senso moderno ed europeo) che ha comportato l’effimero tentativo veltroniano, in quanto se la classe dirigente PD pensa a Obama e Blair, una larga parte del proprio elettorato ancora resta affezionato a Berlinguer!

Quanto finora detto, aiuta a comprendere l’errore prospettico compiuto in questi anni: sforzarsi esclusivamente per la creazione di un sistema bipolare, o addirittura bipartitico, come toccasana per il buon andamento del sistema Paese, tralasciando di considerare l’aspetto qualitativo dell’offerta politica e il contesto nostrano nel quale il bipolarismo, a dispetto delle aspettative e di altre esperienze, non si è caratterizzato per la tendenziale convergenza al centro, ma per l’esasperata, ed esasperante, rissosità che ha premiato Lega e IDV, con una centralità superiore al loro consenso elettorale, e condannato il Paese all’immobilismo.
Ma la percezione diffusa è che comunque ci si trovi ad un vero punto di svolta nella nostra storia.

Tutto il mondo politico, sociale ed economico è in subbuglio e si profilano nuovi soggetti politici e nuovi protagonisti che potrebbero innescare reazioni a catena anche nei due principali partiti.
In verità, come in ogni momento di transizione, nessuno può oggi realisticamente prevedere ciò che accadrà anche perché diversi sono i possibili sviluppi futuri, tra cui non può escludersi in via di principio né la cronicizzazione dei fenomeni degenerativi già in atto (magari con la dinastica successione di Marina alla guida dello schieramento berlusconiano e la santa alleanza delle forze democratiche, pantomima di una farsa che dura da troppo tempo), né svolte di tipo autoritario che potrebbero essere legittimate dalle infinite, e insolute, emergenze (magari mediante la conservazione di un simulacro formale di democrazia, svuotato però di qualsiasi suo contenuto: Putin docet).

Vi è infine la possibilità auspicata di una Terza Repubblica, di cui però è possibile dare una sua definizione solo in negativo: non deve essere come le prime due!
O più correttamente dovrebbe sapere fare tesoro delle due precedenti esperienze, cercando di trarne gli elementi migliori: l’alternanza e la chiarezza degli schieramenti della seconda repubblica; la moderazione, mediante la riduzione dell’influenza delle ali estreme, e la spersonalizzazione dei partiti della prima.

Chiunque crede nel nostro Paese e spera perlomeno di conservare le condizioni di benessere materiale e morale che abbiamo conosciuto, dovrebbe sostenere il tentativo di dare vita – a  cominciare dalla riforma elettorale che costituisce il vero grimaldello per scardinare uno status quo, altrimenti immodificabile – ad un’altra fase della nostra storia repubblicana, consapevole che qualunque sarà l’esito del prossimo voto di fiducia del 14 dicembre, dopo nulla sarà come prima.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

2 Responses to “Verso la Terza Repubblica, con tutto il fardello delle prime due”

  1. vittorio scrive:

    Tutto sballato fin dall’inizio. Il problema della bassa crescita italiana deriva dall’ingresso nel sistema euro. Origina fin dai tempi dell’introduzione di un sistema di cambi fissi nei confronti del marco. Questa sciagurata decisione del centro sinistra italiano ha trasformato un massivo debito in lire in un debito in euro e fra l’altro abbiamo anche perso la sovranità monetaria. Nell’unione europea ha vinto la Germania che si ritrova con un cambio più basso di quello che dovrebbe avere. L’Italia invece ha perso e si trova letteralmente imprigionata nel sistema europeo. Che l’Italia in queste condizioni non riesca a crescere non sorprende minimamente. E’ risibile pensare che una fantomatica terza repubblica possa risolvere i problemi con un cambio della legge elettorale. Non vedo nessuna terza repubblica all’orizzonte. Soggetti politici nuovi? E chi sarebbero? Fini? Montezemolo? Vogliamo scherzare? Questi sono personaggi da teatrino che fanno ridere i polli ancora più di Prodi e compagni. Ci vorrebbe qualcuno che dicesse come stanno le cose perchè è ora di finirla con l’ipocrisia sull’Europa. Ma questo qualcuno non esiste nella calma piatta del conformismo europeista. O si torna alla lira e a una sovranità monetaria, convertendo forzosamente il debito in lire, o si arriva alla bancarotta italiana e al tramonto definitivo dell’euro: in questo secondo caso meglio allora che ciò avvenga il prima possibile.

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