di CARMELO PALMA – Mentre Gelmini e Tremonti giocano a poliziotto buono – poliziotto cattivo, e Maria Stella implora comprensione contro l’orco del Tesoro, e Giulio offre alla titolare di Viale Trastevere lo sponda “tecnica” a cui appoggiare la propria indisponibilità a riempire i buchi della riforma.

Mentre le piazze mediatiche e politiche della sinistra intonano il mantra dell’emergenza e l’occupazione, nel senso “squatteristico” dell’occupare, e non del lavorare, è diventata la forma e la sostanza della resistenza democratica contro Berlusconi (che di suo occupa l’essenziale – cioè la TV – e lascia gli altri a bruciare la vanità tra i fumogeni e a consumare la passione nell’ebbrezza della mobilitazione di massa).

Mentre sembra che tutti, nella politica e nell’accademia, parlino della riforma dell’università come di una “questione privata”, esattamente come Berlusconi parla di sé e del proprio potere politico, più per dissimulare che per mostrare la natura degli interessi in gioco, e contando più sulla meravigliata ignoranza che sull’informata comprensione dei suoi interlocutori.

Mentre quindi per attestare la tempra riformista occorre sostenere, con fare grave, che l’Università è un pozzo di San Patrizio di sprechi e spese pazze e che occorre innanzitutto “risparmiare”, quando è vero l’esatto contrario, cioè che la spesa per formazione superiore e ricerca in Italia, rispetto all’area Ocse e Ue, è sottofinanziata sia in rapporto al Pil che al totale della spesa pubblica (sta scritto perfino nelle tabelle ministeriali, come spiega bene Ugo Arrigo su Chicago Blog).

Mentre nessuno riconosce i meriti del senatore Valditara – sempre sia lodato – che al Senato, come relatore del provvedimento, ha messo in bella copia e aggiustato una riforma piena di buone intenzioni, ma accompagnata da troppe cattive parole, per cui sembrava che l’Università italiana andasse tutta gettata in discarica e reinventata, nuova di pacca, dal genio “padano” di gente come il – si fa per dire – onorevole Reguzzoni, il compagno di merende del Trota.

Mentre per fare di questa una vera riforma manca solo il necessario a farla stare in piedi, pochi milioni di euro – avendone risparmiati per il quadriennio 2009-2012 quasi un miliardo – non frustrando le ambizioni legittime dei ricercatori che non vogliono essere “rottamati” (e che non chiedono di essere “stabilizzati” ope legis), e le pretese dei docenti meritevoli, a cui la riforma toglie giustamente gli scatti automatici,  ma a cui Tremonti ha imposto il blocco automatico degli incentivi premiali.

Mentre succede tutto questo, la cosa più saggia sarebbe forse mostrarsi superiori ai gusti e ai disgusti, ai sentimenti e ai risentimenti e allo sfinimento per i carta vince – carta perde di un governo che sgancia facile alla sola Lega, pure per alleviare le sofferenze dei truffatori delle quote latte.

In fondo, si può guadare alla legge che sta venendo fuori dalla Camera – compresi gli “emendamenti” di mediazione in cui è possibile che l’esecutivo abbia nascosto il trucco, prendendo per i fondelli il Parlamento – ingoiare l’amaro calice dello scorno e far marciare una riforma gracile, che però è un miracolo per quanto è buona, in confronto a quanto sono brutti la faccia e l’umore del governo e dell’ex maggioranza.

Con un po’ di coraggio, si potrebbe perfino invitare chi sta sui tetti a scendere giù, senza rincorrere, con la testa tra le nuvole, il fantasma di Berlusconi. Più plausibilmente, si può però invitare i deputati di FLI a guardare lontano. Non regalino al PdL un’estrema vittoria e mettano, senza timidezze, anche il loro cappello – ne hanno merito e ragione – su di una riforma che potrebbe funzionare e servire più agli italiani che al Cavaliere. Poi, quando ci sarà un governo capace di scegliere, arriveranno anche i soldi per farla marciare.