– Qualche mese fa avevo segnalato l’alt delle autorità indonesiane al Rainbow Warrior, il vascello che Greenpeace aveva intenzione di attraccare al molo di Jakarta, per rilanciare una campagna contro l’utilizzo delle foreste del luogo da parte dell’industria della carta.

Registrata la reazione un po’ brusca delle autorità del paese orientale, i decani della “Sacra compagnia delle Opere Verdi” hanno pensato bene di rifugiarsi nella più comoda ridotta occidentale dell’ambientalismo di maniera. E hanno scelto, pensate un po’, proprio l’Italia.

Da ieri, infatti, il nostro Paese è divenuto la piattaforma di lancio di una campagna intitolata Foreste a Rotoli, con attivisti travestiti da scimmie sparpagliati in giro per supermercati a diffondere “l’indice delle carte proibite”, e un video, dall’evocativo titolo di Deforestation Nightmare, nel quale la protagonista sogna alberi che cadono e motoseghe ad ogni uso di tovagliolo e carta igienica.

Quella di Greenpeace è una vera e proprio campagna demolitoria  contro le industrie cartiere orientali, condita di molta supponenza occidentale e tanto protezionismo. Infatti, il risultato sperato ma non dichiarato della campagna è quello di inibire la penetrazione nel mercato europeo di prodotti della carta a basso costo realizzati da industrie indonesiane, che danno lavoro a milioni di persone in un paese in cui il 15% della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà. La strategia utilizzata è quella solita: ricattare le aziende occidentali (in questo caso italiane) affinché cessino gli acquisti dai fornitori asiatici, a pena di essere additate alla pubblica opinione come complici di un disastro ambientale.

Accuse false e inventate, frutto di una tecnica comunicativa molto nota e più volte sperimentata dall’associazione ambientalista: la mistificazione. Se Greenpeace riuscirà a creare un’aura negativa intorno ai prodotti delle imprese che considera non rispondenti ai suoi canoni di purezza ambientale, l’Italia sperimenterà due pessime conseguenze.

Prima, l’aumento dei prezzi di carta e derivati per i consumatori.

Seconda, il fallimento di tutte le imprese spinte fuori mercato dall’aumento dei costi delle forniture di carta dall’Asia.

Ma la conseguenza peggiore sarebbe, ancora una volta, per i paesi in via di sviluppo, che vedrebbero morire un’industria da cui dipende la gran parte della loro ricchezza, immolata sull’altare di un conformismo ambientalista che vede nel progresso e nella crescita economica dei nemici dell’ambiente invece degli strumenti più idonei a tutelarlo.

Ai consumatori italiani, perciò, passi, tra i tanti, questo messaggio: avallare la crociata di Greenpeace con scelte di consumo conformi non dà una mano all’ambiente e genera povertà in paesi già poverissimi. Per riciclarsi la coscienza non basta comprare carta riciclata.