di PIERCAMILLO FALASCA – Pompei. Il lascito meraviglioso di una civiltà immensa merita di più di questo Stato italiano pasticcione e incapace. Ha bisogno di una gestione oculata e virtuosa, agli antipodi della odierna sciatteria. Nella scorsa puntata di Annozero, ci ha provato il coordinatore dei Tea Party Italia, David Mazzerelli, a smuovere le acque: perché non affidare la gestione dell’antica Pompei ad un privato? Michele Santoro ha replicato dicendo una cosa purtroppo vera, e cioè che in Italia più che privatizzare si è regalato. Ma più che la replica del conduttore, resta nella mente la reazione esagerata di Philippe Daverio: “No, i privati si mangerebbero tutto il mangiabile!”. A mente fredda, il pittoresco critico d’arte riconoscerebbe probabilmente che nel caso di Pompei il suo ragionamento è piuttosto debole: in primo luogo, a mangiarsi tutto ci stanno già pensando l’incuria, il clientelismo e i tombaroli; secondo, con 2,5 milioni di visitatori annui, l’ipotetico gestore degli scavi pompeiani avrebbe l’interesse a tenere viva e vegeta la gallina dalle uova d’oro, non certo a mangiarsela.

Solo in Italia la proposta di Mazzerelli può essere considerata una ‘provocazione’. Strano paese il nostro, drammaticamente fiaccato da un apparato pubblico inefficiente e nonostante ciò terribilmente scettico nei confronti del mercato e della libera iniziativa privata. Non è da escludere che Pompei potrebbe attrarre fondi da sponsor privati interessati a legare il loro nome a quello dell’antica città romana. Ed è molto probabile che un progetto rigoroso di messa in sicurezza, restauro, valorizzazione e migliore promozione del sito troverebbe più di un investitore, anche straniero, interessato ad un affidamento pluriennale. Ma si sa, l’Italia è la terra dove il latore di una siffatta proposta verrebbe accusato di voler “svendere la cultura”. E qualche ditino alzato ricorderebbe immediatamente che “Pompei non è Disneyland”.

La discussione andrebbe ricondotta sui binari del pragmatismo, partendo da un assunto: l’Italia ha perso appeal anche come meta turistica. Voltare pagina è drammaticamente necessario e, per farlo, c’è bisogno di risorse e di professionalità. Se lo Stato può forse pensare di sostituire cattivi manager con buoni manager, difficilmente potrà reperire maggiori fondi. O meglio, per ogni euro di spesa pubblica dirottato verso Pompei o un altro sito culturale, ci sarà qualche intervento pubblico che riceverà meno soldi e qualche altro bene culturale cui non verranno assegnate risorse aggiuntive, pur se necessarie. Oggi crolla la Schola Armaturarum, d’altronde, ma domani potremmo scoprire che è a rischio un’importante chiesa o un affresco rinascimentale. La coperta è decisamente corta e attirare investimenti privati è forse l’unica chance realistica per poterci ancora “permettere” Pompei e l’intero nostro patrimonio culturale. Con investimenti capaci di renderlo più appetibile per i visitatori, disposti a pagare di più per avere di più, si creerebbe valore. Un pezzo di Pil in più, insomma. Allo Stato, fallita la sua gestione diretta, può e deve essere utilmente affidato il compito di controllore. E’ una funzione meno costosa e più congeniale. Perché questa diffusa e miope opposizione preconcetta?