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Afghanistan 2014, la exit strategy che rafforza i talebani

– La notizia di una beffa, in Afghanistan, segue le promesse e le dichiarazioni fatte al summit Nato di Lisbona. Protagonista dello “scherzo”: un finto leader talebano. La vittima: il governo di Kabul.
La grande svolta vantata dal presidente Hamid Karzai, emersa dalle indiscrezioni filtrate al New York Times, era la nuova trattativa fra i leader talebani e gli ufficiali governativi afgani. Un percorso che aveva riacceso le speranze di una tanto attesa (anche se preoccupante, sotto molti aspetti) “riconciliazione nazionale”.

Durante gli incontri era sempre stato presente anche un uomo che si era fatto passare come il mullah Akthtar Muhammad Mansour, ritenuto braccio destro del mullah Omar. Come gli altri era stato trasportato con gli aerei Nato dal Pakistan a Kabul. All’ultimo incontro, tuttavia, era presente anche un ufficiale dell’esercito afgano che conosce bene Mansour. E che ha immediatamente riconosciuto l’uomo come un impostore. Risultato? Trattativa da rivedere. Milioni di dollari (sborsati dai contribuenti americani) finiti nelle tasche del finto Mansour. Che ha pensato bene di scomparire nel nulla.
Questo episodio la dice lunga su quante possibilità vi siano di condurre una trattativa seria con i Talebani (che sinora hanno sempre rifiutato il negoziato) per cooptarli nel nuovo governo afgano. E pone seri dubbi sulla possibilità di un disimpegno della Nato dal Paese asiatico.

La strategia finora seguita per l’Afghanistan si riassume in tre stadi: indebolimento militare dei Talebani, cooptazione di quelli di loro che vogliono cooperare nel governo afgano, ritiro delle truppe internazionali e passaggio di consegne all’esercito nazionale di Kabul.
Per raggiungere il primo obiettivo, l’anno scorso, Barack Obama, dopo mesi di indecisione, ha autorizzato un limitato “surge” (rinforzo) del contingente americano in Afghanistan. Dopo il vertice Nato di Lisbona, gli americani invieranno per la prima volta anche carri armati da battaglia M1Abrams, a dimostrazione che intendono fare sul serio. Per il secondo obiettivo, Karzai ha avviato prima la “Jirga” della pace (fra i capi tribali locali) il giugno scorso, poi ha dato notizia dei negoziati segreti con i capi talebani. C’erano stati altri contatti segreti, in passato, in territorio saudita. Il terzo obiettivo, il passaggio di consegne, dovrebbe essere conseguito nel 2014, come è stato ribadito al summit di Lisbona.

Ma è proprio questo il problema. Fissare e dichiarare una data per la exit strategy, per il raggiungimento del terzo e più ambizioso obiettivo, vuol dire solo invertire la tabella di marcia e rischiare seriamente di compromettere la possibilità di raggiungere le prime due tappe. Non è dato sapere quando le truppe Isaf (la missione a guida Nato) avranno ragione dei Talebani sul campo. Né quando e se ci sarà un accordo fra Karzai e i Talebani più “cedevoli”. Non è possibile sapere se, nel 2014, si saranno realizzate le due condizioni necessarie al passaggio di consegne dalla Nato all’esercito afgano. Dunque, dichiarare la data in anticipo, è un nonsenso.
Perché rischiare di compromettere entrambi gli obiettivi? Sul piano militare si dà ai Talebani la possibilità di riorganizzarsi nei tempi e nei modi che vogliono. In vista del ritiro dei contingenti internazionali l’Iran, stando a notizie confermate dal governo di Kabul il mese scorso, sta iniziando a comprare la fiducia di parlamentari, ministri e leader locali. Teoricamente per avviare buone relazioni commerciali (come sostiene ufficialmente Kabul), in pratica per allungare le mani sul Paese (come rivelano fonti ufficiose afgane al New York Times).

La rivelazione della data del disimpegno dà agli interlocutori pakistani la possibilità di capire in anticipo che gli Usa non saranno più presenti sul terreno a controllare il confine poroso con l’Afghanistan. I molti nemici degli Stati Uniti, presenti nel servizio segreto pakistano, possono solo rimandare le loro azioni a rinforzo dei Talebani al momento del ritiro dell’Isaf. Lo stesso governo di Islamabad, finora indeciso sul da farsi, in bilico fra l’alleanza con gli Usa e la volontà di ritornare egemone in Afghanistan, potrà pendere sulla seconda politica. E l’egemonia del Pakistan in Afghanistan vuol dire solo: il ritorno al potere dei Talebani.
Questi ultimi, sul piano politico, avranno meno incentivi a trattare. Finché l’alternativa era: negozia o muori, in una guerra contro un nemico tenace e potente, l’opzione più ragionevole (anche per un nemico fanatico) poteva essere la trattativa con il governo di Kabul. Ma sapendo in anticipo che, fra appena tre anni, i potenti “infedeli” se ne andranno, che incentivo c’è a negoziare con un nemico già “sconfitto”?

La beffa del finto Mansour può non essere solo un piccolo episodio comico. Potrebbe essere un sintomo di come i Talebani intendono trattare: ridendo alle spalle di un nemico che già ritengono debole e in ritirata.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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