Abolire l’Ordine dei Giornalisti. Lo faccia, Presidente!

– Nel 1995, verso la fine dell’anno, una tenda in piazza del Duomo (primo esempio di gazebo applicati alla politica) ospitava un nutrito numero di militanti radicali intenti a raccogliere firme per referendum abrogativi. L’elenco era di 18 quesiti, tantissimi, perché quello che il Partito radicale proponeva era un vero e proprio progetto politico per via referendaria. La raccolta firme non ebbe successo, fu riproposta nei primi mesi del 1996, aumentando a 20 il “pacchetto”, che naturalmente poteva essere anche sottoscritto in parte.
Tra questi referendum, del primo e del secondo pacchetto, vi era l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. Intesa in un duplice senso.

Da una parte una critica generale all’esistenza degli ordini professionali, visti come un retaggio della tradizione corporativa italiana (che, come si sa, affonda le sue radici non nel Ventennio ma nel Medioevo).
Dall’altra parte una critica specifica all’OdG, visto come una salvaguardia errata della professione giornalistica. Il senso è: forse l’Ordine dei Medici tutto sommato è accettabile, data l’altissima professionalità richiesta a una persona a cui è demandata una serie di decisioni sulla vita e la morte di un’altra persona. Forse anche altri Ordini (avvocati, ingegneri, commercialisti) hanno ragion d’essere. Il progetto per costruire un ponte, la difesa in Tribunale, la dichiarazione dei redditi sono cose delicate, è meglio che chi le firma abbia preventivamente dimostrato una competenza seria.

Ma i giornalisti, che professionalità debbono dimostrare? Si diceva: un giornalista che non verifica le fonti prima di scrivere, un giornalista che fa domande sciocche durante le interviste, un fotogiornalista che non è in grado di “narrare una storia” attraverso le immagini, un inviato di guerra che sbaglia le date o che non analizza abbastanza bene le cause e gli effetti, perderanno il confronto “di mercato” con quelli che sono più bravi di loro. La selezione sarà insomma sul campo, non nell’aula dell’esame di Stato.

E si diceva anche: quanti Paesi al mondo hanno l’Ordine dei Giornalisti? Ben pochi. Se ricordo correttamente, tre. La prova che dell’OdG si possa fare a meno è che nel Regno Unito, negli Usa, ma anche in Germania, Svezia, Francia, e perfino nella, ai più sconosciuta, Moldova dove la Twitter Revolution del 2009 è partita da una giornalista, esiste una tradizione giornalistica consolidata e importante senza l’OdG a garantirla.

Nel 1995 Silvio Berlusconi, allora capo dell’opposizione, e ancora scosso dal ribaltone della Lega Nord, si recò alla tenda di piazza del Duomo per firmare quei referendum. Le cronache dicono che li firmò tutti e 18, compresi (udite udite) liberalizzazione dell’aborto, abolizione della caccia e, certamente, abolizione dell’OdG.
Ohibò. L’attuale premier, nel 1995, voleva abolire l’Ordine.

Dopo il caso Feltri-Boffo, le cronache ci informano che il PdL sta lavorando a un progetto di legge per abolire l’Ordine dei Giornalisti. Secondo il capogruppo Cicchitto, il caso di Feltri è “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.
Naturalmente l’OdG non è completamente “cattivo”. Tende però, come ogni organismo associativo professionale, a tutelare lo status quo, a fronte di una professione che da anni ormai si interroga sul suo futuro.

La presenza di una garanzia forte come quella dell’OdG ha dimostrato il suo fallimento nella tutela del “nuovo giornalismo”, la cui principale caratteristica è l’essere cross-platform. Semplificando al massimo: prima c’era solo il testo, possibilmente ben scritto. Oggi c’è un testo per la carta, un testo per internet, un testo per la televisione. E c’è un filmato per la televisione e un filmato per internet. E c’è un servizio fotografico per la carta e uno per internet. La tendenza di mercato è quella di chiedere allo stesso professionista (quasi) tutto questo. La tendenza dell’OdG è quella di riconoscere con difficoltà le professionalità “parallele” (come quella del fotogiornalista) e al contempo di “proteggere” il giornalista dalla richiesta dell’editore di occuparsi di (quasi) tutto anziché soltanto del testo cartaceo.

Il risultato è che alla figura del giornalista (professionista o pubblicista che sia) si sono affiancate persone che non possono fregiarsi del titolo perché all’editore costa molto far effettuare il praticantato a una risorsa, ma di fatto svolgono la professione, talvolta con maggiore lena dei “tesserati”, il che è ovvio per chiunque voglia o abbia bisogno di emergere, ma nella maggior parte dei casi senza possibilità di farlo. Senza tutele, senza contributi, senza altre amenità garantite alla “professione”. E cominciano a essere chiamati “articolisti”, perché a tutto va dato un nome, fa niente se è orrendo perché snatura la prima regola non scritta del giornalismo, cioè che in gergo il testo si chiama “pezzo” e non “articolo”.

Non potendo fare la storia coi se, non possiamo sapere esattamente se i giornalisti starebbero meglio se l’OdG fosse stato abolito con il voto popolare del 1997, quando il 30% degli iscritti alle liste elettorali ritirò al seggio la scheda n. 6 e più di otto milioni di elettori italiani (il 65,5% dei votanti) scelsero il “sì”. Il mancato raggiungimento del quorum vanificò quel tentativo che nel 1995 aveva avuto la firma di Berlusconi. Altri tentativi non vennero più fatti.

Chi vede nell’OdG un errore italiano, dovrebbe oggi felicitarsi per la dichiarazione di Cicchitto. Occorre dare atto a Berlusconi, senza ironia, che lui c’arrivò molto prima, nel 1995. Occorre però anche dire al PdL che molti suoi elettori sono tra quegli 8 milioni che nel 1997 andarono effettivamente al seggio a votare “sì”, e aspettano da tredici anni questo momento: che il partito s’accorga di cosa va fatto.

È un po’ triste semmai che sia il caso-Feltri a far accorgere a Cicchitto che l’OdG ha buone ragioni di essere abolito. Come se l’Ordine sbagliato fosse quello degli altri. Come se un’assoluzione piena di Feltri non avesse dato il “giusto” motivo di un’abolizione che, pur senza arrivare necessariamente a buttare bambino e acqua sporca, ha ragioni molto profonde, sensate e soprattutto liberali.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

3 Responses to “Abolire l’Ordine dei Giornalisti. Lo faccia, Presidente!”

  1. Berlusconi farà esattamente quello che ha già fatto per la tanto decantata riforma della giustizia di cui parla da 14 anni: assolutamente nulla! Che un cittadino per esprimere il suo pensiero debba prima sottoporsi al giudizio di una commissione esaminatrice composta da un magistrato (presidente), due professori universitari, tre giornalisti (laureati e con 10 anni di anzianità; oppure non laureati, ma con 20 anni di anzianità professionale) e un rappresentante della Federazione Italiana Editori Giornali. Un magistrato presidente? Ma qualcuno ha in mente come scrivono i magistrati e con quale linguaggio? L’Ordine andrebbe abolito, anche se Berlusconi non ne farà nulla…

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